giovedì 6 giugno 2013

Degustazioni letterarie: "Il valzer degli addii" - Milan Kundera


"Jakub trovò l'amico nel suo studio, appena tornato dal policlinico. Gli fece i complimenti per l'esibizione della sera prima e si scusò per non averlo aspettato dopo il concerto.
-Mi è molto dispiaciuto- disse il dottor Skreta. -E' l'ultimo giorno che passi qui e la sera te ne vai a spasso chissà dove. Avevamo tante cose da dirci. Ma il peggio è che sei stato sicuramente con quella ragazzina pelle e ossa. Devo constatare che la riconoscenza è un bruttissimo sentimento-.
-Ma quale riconoscenza! Perché dovrei esserle riconoscente?-.
-Mi hai scritto che suo padre aveva fatto molto per te-.
Quel giorno il dottor Skreta non doveva fare visite e il lettino ginecologico in fondo alla stanza era vuoto e inoperoso. Gli amici si sedettero in poltrona, uno di fronte all'altro.
-Ma no- disse Jakub riprendendo il discorso. -Volevo soltanto che tu la prendessi a cuore e mi era sembrato più semplice dirti che avevo un debito di riconoscenza con il padre. Ma in realtà le cose non stanno affatto così. Visto che ormai taglio i ponti col passato, te lo posso dire. Sono finito in prigione, quella volta, col pieno consenso di suo padre. Fu suo padre a farmi condannare a morte. Ma sei mesi dopo fu lui stesso a finire così, e io invece ebbi fortuna e la scampai-.
-In altre parole, è la figlia di un porco'- disse il dottor Skreta.
Jakub alzò le spalle: -Era convinto che io fossi un nemico della rivoluzione. Tutti glielo ripetevano e lui ci credette-.
-E perché mi hai detto che era un tuo amico?-.
-Eravamo amici. E tanto più importante è stato per lui votare per il mio arresto. In quel modo dimostrava di porre gli ideali più in alto dell'amicizia. Quando mi ha denunciato come traditore della rivoluzione gli è parso di far tacere il proprio interesse personale in nome di qualcosa di superiore e ha vissuto la cosa come la grande azione della sua vita-.
-Ed è questa la ragione per cui vuoi bene a quella ragazza bruttina?-.
-Ma lei non ha niente ha che vedere con questo. Lei è innocente-.
-Di innocenti come lei ce n'è a migliaia. Se l'hai scelta in mezzo a tutte è sicuramente perché è la figlia di suo padre-.
Jakub alzò le spalle e il dottor Skreta continuò: -In te c'è qualcosa di perverso esattamente come in lui. Ho l'impressione che anche tu vivi la tua amicizia per quella ragazza come la più grande azione della tua vita. Hai soffocato dentro di te l'odio naturale, il disgusto naturale, per provare a te stesso che sei generoso. E' bello, ma è anche contro natura e del tutto inutile-.
-Non è così- protestò Jakub. -Non ho voluto soffocare niente dentro di me e non ho cercato di mostrarmi generoso. Ho semplicemente avuto pietà di lei. Subito, la prima volta che l'ho vista. Era ancora una bambina quando l'hanno cacciata di casa, ha vissuto con la madre da qualche parte in un villaggio di montagna, la gente aveva paura di parlare con loro. Per molto tempo non le hanno permesso di studiare, anche se è una ragazza dotata. E' ignobile perseguitare i figli a causa dei genitori. Dovevo odiarla anch'io a causa di suo padre? Ho avuto pietà di lei. Ne ho avuto pietà perché le avevano giustiziato il padre e ne ho avuto pietà perché suo padre aveva mandato a morte un amico-."


Rileggere un libro è un'operazione che dovrebbe essere fatta solo con quelli autorevolmente certificati come classici, altrimenti si rischia di trovarsi a fare i conti con un sé che potrebbe non esistere più, piuttosto che con un'opera che ci rimanda ad un rassicurante senso di continuità esistenziale.
Ho letto la prima volta "Il valzer degli addii" circa quindici anni fa. Allora l'ho trovato uno dei libri più belli di Kundera, dopo "L'insostenibile leggerezza dell'essere"; mi pareva gioviale, al limite dell'allegro, sicuramente toccato da una vena di straordinario che tanto stride con il realismo cupo e malinconico di altri libri dello scrittore ceco.
Oggi mi domando seriamente: "ma chi ero per aver avuto una tale impressione?" 
Ero una ragazza, con poca esperienza della vita e dunque intimamente convinta che essa fosse una cosa indicibilmente seria.
Ero giovane e quindi, per definizione, innamorata di una visione romantica dell'essere umano, naturalmente e giustamente, pensavo, destinato a vivere tragicamente ogni aspetto della propria esistenza.
Non ero, ne pensavo sarei mai diventata, una madre.
Tutto ciò che ero ed adesso non sono più, basta, oggi, a spiegare perché la rilettura di questo libro mi abbia lasciato un senso di momentanea delusione: il tempo passa, ci cambia e io non amo i cambiamenti.
Ma Kundera esige uno sforzo ulteriore e l'abbandono di una prospettiva troppo personalistica perché egli è il cantore del dramma di un intero popolo che, dal 1939 fino al 1989, non ha avuto possibilità di autodeterminarsi. Da qui il senso del tragico che investe tutta l'opera di Kundera e la galleria di personaggi drammatici che popolano i suoi romanzi.
"Il valzer degli addii" non fa eccezione: questo romanzo, ambientato in una cittadina termale boema dove le vite di svariati protagonisti si intrecciano rimanendone indelebilmente segnate, è anzi un esempio lampante di come l'individualità sia spesso travolta senza riguardo alcuno dalla storia e dai suoi eventi, come se le vicende che hanno segnato la storia di questa nazione conservino una carica distruttiva residua che si abbatte sulla vita di tutti anche di quelli che non le hanno vissute personalmente.
E così troviamo Ruzena la giovane infermiera che, rimasta incinta, decide la paternità del suo bimbo sulla base di un calcolo che le permetta di cambiare finalmente vita, di fuggire da un luogo in cui non vuole vivere.
O Klima famoso trombettista dedito al tradimento seriale, unico mezzo per riscoprire, ogni volta, l'amore che prova per sua moglie.
E che dire di Skreta, ginecologo che cura giovani donne apparentemente infertili fecondandole, a loro insaputa, col suo seme nella convinzione che la procreazione è atto da riservare a pochi eletti? 
O ancora di Jakub, prossimo ad un agognato espatrio dopo aver sopportato il peso di rivoluzioni e controrivoluzioni (con il loro carico di morti e tradimenti), con la sola forza datagli da una compressa di veleno che per anni porterà con sé per poi separarsene in maniera sciocca e fin troppo leggera?
E Olga, figlia di un rivoluzionario condannato a morte dopo "la primavera", che si accanirà nel tentativo di sedurre Jakub, suo padre putativo, non riuscendo a limitarsi a nutrire per lui sentimenti di semplice  riconoscenza.
Si potrebbe pensare che Kundera esageri nel delineare personaggi così originali e contorti, che questo sia un suo peculiare vezzo tuttavia basta ripensare all'"Utz" di Chatwin (il collezionista ceco di porcellane che rinuncerà per esse alla possibilità di espatriare e sottrarsi alle restrizioni del regime comunista salvo poi distruggerle per non lasciarle nelle mani di rozzi burocrati) per capire che quanto più i regimi totalitari cercano di soffocare l'individualità tanto più questa tende a crescere ripiegandosi su se stessa, aggrovigliandosi in strane e intricate configurazioni così difficili da comprendere per chi non abbia fatto la stessa esperienza. 
Prova ne sia, per tornare a "Il valzer degli addii", che l'unico personaggio avulso da questo senso del tragico è Bertlef un villeggiante americano capace di trovare la bellezza nell'animo di chi incontra e di rendergliela manifesta; unico anche a poter contare su una dimensione spirituale e religiosa del suo sé, in grado di collocare la sua vita su un piano più alto rispetto agli altri. Ma Bertlef è appunto un villeggiante americano e come è arrivato in Cecoslovacchia, ignaro dei drammi che vi si sono consumati, così se ne andrà. Gli altri rimarranno sempre indissolubilmente legati alle storie della loro nazione.
Quale sia stata la storia della Cecoslovacchia nel secolo scorso si potrà comprenderlo studiandola sui libri ma se si vuole capire cosa ha significato viverla allora, senza dubbio, bisognerà leggere Kundera. 
Alla fine di questa recensione, mi accorgo di aver sbagliato all'inizio: non è vero che questo libro libro non è un classico, ero solo io ad esser troppo giovane la prima volta che l'ho letto.



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