E così anche tu, cara zia Maria, te ne sei andata, in un giorno d'estate.
E mi dispiace di non esser stata lì, in quel momento, dopo che per tutta la notte, la tua ultima notte su questa terra, mi hai sentita dire: "eccoci zia, siamo qui" quando il dolore ti risvegliava per un attimo dalla grande fatica di smettere di vivere.
Ma io lo so che a modo nostro ci siamo salutate: ero sul balcone, pensando a chi poter affidare Matteo per correre da te quando all'improvviso, da un punto imprecisato dell'anima è sgorgato un pianto profondo e addolorato. Parlando con chi c'era, ho poi capito che quello deve essere stato il momento in cui le forze e la coscienza ti abbandonavano, poco dopo sei morta.
Mi dispiace per non essere stata lì a tenerti la mano ma non mi sento in colpa perché tu sei stata e sempre rimarrai, prima di ogni altra cosa, una madre e da madre avrai capito la premura illusoria di tener lontano un figlio dai dolori della vita.
Quando ho scoperto dell'esistenza di Matteo, io, che mai mi ero immaginata madre, ho cercato di capire cosa fosse e cosa dovesse fare una buona mamma. Ho letto tanti libri, ho tanto pensato e riflettuto ma, alla fine, ho deciso che il mio modello di madre ideale si basava sull'esempio di persone come te; tanti luminari, tanti studiosi e tanti esperti non avrebbero potuto insegnarmi nulla di più di quanto hai fatto tu, umile e semplice, con la forza del tuo esempio.
Adesso che sei in cielo salutami quell'altra grande donna che è mia nonna, tua madre, e dille che, benché io l'abbia appena conosciuta, il suo ricordo mi è stato tramandato da chi l'ha amata e continua ad amarla.
Veglia dal cielo su tua sorella come lei ha vegliato te qui in terra e assistimi quando a vegliare lei sarò io. Ti ascolteremo quando ci dirai: "eccomi, sono qui."
Caro Matteo è inutile girarci attorno: la morte c'è e non risparmia nessuno.
Per alcuni è la fine e il fine della vita, per altri è un passaggio obbligato verso un'esistenza diversa e migliore. Personalmente ho le idee confuse: da un lato penso che siamo solo animali un po' più evoluti e che l'unica vita sia quella in cui siamo immersi, dall'altro mi pare inconcepibile che tutto possa finire nel giro di un attimo.
Comunque tu la potrai pensare al riguardo, è certo che tutti siamo destinati a morire, anche io e te; spero di ricevere la grazia di fare questa esperienza prima di te perché mi dicono che non c'è dolore più grande di sopravvivere ad un figlio mentre, per quanto doloroso, è abbastanza naturale che un figlio perda un genitore.
Ma non è questo il punto.
Caro Matteo la morte è strana: a volte arriva prepotente e inopportuna, senza preavviso, portandosi via persone giovani, devastando l'esistenza di intere famiglie, cambiandone i destini. In questi casi il dolore è potente e lo smarrimento totale fin quando, e non saprei dirti quanto tempo basti, non ci si abitua a vivere senza la persona che è morta. Altre volte, invece, la morte è paziente e pedante, sceglie una persona e le si piazza vicino per mesi o anni, senza fretta, prosciugando la sua vitalità, togliendole l'aria fino al punto che anche chi gli sta vicino arriva a percepirla, a sentirne il potere sconfinato e a pregare che se ne vada il prima possibile col suo carico di vita.
Contro la morte non si può nulla, è bene che tu ne sia consapevole e, tuttavia, fino all'ultimo secondo di vita, la morte deve rimanere all'angolo; fino all'ultimo respiro, quello che ogni persona può fare è rimanere accanto a chi la sta lasciando. Si chiama "compassione" ed è, per me, una delle virtù più grandi dell'essere umano.
Il punto è, caro Matteo, che se anche tu diventassi una persona grande, ricca, potente o sapiente saresti sempre un piccolo uomo se non avessi la capacità di tenere la mano ad una persona che sta morendo.
Ci sono momenti in cui anche una mamma come me, sempre autocritica e spesso dubbiosa, sente che le scelte che sta facendo sono giuste.
Ieri ci stavamo abbracciando, Matteo ed io; era da poco tornato da scuola quando all'improvviso si blocca e guardandomi fisso negli occhi mi dice:
"mamma ma quando mi scusi per stamattina?"
voi penserete "ma che bambino ben educato, avrà combinato qualche marachella e adesso starà cercando il perdono della mamma" ma, causa un improprio uso delle particelle pronominali (l'italiano è una lingua complessa anche per un bimbo che l'ascolta da più di sei anni e la parla da almeno cinque), state sbagliando.
Matteo ha usato un "mi" al posto di un "ti". Dunque quello che stava chiedendo era che IO mi scusassi con lui.
In effetti aveva ragione: la mattina ero stata un po' brusca perché stavamo rischiando di far tardi a scuola e, contrariamente a quanto faccio sempre, non mi ero scusata. A distanza di più di cinque ore lui me l'ha fatto notare!
Questa cosa mi ha riempita d'orgoglio: il mio bambino è capace di capire quando qualcuno non lo tratta con rispetto o peggio lo aggredisce (come avevo fatto io con la mia fretta) ed è capace di pretendere da questo qualcuno delle scuse.
Il fatto che ieri quel "qualcuno" fossi io, mi scalda il cuore.
Io non ho mai creduto nell'istinto materno o meglio non ho mai creduto che una donna, dal momento in cui apprende di star per diventare madre, subisca una metamorfosi che la trasforma istantaneamente in una buona madre. L'istinto materno non è la polverina magica di Trilly che ti permette di volare nei cieli limpidi e sereni della maternità. Buone madri si diventa, iniziando da prima che un figlio nasca e finendo quando si muore. E le difficoltà iniziano da subito. Nessuno come una madre (come ogni madre) sa che proprio lei è la persona che nutre la più forte ambivalenza nei confronti del proprio figlio, anche se sono in poche ad ammetterlo. Io l'ho ammesso subito; all'inizio mi sono colpevolizzata, poi, lentamente, ho scoperto che nulla di ciò che provavo era sbagliato e che fondamentale, per la salute mia e di Matteo, era imparare a gestire questi sentimenti. Allora bando alla violenza fisica ma anche, nei limiti delle mie debolezze, a quella psicologica e, nel caso si ceda, chiedere seriamente e sinceramente scusa. Allora mostrare il proprio lato umano a un figlio, imparare a dirgli: "oggi per mamma è una giornataccia" piuttosto che provare a far finta di niente per poi crollare miseramente alla prima cosa che va storta. Allora chiedere aiuto e sostegno ai propri cari quando da soli non ci si riesce. E infine guardare mio figlio chiedendomi: "è felice?" essendo felice con lui, se la risposta è "si" e sforzandosi di rispettarlo, se la risposta è "no" perché l'amore vince sempre.
Questo è davvero uno strano momento: dicevo due post fa di quanto io debba a mia madre e adesso ho l'occasione di renderle in parte il favore.
Mamma si è infortunata, una caduta le ha provocato un'infrazione alla testa del femore per la cui guarigione è necessario un lungo periodo di assoluto riposo. E siccome io abito al piano superiore, va da se, che mi sia praticamente trasferita a casa sua. Sembrerebbe un cambiamento da poco non fosse che le nostre routine giornaliere sono tutte diverse col risultato che mi ritrovo a fare su e giù quaranta volte al giorno (il che ha anche aspetti positivi sulla mia forma fisica, come ha prontamente notato papà camp), a passare ore e ore a cucinare e a non avere più tempo da dedicare a me stessa.
Che stanchezza! Che stress! Che amarezza!
Si perché la mia non è mica una famiglia normale: sul fratello cugino celibe non ci si può contare che già avrebbe bisogno lui di una mano con la mamma zia; sull'altro fratello idem, alla di lui moglie che lavora dal lunedì al sabato e che la domenica deve riposarsi non potrei chiedere nulla, pena pericolose incrinazioni dei sacri vincoli familiari e, dunque, sono sola. Oltretutto coi soliti problemi di malattie, medici e ospedali.
Pensare che mi sono fatta centinaia di ragionamenti sul fatto che Matteo sia figlio unico, su quanto possa sentirsi solo e su quanto la sua vita risentirà di questa nostra scelta!
Mah!
Che amarezza.
Oltretutto tra poco sarà il compleanno di Matteo e per una volta che mi ero messa d'impegno, già da metà ottobre, a pensare e iniziare ad organizzare la sua festa di compleanno (perché me l'aveva chiesta lui, coi suoi compagni di scuola), ho dovuto abbandonare tutto. Dicevo che i supereroi non mi stanno molto simpatici e proprio io non sono fatta per tollerare alti livelli di stress. Poiché mi ero messa in testa di affittare la sala, preparare il rinfresco, organizzare l'animazione ho dovuto prendere atto che non ce l'avrei mai fatta. Ne ho parlato con Matteo: l'ha presa abbastanza bene (certe volte questo bimbo mi fa davvero preoccupare), penserò a qualcosa di speciale da fare noi tre quel giorno (sempre se trovo qualcuno che mi "sostituisca") che è poi il modo che io preferisco per festeggiare il compleanno di Matteo.
Mi dico (in piena sindrome di Pollyanna) che questa è la cosa più giusta per me ma anche per Matteo, perché la vita è questa: spesso si mette di traverso e bisogna sapersi adattare. Pedagogia delle piccole cose.
Però che amarezza!
E quando le cose si complicheranno? Due genitori non più giovani e non in perfetta salute (ad essere precisi per papà si potrebbe usare l'espressione "sopravvivente per miracolo"), cosa accadrà?
Spero solo di fare in tempo a far crescere Matteo, con tutto il bene che voglio ai miei genitori, lui dovrebbe venire prima di chiunque altro.
P.S: per i motivi di cui sopra, non vi meravigliate e non vi preoccupate, cari preziosi lettori abituali, se in questo periodo non rispondo subito ai vostri commenti o se latito dai vostri blog: non ho davvero tempo ma ci sono e vi penso, tra un accudito e l'altro.
Da qualche giorno Matteo continua a parlare del suo Dojo: ha disegnato un progetto e contattato personalmente "zio Gino" (lo zio costruttor-riparatore) per definire l'inizio dei lavori e il suo svolgimento ed è tutto preso dalla sua "scuola di arti celesti".
All'inizio ho lasciato correre, tra il divertito e il compiaciuto, pensando che gli sarebbe passata come gli è venuta, questa fissazione. Ma i progetti e i discorsi continuano e, a malincuore, sto svolgendo il compito forse più sgradito a qualsiasi genitore, quello di custode e divulgatore del principio di realtà. E allora orsù coi tipici discorsi sull'età, sui costi, sui permessi (se, in questo Paese, burocrazia deve essere allora meglio iniziare subito a parlarne), sull'opportunità, ecc.
Pensavo questa cosa del dojo fosse positiva considerando che, solo fino a pochi mesi fa, Matteo mi diceva che non sarebbe andato via da casa nemmeno da "grande" (e se state pensando che questo bimbo io lo prendo troppo sul serio: è vero, avete ragione...) e che nella nostra casa ci potevano stare anche sua moglie e i suoi figli (...lo prendo sul serio perché mi fa troppo divertire) e invece...
E invece semplicemente Matteo ha bisogno di allontanarsi da casa perché, in questo momento, l'aria che vi si respira è pesante.
"L'estate da noi non è mica un periodo felice..." dice il mitico e infatti siamo sommersi dai soliti problemi, con in più il caldo e la noia.
Del resto è colpa mia: passi mio padre coi suoi problemi di salute per cui ogni tac, pet o analisi diventa un rebus di non facile soluzione; ma la zia anziana (madre di mio fratello) e il suo intervento di cataratta, e l'altra zia (mamma della cugina che, per me, è la sorella che non ho mai avuto) e il suo mieloma multiplo fresco di diagnosi, cosa c'entrano con Matteo?
Carissimo gigantino, la tua mamma è così: proprio non riesce a far finta di nulla, non che non ci abbia provato ma, quelle rare volte, ha constatato che, se fa finta di non vedere un problema quello, poi, diventa più grande e vanifica l'apparente tranquillità di cui aveva goduto fino ad allora.
Tu mi diresti, potendo, che non è giusto perché questa è, probabilmente, la tua ultima estate davvero senza pensieri, l'ultima da infante prima che anche tu venga sommerso dai tuoi impegni, di bambino certo, ma pur sempre impegni.
Io ti risponderei, volendo, che hai perfettamente ragione tanto più che ben mi ricordo di quella volta in cui il vecchio saggio mi disse:
"i genitori bisognerebbe imparare a mandarli a quel paese il prima possibile". Ma questo è una cosa che, più che dirti, preferirei insegnarti.
Il fatto, caro Matteo, è che non viviamo su una montagna e i problemi di chi ci è vicino, specie quelli delle persone a cui vogliamo bene, finiscono spesso col coinvolgerci troppo.
Mi dispiace: vorrei dirti cose diverse e un pochino più ottimiste ma, per il momento, non me ne vengono in mente.
Passerà anche questo periodaccio tu, intanto, goditi la tua cuginetta preferita, i vostri giochi e le vostre fantasie.
Anche se l'ultima volta non mi ha portato fortuna, ho da darvi una notiziona:
STO LAVORANDO!
Ma siccome sono un pochino scaramantica, vi do il lieto annuncio a pochi giorni dalla scadenza del contratto.
Le cose sono andate così: si era in febbraio e una sera mi chiama mio fratello (un uomo che per me è più di un fratello, difatti è anche un cugino) che fa l'autista di scuolabus, e mi chiede se potevo dargli una mano dal momento che l'assistente che lavorava con lui aveva bisogno di qualche giorno di stop per un'improvvisa malattia che aveva colpito sua madre. Più per fargli un favore che per altro, accetto; purtroppo le condizioni di salute della signora si sono dimostrate più gravi del previsto e la ragazza si è licenziata, dunque io ho preso il suo posto.
Funziona così: sveglia alle sei e un quarto, alle sette si parte e si inizia il giro dei bambini delle elementari. Io li aiuto a salire, vigilo che non si arrampichino sui sedili, che non inscenino incontri di pugilato, che non mangino (il soffocamento è una delle prime cause di morte tra i bambini), soccorro i malati e gli affetti da improvvisi malesseri (per lo più di natura psicosomatica) e, infine, li consegno a scuola sani e salvi. Quindi si ricomincia coi bambini della scuola dell'infanzia. Il tutto dura circa due ore. Poi torno a casa, dove mi aspettano le consuete attività domestiche, e riparto alle 13 per le elementari e alle 15 per l'asilo. Alle 16.30 circa ho finito. Amen.
Detta così è l'attività perfetta ma c'è qualcosa che mi sfugge, cos'è?
Ah si: Matteo!
Dio benedica le nonne delle mamme lavoratrici (anche part time)!
Non avrei nemmeno potuto pensare di lavorare (neanche part time) se non ci fosse stata mia madre ad occuparsi di Matteo. E così, mentre io ogni mattina do il buongiorno a circa sessanta bambini, lei lo dà all'unico a cui io vorrei sinceramente augurarlo. Per non parlare dei giorni in cui il piccolo è stato male, di quelli di chiusura dell'asilo, di entrata posticipata o di uscita anticipata: un vero percorso a ostacoli!
Giustamente Matteo all'inizio era scettico:
"Mamma perché vai al lavoro? Rimani con me."
"Amore ma mamma va al lavoro per guadagnare i soldini."
"Ma tanto se vai sul pulmino i soldini non te li da nessuno."
"Ma no amore, ti sbagli."
"No mamma: perché io ci vado tutti i giorni sul pulmino e a me i soldini non me li da nessuno."
La ferrea logica dei bambini.
Ma procediamo con ordine.
Dopo un mese di prova sono riuscita ad estorcere ottenere un contratto.
Tipico contratto part time, capolavoro di insigni giuslavoristi, politici e sindacalisti che dormiranno sonni tranquilli convinti di aver garantito un minimo di tutele a lavoratori che altrimenti non sarebbero stati tali o, al più, avrebbero lavorato in nero.
Bello davvero questo contratto se solo fosse tutto vero quello che c'è scritto. Nella realtà si finisce per andare a lavorare anche con trentanove di febbre e ad essere pagati solo per le ore effettivamente lavorate. Da questo punto di vista i mesi di aprile e maggio, tra festività, ponti, elezioni e gite scolastiche, sono stati un disastro.
Però intanto con questo "lavoro" perderemo le detrazioni per il coniuge a carico avendo io superato la fatidica soglia di 2840,51 euro di reddito LORDO annue.
Cose da pazzi, tanto vale lavorare in nero, simulare (ma neanche tanto) una condizione d'indigenza e ricevere il "giusto" sostegno standosene comodamente a casa!
Lavorare stanca e, nel mio caso, non paga.
Infatti aveva ragione Matteo, nella sua ignara ingenuità: ad oggi ho ricevuto solo un "acconto" pari a neanche due mensilità.
Mi dico che, nella mia situazione, non ho niente da perdere, a parte la fatica, e che comunque bisogna accontentarsi. Mi sembro la versione "italiana" della convintamente rassegnata Veronica
del resto cosa posso rimproverare al mio "donatore di lavoro": tra la concorrenza spietata, le tasse, la manutenzione dei veicoli, i ritardi nei pagamenti, le spese per i carburanti è chiaro che le retribuzioni dei dipendenti sono l'ultimo dei suoi problemi.
Sta di fatto che, come dice mio fratello (scapolo), "se uno con un lavoro del genere dovesse camparci una famiglia, starebbe fresco!".
Io posso permettermi di aspettare (perché il datore di lavoro di mio marito ancora ce la fa a pagarlo, anche se poco, ogni mese) e debbo aspettare, ché tanto c'è una fila così di gente che aspira a sostituirmi. Difatti, nonostante siano tutti soddisfatti di me, a settembre al mio posto ci sarà un'altra persona. Sarebbe un po' lungo spiegarvi perché, ma è sicuro.
Ecco, carissimi, vi ho appena illustrato, con parole semplici, quella che in economia si chiama "svalutazione interna" e che, dal momento che mi preme molto voi capiate quali cause e implicazioni abbia, vi chiarirò usando le parole del prof. Alberto Bagnai, autore del libro "Il tramonto dell'euro" che vi invito caldamente a leggere, nonché animatore del blog "goofynomics" che, pure, vi invito a seguire:
"Supponiamo che dagli Stati Uniti arrivi una raffica: la recessione globale. L'esempio non è scelto a caso: è quel che ci è capitato appena quattro anni fa. Cala la domanda mondiale, e quindi un Paese X vede diminuire le esportazioni (dall'estero comprano di meno), e si trova in deficit di partite correnti.
A questo punto i casi sono due: se il cambio è flessibile, si svaluterà naturalmente. Se invece il Paese ha un cambio fisso, l'aggiustamento è più doloroso e soprattutto più lento. Il calo della domanda estera, infatti, non può essere contrastato da un rapido adattamento del cambio. Dato che ora il prezzo della valuta è fisso, l'aggiustamento incombe sui prezzi dei beni, che sono più rigidi verso il basso, per un preciso motivo: per diminuire i prezzi, occorre tagliare i costi, e in primo luogo quello del lavoro, cioè i salari. E' quella che oggi si chiama "svalutazione interna": la svalutazione del salario, alla quale è giocoforza ricorrere quando non si può svalutare il cambio.
Avrete intuito quale sia il metodo per far accettare questi tagli: reprimere diritti e garanzie dei lavoratori, in particolare aumentando la "flessibilità in uscita", grazioso eufemismo che indica la facilità di licenziare. Questa serve ad aumentare la disoccupazione, in modo che anche sul mercato del lavoro entri in gioco la legge della domanda e dell'offerta. Quando le persone che si offrono di lavorare sono molte più dei posti disponibili, i salari calano. Ma con il taglio dei salari cala la domanda interna, calano i redditi, e con la caduta dei prezzi, il valore reale dei debiti da rimborsare cresce. Del resto, la deflazione fa sì che il debitore guadagni di meno (tagli dei salari), ma non riduce l' importo contrattuale del debito, che quindi diventa più oneroso a mano a mano che l'aggiustamento va avanti. Questo vale anche per il governo, che a causa del rallentamento dell'attività economica vede ridurre le entrate fiscali e aumentare le uscite, ed è costretto a infierire con nuove tasse per mantenere i conti in equilibrio, il che, ovviamente, non migliora la situazione dei debitori privati.
Vi ricorda qualcosa? Si, è proprio la stagdeflazione della quale parlava Roubini (2006). Stagnazione, perché l'economia rallenta; deflazione, perché prezzi e salari scendono. Perché succede? Semplicemente perché l'aggiustamento dei prezzi e dei salari, che dovrebbe rilanciare la competitività e far ripartire l'economia grazie alla domanda estera (esportazioni), uccide la domanda interna prima di riuscire a rilanciare quella estera. Questo è ciò cui stiamo assistendo nell'Eurozona, e il legame con la rigidità del cambio dovrebbe essere abbastanza evidente.
Ecco, ora lo sapete: le leggi economiche non possono essere represse impunemente. Se sopprimete la legge della domanda e dell'offerta nel mercato valutario, inseguendo il sogno della stabilità del cambio, poi dovrete lasciarla agire sul mercato del lavoro, dove si presenterà come incubo della disoccupazione, o dell'emigrazione."
A. Bagnai, "Il tramonto dell'euro", Imprimatur, 2012, p.p. 79, 80.
Ecco uno dei motivi (magari fosse il solo) per i quali ce l'ho tanto con l'euro e perché vorrei che si diffondesse la consapevolezza generale che l'euro non è solo una moneta ma una precisa modalità di gestione economica e politica di un'intero continente, che sta portando ampie fette di popolazione sull'orlo del baratro.
A quelli di voi che stanno pensando che sono catastrofista ricordo che sono in buona compagnia, come i risultati delle scorse elezioni europee dimostrano, magari siete voi ad essere un tantino fuori dal mondo, pardon, dall'Europa.
Vi prego, per me e per voi, informatevi lasciando da parte i vostri pregiudizi: ne va del vostro benessere e di quello dei vostri figli.
Di questo passo, un giorno, neanche troppo lontano, potreste essere voi a dire "se questo è un lavoro" e sareste ancora delle persone fortunate, perché potrebbe anche darsi il caso che il vostro lavoro lo perdiate.
Questo è quello che sta accadendo, ogni giorno, a centinaia di italiani, questo è un destino che l'Italia non merita e che possiamo cambiare a patto di iniziare a guardare la realtà in maniera diversa, più pragmatica e realista.
E come ogni anno si è ripresentato il problema di festeggiare il suo compleanno.
Si perché per me questa cosa rappresenta una scocciatura, un peso, un impegno che tenderei ad evitare. Mi rendo conto che un simile atteggiamento, se non denuncia qualcosa di patologico, quantomeno evidenzia un che di significativo ma, per quanto io ci pensi su, non riesco davvero a scoprirne le cause. Ogni anno aggiungo pezzettini di spiegazioni: quest'anno mi son detta che sono una persona incapace di sopportare l'ansia, anche quella minima connessa all'organizzazione di una festicciola di compleanno e che, a ben guardare, questo problema avrei dovuto affrontarlo tanti anni fa.
Comunque non ho potuto non tener conto dei desideri di Matteo. A dire il vero siamo giunti ad un compromesso. Invece della festa di compleanno con i coetanei (per carità: un'orda di bambini scalpitanti dentro casa, per di più accompagnati dai genitori) abbiamo optato per una cena con nonni, zii e cugini, "appena" 15 persone. Il tutto in piena emergenza "dai, dai che dobbiamo sbrigarci a raccogliere le olive prima che un'improvvisa grandinata ce le butti tutte per terra".
Alla fine ce l'abbiamo fatta ed è stata una bella festa, nulla è andato storto (come sempre capita alle persone ansiose) e, cosa più importante, Matteo era felicissimo.
Cosa non farebbe un genitore per rendere felice suo figlio?
Si dovrebbe aver paura di rispondere a questa domanda.
Il mio gigantino (25 kg. di peso per 117 cm. di altezza) ha 5 anni;
sono tanti, sono pochi, corrispondono alle sue effettive competenze cognitive, emotive e sociali? Non saprei e non sono interessata a saperlo. Mi basta vederlo sereno, vivace, dolce e pieno di fantasia.
E però l'anno prossimo Matteo andrà a scuola e, quando ci penso, le mie sicurezze cominciano a vacillare.
La sera prima del suo compleanno gli ho detto:
"Ma lo sai che cinque anni fa, a quest'ora, tu ancora non c'eri? E dove stavi?"
E lui, prontamente:
"Con la cicogna!".
E ancora: spesso mi dice che da grande vuole fare il supereroe per salvare le persone ma che per farlo ha bisogno che il papà gli costruisca una spada vera; allora io gli dico che anche i medici o i pompieri salvano le persone e lui mi risponde che però solo i supereroi combattono i cattivi.
Insomma Matteo, ancora immerso in una dimensione dominata dalla fantasia, l'anno prossimo inizierà a fare i conti con la realtà.
Pensare che, per quanto male se ne possa dire, il sistema scolastico italiano funziona bene e ormai le maestre posseggono le competenze pedagogiche necessarie e sufficienti per gestire l'ingresso a scuola dei bambini, non mi tranquillizza.
Forse perché non è di essere tranquillizzata che ho bisogno: ho bisogno di essere consolata.
Insensatamente sono triste perché penso che Matteo sta crescendo; presto il pensiero razionale, la crescente autonomia, la complessità emotiva, il senso del pudore prenderanno il sopravvento trasformando un bambino che appena adesso comincio a comprendere in un essere ancora più complesso.
Mi sforzo di essere ottimista, mi dico che sono abbastanza presente e attenta da cogliere il cambiamento ed accompagnarlo.
Succede di continuo: la sera del suo compleanno, tra lo scompiglio che ogni festa ben riuscita si porta dietro, mi sono lasciata sfuggire una domanda un po' scorretta:
"Allora Matteo che ne pensi: papà e mamma se lo sono meritato un bacio per questa festa che ti hanno preparato?"
e lui, voltandosi verso il padre e con un tono per niente interessato né compiacente:
"Papà, grazie per questa bella festa".
Ecco, mi sarei aspettata che corresse verso di noi per darci un bacione o che rispondesse: "si mamma" invece la sua risposta è stata sorprendente; a parte il senso di riconoscenza che ho percepito nella sua voce, quello che mi ha colpita è stata l'elaborazione personale e autonoma della risposta. Ho realizzato in quel momento che il cervello di mio figlio inizia a funzionare in modi che non sono più prevedibili come accadeva fino a poco tempo fa.
E quel rivolgersi al papà invece che a me è stata una cosa che davvero mi ha riempito il cuore di gioia. Cominci a capire, caro Matteo, che l'amore è qualcosa di diverso dall'affettuosità?
E ancora: da qualche notte Matteo si addormenta da solo. Dopo esserci preparati e aver letto uno dei suoi libri ("uffa mamma ma tu mi regali sempre libri!") mi dice:
"adesso mamma vai di là perché io dormo da solo e non venire a controllare". Il tutto all'improvviso senza che io gli "suggerissi" alcunché.
Evidentemente il gigantino deve aver conosciuto la signora vestita di luceviola
"Ma quando è stato?" mi son chiesta, "Quando è passata? Possibile che io non mi sia accorta di nulla?
Con questo ritmo in quest'anno potrebbero accadere cose sorprendenti e decisive anche al netto di quel tipico andamento altalenante di molti bambini (compreso il mio) che spesso tendono a "tornare indietro" verso modalità comportamentali e sociali tipiche di fasi di sviluppo precedenti, come fossero tanti piccoli gamberi.
Dunque non mi resta che tranquillizzarmi e farmi una ragione del fatto che mio figlio sta crescendo.
Smetterà (forse) di essere l'infante dolce e affettuoso che è adesso ma potrebbe sempre diventare un bambino altrettanto sorprendente.
"Il processo viene fissato per il 26 giugno. Ma in maggio i superstiti ricevono un'altra stangata: la Cassazione ha trasferito il dibattimento a l'Aquila per "legittima suspicione". Cos'è? si domanda la gente. "Hanno ritenuto che voi siete d'impiccio; potreste organizzare disordini". Sempre in maggio, la stessa Corte di Cassazione revoca il mandato di cattura per Biadene e Tonini. La speranza di giustizia dei sopravvissuti, implorata e gridata per quattro anni, si fa più tenue. Ma si continua a lottare. I consigli comunali di Longarone, Castellavazzo, Erto divulgano una "lettera aperta al popolo italiano" appellandosi al Paese, al capo dello Stato, al parlamento, alla magistratura. Ma tutto avviene, d'ora in poi lontano da loro e contro di loro. Il Vajont sta assumendo un'altra dimensione per la coscienza pubblica: è divenuto un luogo turistico da visitare. Con curiosità, forse con pietà, mai con ribellione."
"Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" Tina Merlin
Sono passati cinquant'anni da quel 9 ottobre del 1963 giorno in cui si è verificata una delle tragedie più dolorose della storia d'Italia.
Sarei nata più di dieci anni dopo e per moltissimo tempo ho vissuto senza sapere ciò che era successo, poi nel 1997 ho visto "Il racconto del Vajont 1956/9-10-1963"
di Marco Paolini e, da allora, il Vajont è diventata parte integrante della mia storia.
Certo: la bravura di Paolini, che spiega cosa è avvenuto con semplicità e chiarezza, con un'ironia che lentamente si tramuta in drammaticità, ha avuto un peso ma la cosa sarebbe potuta finire lì e invece ho pure letto il libro dal quale lo spettacolo di Paolini è stato tratto "Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" di Tina Merlin .
La tragedia del Vajont mi è subito sembrato uno di quei drammi che non rimane sepolto dagli anni che passano, vivido nella memoria dei sopravvissuti e di pochi altri, tragico errore verificatosi una volta per tutte e mai più. No: a conoscerlo un minimo si capisce bene che "il caso Vajont" ha tanto da insegnare a noi italiani e, semmai sia possibile trarre qualcosa di buono da una tale tragedia, allora è adesso (e sarà sempre) il momento giusto per farlo.
Dunque cosa ho capito di questa tragedia?
Prima di tutto che il Vajont non è stata una "catastrofe naturale" ma un vero e proprio "eccidio" come peraltro denunciò subito chi ebbe modo di conoscere da vicino alcuni dei dirigenti della "SADE" (la società che che costruì la diga) e come ci ricorda oggi chi, memore di quella consapevolezza, si è deciso a parlare. Tutto il libro della Merlin è un'accorata testimonianza degli sforzi che ella fece per aiutare gli abitanti di Erto e Casso,"montanar, cuntadin, gnuranti", come li definisce Paolini, a far valere i propri diritti. Loro quella diga non la volevano, in principio perché la sua costruzione avrebbe comportato l'allagamento dei terreni su cui sorgevano le loro case e che coltivavano, poi perché iniziarono a vedere che il monte Toc si stava muovendo come mai aveva fatto a memoria d'uomo. Ma a nulla valsero le loro proteste, la società costruttrice arrivò persino all'esproprio forzoso creando conti bancari sui quali accreditò le somme che dovevano "risarcire" i proprietari dei fondi. L'Italia di quegli anni aveva bisogno più che mai di energia elettrica. Tutto il resto passò in secondo piano.
Ora, mi rendo conto che il paragone farà storcere il naso a molti ma quando penso alle proteste della gente del Vajont non posso fare a meno di pensare ai no TAV. Certo le opere in questione sono molto diverse tra loro come pure i rischi legati alla loro realizzazione tuttavia siamo, anche qui, difronte ad un dissenso forte che invece di essere ascoltato e compreso, al limite mediato, viene ignorato bellamente nonostante ci siano decine di studi scientifici che denunciano la sostanziale inutilità dell'opera.
Passano gli anni ma non cambiano le modalità con le quali il potere cerca di imporre le sue decisioni ai cittadini. Nessuno sembra essere disposto ad imparare dagli errori di chi ci ha preceduto anche quando sono grandi come una montagna, che sia essa franata o bucata.
Ma allora non si può trarre nulla di buono dall'eccidio del Vajont? Possibile che tutto il dolore scoppiato in quattro minuti e ancora vivo tra i sopravvissuti, tra i soccorritori, tra quelli che videro coi loro occhi e quelli che vedono solo adesso, non serva a niente?
E' comunque degno di nota e positivo che a distanza di cinquant'anni lo Stato chieda scusa e ammetta che la "tragedia" del Vajont poteva essere evitata ma questa ammissione diventa sterile e quasi offensiva se non la si cala nell'odierna realtà del nostro paese.
Ecco mi piacerebbe, perché sarebbe il modo migliore di rendere omaggio ai 1917 morti e ai loro parenti, che il Vajont non fosse solo un doloroso ricordo che tocca la nostra dimensione umana ma un vivo promemoria che dirige la nostra condotta civile.
Questo lo dobbiamo alle vittime di allora e ai sopravvissuti di oggi; questo sarebbe il modo migliore per onorare la memoria di quanti allora persero la vita per essersi fidati di uno Stato che non ha saputo garantire il loro diritto più grande.
Alle vittime del Vajont, ai loro familiari, ai sopravvissuti, ai soccorritori e a tutti coloro che vissero e vivono ancora un dolore troppo grande per essere sopportato da un essere umano.
"Perché all'asilo si fanno sempre i lavoretti...lavoretti, lavoretti, lavoretti. Io mi sono stufato di tutti questi lavoretti. Io voglio solo disegnare, a me mi piace solo di disegnare.
E poi devo sempre rimettere le cose a posto: se io dipingio, allora poi devo rimettere i colori a posto. [e mica stai a casa]
E quando chiedo quando arriva papà, la maestra mi sgrida sempre.
E poi sto sempre solo, nessuno gioca con me e io sono stufo di stare tutto il tempo solo.
E quelle gocce che mi metti al naso sono disgustose e io non le voglio più."
Ecco qui la vibrante protesta espressa da Matteo l'altra sera, ho cercato di riportare fedelmente le sue parole ma ero troppo presa dalla veemenza dell'esternazione e dal tentativo di controbattere (che non riporto perché irrilevante) che non ho memorizzato fedelmente.
Di che parlare prima: della soddisfazione provata nel constatare che il gigantino sa esprimere i suoi sentimenti, della preoccupazione per questo rifiuto dell'asilo o della mia violenta reazione di rabbia quando ieri mattina non c'è proprio stato verso di farlo uscire di casa?
Ecco cominciamo da qui. Io sono per la non violenza, soprattutto verso i bambini: rispetto i loro tempi, i loro pensieri, la loro sensibilità. Al limite posso arrivare a dire "se qualcuno ti picchia, ALLORA picchialo anche tu, Matteo" e anche questo mi pesa. Ci sono tuttavia momenti in cui non posso fare a meno di usare tutta l'autorità connessa al mio ruolo genitoriale in maniera aggressiva e violenta. Chiaro che non sto parlando di violenza fisica ma della più sottile e pericolosa violenza psicologica. Per cui ieri mattina dopo aver sbraitato furiosamente e sfogato la mia rabbia sbattendo violentemente a terra quello che mi capitava in mano, ho imposto a Matteo di non muoversi dalla stanza da letto. Dopo circa un'ora, durante la quale mi ha più volte chiamato senza ottenere risposta, l'ho cambiato e gli ho fatto fare colazione, quindi gli ho comunicato che per punizione per tutta la giornata non avrebbe potuto vedere la tv né giocare con il pc. Ho tenuto un'espressione indisponente per tutta la mattinata. Ebbene, dopo il mio comportamento in sé, la cosa più triste è stato constatare quanto bene funzionino questi atteggiamenti: addirittura ad un certo punto è arrivato a dirmi: "e va bene allora ci vado all'asilo". Violenza e autoritarismo sono tra gli atteggiamenti apparentemente più efficaci che un genitore possa adottare per fronteggiare l'individualismo di un bambino piccolo, da qui la loro pericolosità. Non ho mai pensato di essere una madre infallibile ma ieri ho toccato il fondo.
C'è poco da aggiungere tranne che mi sono davvero arrabbiata: "Perché non vuole andare all'asilo, non avevamo superato questo momento?" continuavo a pensare mentre rimettevo mano ai programmi per la giornata che mi ero fatta la sera prima. A pensarci adesso, tra neve e influenza, la continuità didattica ultimamente si è un po' interrotta e questo di per se può spiegare l'atteggiamento di Matteo. Comunque domani andremo a parlare con la maestra soprattutto per verificare se davvero si sta isolando dai suoi compagni, che è la cosa che mi preoccupa di più. Spero di non trovare il solito atteggiamento semplicistico della serie "ma no, non è niente, va tutto bene, non si preoccupi", Matteo è un furbetto ma non un mentitore. E comunque con i bambini la realtà e la sua oggettività hanno un importanza relativa rispetto alla loro personale percezione delle situazioni.
E veniamo all'unico aspetto positivo della faccenda: sono rimasta letteralmente rapita dall'intensità e dalla chiarezza con cui il gigantino ha saputo esprimere il suo disagio. Era un'onda di piena, tanto preso da rimproverarmi anche per le gocce al naso, già che c'era. Una perfetta corrispondenza tra lo stato emotivo provato, che ho dedotto facilmente dal suo linguaggio corporeo, le parole usate per esprimerlo e la sua capacità di mantenere il turno di conversazione. Ecco: una delle cose che ci terrei ad insegnare a Matteo è la capacità di esprimere il suo disagio, non necessariamente a me quanto soprattutto a se stesso perché penso che questa abilità sia necessario fondamento dell'equilibrio psichico. Se infatti è vero che i bambini sono maestri e infaticabili cultori dell'arte del capriccio è altrettanto estrema la loro capacità di adattarsi, per amore dei genitori, a qualsiasi sforzo gli venga chiesto ma questa abilità, se abusata o usata impropriamente, è l'anticamera dell'infelicità.
A dispetto dell'ostentata sicumera si accettano consigli.
Ci sono parole che, quando escono dalla bocca di un bambino, fanno un effetto sgradevole, al limite del volgare.
Da giorni ormai Matteo usa l'aggettivo "morto". Quando gli ho chiesto dove avesse sentito quella parola mi ha risposto: "all'asilo, la maestra mi ha detto che quando le persone vanno in cielo, come nonno L., moiono".
Ecco appunto: nonno L. morto un anno prima che Matteo nascesse e per questo, per reazione a questa cosa che ho sempre considerato un'ingiustizia, da sempre presente nelle nostre conversazioni. "Nonno L. è in cielo, non può tornare qui, ma dal cielo ti guarda sempre perché ti vuole tanto bene e quando fai le ninne lui viene a trovarti e con la sua macchina speciale che vola ti porta a spasso tra le nuvole".
Ogni tanto qualche accenno a chi era, alle tante cose che sapeva fare, alle sue passioni. Poco però, perché credo sia più giusto che a raccontare il nonno che è in cielo siano il papà, la nonna e gli zii di Matteo. Io mi limito a colmare un vuoto che l'assurdità di una morte non ancora accettata e metabolizzata rischiava di creare.
Sono infastidita da questa "ingerenza" della maestra. Mi si dirà che è normale, che i bambini prima o poi incontrano anche gli aspetti sgradevoli della realtà, che così crescono, che questa maestra, alla fine, mi ha fatto un favore, che poco importano le parole quando la realtà che esse significano è tanto incontrovertibile e definitiva.
Sarà, ma io questa tendenza a far scontrare i bambini, anche molto piccoli, col principio di realtà, non l'ho mai condivisa.
Mia cognata ha comprato a mia nipote (5 anni) un CD in cui viene spiegato come nascono i bambini. E' stato molto imbarazzante ma ho dovuto dirle che non lo facesse vedere a Matteo; il gigantino pensa ancora che i bambini li porti la cicogna. Suppongo che la prima volta che si accorgerà di una donna in avanzato stato di gravidanza, avrò molto da ingegnarmi ma inventerò qualcosa. Come quando mi ha chiesto cosa fosse l'ombelico e io: "Ti ricordi quando ti ha portato la cicogna? Lei ti teneva per una specie di cordicella attaccata al tuo pancino, prima di volar via l'ha tagliata e ha fatto un nodino, ecco quello è l'ombelico!".
Sui fatti importanti della vita bisogna dare ai bambini, ma anche agli adulti, spiegazioni che siano in grado di gestire non semplici parole, per quanto precise.
Quest'estate all'ennesimo discorso su nonno L. che sta in cielo, papà camp si è sentito porre da Matteo la seguente richiesta: "papà se nonno L. sta in cielo, allora prendiamo un aereo che va in alto, altissimo e andiamo a trovarlo!". Dove abbia trovato la prontezza di spirito per rispondere, non so (a me è venuto da piangere quando me lo ha raccontato e anche adesso che ci ripenso) ma papà camp ha replicato: "no Matteo, non possiamo andare a trovare nonno L. perché se si va in cielo poi non si può più tornare indietro".
Una bella esperienza quella chiacchierata tra padre e figlio, franca e senza menzogne pur non avendo mai usato la parola "morto".
Questo è un post di sfogo solo che non ne ho ben chiari gli argomenti dunque è molto probabile che ne venga fuori qualcosa di vago, indefinito e vagamente lamentatorio quindi vi dispenso formalmente dai commenti (ma se vorrete farli vi benedirò dal profondo del cuore).
Sono nervosa e irritabile.
Si potrebbe pensare sia l'autunno che su certe tipologie di personalità fa sempre qualche effetto notevole. I primi freddi, le piogge, la luminosità diurna che diminuisce. Non fosse che non fanno che ripeterci che quest'autunno è insolitamente caldo e la gente la domenica va al mare come fossero i primi di settembre.
Saranno i problemi con Matteo. Macché! Ci vuole coraggio a dire che il gigantino crei problemi oltre a quelli naturalmente connessi al dover gestire, da sola, un concentrato di energia e voglia di giocare. Coi bambini è così: "tutti li vogliono ma nessuno se li prende", mai nessuno che si presentasse all'uscio di questa casa dicendo "tranquilla, rilassati un po', Matteo questo pomeriggio sta con me". Io poi non lascio trasparire nulla e non chiedo aiuto salvo poi, all'improvviso, adottare l'espressione "tieniti a una distanza di almeno due metri da me, è per il tuo bene" e cominciare a sbattere tutto quello che mi trovo per le mani. A quel punto però è già troppo tardi.
Ieri sera ho visto "La solitudine dei numeri primi", avevo letto il libro senza trovarlo tutto questo caso letterario che è stato. Il film invece mi ha colpita molto. In particolare il cambiamento fisico dei personaggi principali dalla prima giovinezza alla prima età adulta. Alba Rohrwacher (cui consiglierei senz'altro di cambiare cognome) in particolare è incredibile. Passare dai ventiquattro anni pieni di presunzione di forza e insicurezze controllate ai trentuno in cui ci si è fatti totalmente travolgere da tutto il dolore cui nel frattempo non si è riusciti a dare una spiegazione era difficile, lei è stata credibilissima. Insomma mi è venuta in mente quella frase di Svevo (mi pare) "la vita è una malattia" sempre mortale, aggiungerei. E il corpo registra infallibilmente le cicatrici che questo morbo ci lascia. Certo per alcuni la malattia è blanda ma altri ne verranno travolti e il loro corpo ne riceverà segni indelebili.
FINE PRIMA PARTE (tra un po' si pranza, arrivederci a quando potrò per le farneticazioni seguenti).
Quando Matteo aveva poco più di due anni, sua zia gli regalò una canna da pesca giocattolo; mentre ci giocava col papà è accaduto un piccolo miracolo: papà camp se ne usci con questa frase: "Maatteo impugna la canna da pesca come faceva papà". Per farvi inquadrare la situazione dirò che mio suocero è morto più di un anno prima della nascita di Matteo.
Quando è nato mio nipote, io che non sono brava a riconoscere i tratti dei genitori nei neonati, vidi sul suo volto un'espressione caratteristica del padre.
I nostri figli, che ci piaccia o no, non sono nostre emanazioni esclusive, si portano dentro piccoli pezzi di tante altre persone. Amarli significa, quantomeno, voler bene a questi "altri".
Per dire che i principali responsabili del dramma del piccolo Leonardo sono i suoi genitori. Che poi la cosa si sarebbe dovuta fare in modo diverso, non c'è dubbio. "Zia come faccio?" ha urlato Leonardo mentre degli estranei lo trascinavano a forza via dalla scuola come si farebbe con delinquente. Che li assume a fare lo stato italiano gli psicologi, per fare che?
Ma dicevo che la colpa maggiore è dei genitori. Della madre che dopo due tentativi di prelievo forzato, ha permesso che si arrivasse al terzo e del padre cui vorrei tanto dire che non basta pranzare e cenare con un bambino che ha vissuto un tale dramma e poi metterlo a letto per sentirsi a posto con la coscienza.
Non ci sono argomenti che possano giustificare i "danni collaterali" della personale guerra che si stanno facendo.
Spero tanto che Leonardo possa recuperare un po' di tranquillità lontano da entrambi, spero che possa avere vicino adulti responsabili che lo aiutino a capire quello che è successo e il suo ruolo in questa storia.
Mi auguro che tutti quelli che hanno sbagliato in questa brutta storia abbiano la decenza, un giorno, di guardarlo negli occhi e di chiedergli scusa.
L'anno scorso l'apparato urinario maschile mi dava molto da fare e da pensare, quest'anno pure...
PIPI’:
Spesso noi genitori del tutto arbitrariamente chiediamo ai nostri figli di fare
cose che ancora non sono in grado di fare, ci investiamo tempo e dosi
eccezionali di calma e pazienza per lo più senza ottenere risultati o, quando li
otteniamo, sottoponendo i nostri figli a stress inutili e dannosi.
Un anno fa, di questo periodo, ero angosciata dal problema dello spannolinamento,
più tardi avrei provato con impegno e tenacia ottenendo l’unico risultato di
indisporre Matteo e indispettire me stessa. Fortuna che alla fine sono una
persona intelligente e ho rimandato tutto a data da destinarsi.
Oggi
Matteo mette il pannolino solo quando dorme ed è capace di riconoscere e
controllare (il più delle volte) lo stimolo alla minzione. Manca ancora
l’abilità di abbassarsi i pantaloni e le mutandine e una certa naturale
confidenza con le sue parti intime, ma verranno.
Ecco:
stava tutto nell’aspettare il nostro momento giusto. Mi stupisco sempre nel
constatare come la crescita dei bambini proceda per “balzi”. Dopo un intero
inverno in cui ha portato il pannolino, nel giro di pochi giorni, Matteo ha
subito “afferrato” quella serie di comportamenti necessari a fare senza.
POPO’:
in compenso qui non ci siamo affatto. Matteo non ce la fa proprio a farla nel
water e neppure nel vasino. Quando mi accorgo che è il momento lo invito ad
andare in bagno ma lui mi dice “no mamma vai via, esci!"; dopo qualche minuto si
ripresenta col passo impacciato e il visino piagnucoloso di chi non ha fatto la
cosa giusta ed è dispiaciuto. A me fa tanta tenerezza. Sto cercando di capire
cosa c’è sotto ma non posso influenzarlo con troppe domande. L’altro giorno
salta fuori che “la cacca fa paura”, ignoti, tuttavia, restano ancora i motivi
di tale timore; allora gli ho detto “la prossima volta chiamami che ti aiuto io a spaventarla”.
Sarò
mica più infantile di mio figlio?
PAPA’:
mentre l’apparato urinario di Matteo si sviluppa, quello di papà involve: si è
verificata una complicazione classica legata all’intervento che ha subito e ha
perso la funzionalità di un rene. Per salvare l’altro, dovrà sottoporsi ad
un'altra procedura non priva di conseguenze per la residua qualità della sua
vita. Adesso è tutto chiaro ma è da febbraio che tra inutili e ineluttabili perdite di tempo, tentativi ed errori e ricoveri prolungati questa cosa va
avanti e, proprio adesso che arriva la parte più complicata, io ho perso un po’ dell’energia necessaria. Ma tanto la ritroverò, lesinando a destra e a manca,
perché io allo sguardo spaurito che mio padre (a ragione) assume in certi
momenti, non sono capace di resistere.
Il
giorno in cui ho partorito portavo al collo una collanina sottile con un
ciondolo a forma di cuore. La mia vicina di stanza mi ha suggerito di
toglierla, ché mi avrebbe dato fastidio durante il travaglio, un po’ impaurita
l’ho tolta e l’ho messa dentro il portafoglio. E’ rimasta lì per qualche mese,
prima che mi decidessi a riporla per bene.
Unico
ornamento di quel periodo è stato il braccialetto di identificazione azzurro
che associava infallibilmente me a mio figlio. Penso di averlo tenuto al polso
per circa due mesi, suscitando la curiosità preoccupata di parenti, amici e
conoscenti. L’ho tolto quando ho iniziato a superare il trauma del parto.
Successivamente, un
giorno qualunque del primo anno di vita di Matteo, ho sentito la voglia di
rindossare una collanina. Ne ho molte, e ho molti ciondoli, fatti per lo più di
pietre dure dalle forme anticheggianti. Quel giorno scelsi un ciondolo con una
pietra color viola scuro e una collanina in oro bianco. L’ho messa e non l’ho
più tolta, salvo quando me lo ha chiesto Matteo.
Adornarsi
è un’attività specifica dell’essere umano, anche tra le popolazioni meno
evolute tecnologicamente, dunque è chiaro che i bambini, nella misura in cui
crescendo ripercorrono l’evoluzione filogenetica dell’uomo, esprimano questo
bisogno. Eppure quando Matteo mi chiede “mamma mi dai la tua collana?” non ha
semplicemente voglia di essere più bello né sta solamente esprimendo il suo
gusto estetico; piuttosto questa domanda fa il paio con “mamma adesso ti regalo
questa così fa le ninne con te” frase che mi dice alla sera, nel lettone,
porgendomi una delle sue macchinine mentre nelle sue manine ne stringe altre
due.
Così,
ogni tanto e solo dietro sua richiesta, io tolgo la mia collanina e gliela
metto al collo e lui è felice e soddisfatto. Poi aspetto, per lo più qualche
ora, il momento in cui ad essere felice e soddisfatta sono io perché lui mi
guarda e mi dice “adesso mamma toglimela”. Felicità un po’ amara di ogni mamma
che vede il suo bimbo crescere.
Non
mi importa se la gente ci guarda incuriositi, non mi interessa cosa possano
aver pensato le maestre o i suoi compagni d’asilo perché ogni volta che Matteo
chiede la mia collana io penso che lo faccia perché ha bisogno di sentirmi
vicina.
Mi
tornano in mente le parole della nostra pediatra: “ai bambini bisogna saper
dire anche di si, non solo di no” e bisogna anche sforzarsi di capire il senso
delle loro richieste, aggiungo io.
Così
la mia collanina addosso a lui sta a significare la sua capacità di esprimere
il bisogno della mia vicinanza e la mia sensibilità a cogliere tale bisogno.
Ebbene, tutto questo significato ogni tanto si scontra con la superficialità di chi sta
accanto alla coppia madre-figlio: l’altra mattina Matteo ha chiesto la
collanina, io gliel’ho messa al collo e dopo averlo lasciato dalla nonna, l’ho
rivisto solo alla sera. Allora, dopo esserci salutati, dopo aver giocato un po’, mi si
avvicina e mi chiede di togliergli la collana, io lo faccio, lui scappa dentro
casa. Appena lo vedono, sento la nonna esclamare: “finalmente hai tolto quella
collana da femminuccia” e poi la zia “devi dire a mamma di comprartene una da
maschietto”.
E’
chiaro che nulla di irrispettoso nei miei confronti può essere ravvisato nella
parole di nonna e zia eppure all’ascoltarle ho sentito, in sottofondo, il
fragore prodotto dai movimenti di un elefante in una vetreria di Murano. “Crac,
crac, crac”: oggetti di indicibile finezza e delicatezza travolti da zampe
talmente tozze e dure da non essere neppure ferite dai cocci.
Ferita
però mi sono sentita io, al pensiero che Matteo potesse trovarsi d’accordo con
un ragionamento che, oggettivamente e logicamente, non fa una piega e che pure,
se lui ne fosse rimasto colpito, potrebbe porre fine a questo nostro gioco.
Falcone e Borsellino io li metto nel computo dei grandi italiani e dell'Italia con la "I" maiuscola e tuttavia ogni volta mi dico che il loro sacrificio si doveva evitare.
Mi pare superfluo aggiungere altro e poi le parole mi mancano; allora farò parlare, o meglio cantare, Daniele Silvestri perché i grandi artisti hanno il dono di saper esprimere i sentimenti di tanti.
La prima canzone è "l'appello" dichiaratamente dedicata a Paolo Borsellino, non vi fate ingannare dalla melodia scherzosa, il messaggio è serissimo: al di là delle pubbliche contrizioni, dopo venti anni rimangono zone oscure in questa vicenda che nessuno riesce, o vuole, chiarire.
Noi siamo ancora qui a denunciarlo.
La seconda canzone "in un'ora soltanto" non ha probabilmente legami con le vicende di Falcone e Borsellino eppure, fin dal primo ascolto, a me ha fatto pensare a loro, alle loro vite, che non erano fatte solo di lavoro, che avevano una dimensione privata, che sono state spazzate via con violenza cieca e disumana;
"Niente resterà come prima" dice Daniele, ecco questo è l'impegno che noi tutti dovremmo prenderci per dare un senso alle stragi di Capaci e via d'Amelio. Soprattutto adesso, a distanza di venti anni. Altrimenti tutto sarà stato inutile.
Che tristezza: ieri sera ho scoperto che il "rimborso" elettorale va in base al numero degli iscritti nelle liste elettorali e non in base a quello degli effettivi votanti. Siete mica a conoscenza di qualche causa di sospensione temporanea del diritto di voto?
Che tristezza, ragazzi!
Che sfiducia generalizzata!
Quando è nato Matteo non ho potuto fare la donazione del sangue del cordone ombelicale perché nell'ospedale dove ho partorito non si fa. Mancano i soldi per organizzare il trasporto dei campioni alla più vicina banca del sangue. Se dimezzassimo i fondi ai nostri partiti, con il resto, quanta speranza dite che riusciremmo a "trasportare" in giro per l'Italia? Quanta vita?
Che rabbia!
Anche se risultasse essere l'unico parlamentare "pulito" della Lega Nord, non perdonerò mai a Maroni di aver buttato una cifra stimabile fra i cinquanta e i settanta milioni di euro per aver deciso che gli ultimi referendum si svolgessero in un giorno diverso da quello delle elezioni. A nulla valsero i tentativi di comunicazione. Già a me questo fatto di non riuscire a sapere con precisione se erano cinquanta o settanta milioni da ai nervi. Perché la differenza tra settanta e cinquanta è venti. Sapete cosa ci si potrebbe fare con dei soldi che non sappiamo nemmeno bene se abbiamo speso o no? Con venti milioni di euro si bonifica Broni il comune dove ha sede la Fibronit fabbrica che utilizzava amianto per la produzione di cemento. Morti ci sono stati e morti continueranno ad esserci, per anni. E quanto amianto c'è, sparso ancora per l'Italia? Se con ventuno milioni di euro si bonificano i disastri della Fibronit, con cinquanta milioni o settanta, a quanto amianto prossimo a noi possiamo impedire di entrarci nei polmoni?
Maroni non poteva saperlo né prevederlo e magari, l'avesse saputo, se ne sarebbe altissimamente stracatafottuto ma quei cinquanta o settanta milioni di euro sono per me diventati una sorta di metro magico. Ci misuro le cifre esorbitanti che ruotano attorno alla politica e le comparo con la vita reale.
E mi ritrovo a pensare che per una questione di principio, si, ma soprattutto per una di soldi, io i miei quattro euro non li voglio dare a chi ne non ne conosce il valore.
Nevica così una volta ogni trent'anni, proprio adesso che avevo trovato un lavoro. Due giorni di assenza e: licenziata! Anzi, per essere precisa, in stand-by in attesa che ad una delle mie colleghe passi il nervosismo per essersi trovata ad affrontare tutto il lavoro da sola, "soprassediamo un pò" mi ha detto la mia datrice di lavoro, "sai Samantha è per me indispensabile e mi ha detto che non ti rivolgerà mai più la parola e tu capisci che in questo clima non potete lavorare bene". Ma io lo so che tanto è finita qui, perché la Samantha, giovine resa dura dalle difficoltà che una vita in terra straniera (con figlio adolescente a carico) comporta, su di me ci ha messo una croce. Me l'ha detto quando l'ho chiamata pensando di doverle chiedere scusa anche se non ce ne era motivo, pensando che se fossi riuscita a farle capire la mia buona fede, magari la mia datrice di lavoro ci avrebbe ripensato. Il bello è che a forza di pensare ero riuscita davvero a trovare qualcosa di indelicato nel mio comportamento e ne ero sinceramente rammaricata; invece da quella telefonata (che adesso rimpiango di aver fatto) si è capito che
la Samantha è una vera s....za la quale s'è n'è fregata delle mie lacrime e delle mie suppliche e ha anzi trovato la lucidità mentale per elencare tutte le mie carenze tecniche, oltre che umane. Tutto ciò che non mi è stato detto quando poteva essermi utile, mi è stato rinfacciato quando ormai serviva solo a farmi stare male.
Nonostante l'aspetto delicato e comprensivo e i temporeggiamenti, la "padrona" deve essere a sua volta insoddisfatta di me altrimenti non avrebbe permesso ad una sua dipendente, per quanto brava e servile, di decidere del futuro lavorativo dell'altra.
Le persone possono raggiungere livelli di ipocrisia che, nonostante le esperienze accumulate, continuo a registrare in costante aumento.
E adessso considero che è meglio non avere niente a che fare con gente che, nonostante l'abbondanza di immagini sacre che riesce a stipare dentro casa, alla fine è intimamente convinta che la sua vita valga di più di quella degli altri (perchè c'era davvero da rischiare ad uscire di casa in quelle condizioni e nonostante io lo abbia fatto per due giorni la cosa non è stata significativa) e mi dico "anche se mi dovessero richiamare io non ci torno a lavorare con una che è talmente incattivita da vedere in ogni persona che incontra un nemico, una che pensa di avere il monopolio delle difficoltà della vita solo perché ha commesso qualche errore quando era poco più che una bambina".
Però rimane il fatto che il lavoro l'ho perso e non ho ancora nemmeno avuto il primo stipendio (dice che la neve ha ritardato la compilazione delle busta paga, ma dai!?) e che la mia autostima l'ho intravista mentre si nascondeva sotto il tappeto all'ingresso qualche giorno fa e non ho cuore di andare a vedere se è ancora lì o se nel frattempo si è buttata dalla tromba delle scale.
Come si fa a perdere un lavoro così semplice dopo poco più di un mese dall'assunzione?
Intanto sto aspettando che la "signora" mi convochi per liquidarmi, magari ci capirò qualcosa di più, per adesso posso dire solo che ci sono rimasta malissimo e tanta è la mia delusione e il mio abbattimento che dispenso voi, cari lettori e care lettrici, da qualsiasi vano tentativo di consolarmi o incoraggiarmi.
Non ce la potete fare! Non adesso perché non ho ancora finito di rimproverarmi, autocommiserarmi e disperarmi, debbo ancora toccare il fondo e quando ci sarò arrivata potrò finalmente da passare da questo
che rende bene l'idea di come mi sento adesso, a questo
Giovedì primo dicembre 2011 ad Oscar Giannino accadeva questo:
Oggi alle 14,30 mi è stato impedito l’accesso all’Università Statale di Milano in via del Conservatorio, dove ero invitato a un dibattito sull’euro organizzato da Azione Giovani. Numerosi studenti hanno bloccato l’ingresso, apostrofandomi “buffone, padrone, fascista, distruttore dell’Università”. Una bella doccia di pomodori pelati, qualche uovo. Nessuna possibilità di interloquire. La polizia, presente, mi ha cortesemente invitato a desistere. Così è stato. Questi i fatti. Nessun danno. Ognuno giudichi se si debba arrivare a episodi del genere. Studentesse e studenti che mi davano del fascista nopn avevano la minima idea di chi io fossi davvero e di che cosa pensassi. Quando è partito il coro “figlio di papà, noi qui a lavorare e tu a fare la bella vita”, non sapevo se ridere di più che alla funzionaria di polizia che mi chiedeva di sgombrare.
lo stesso giorno, più o meno alla stessa ora, tra me e le maestre di Matteo avveniva la seguente conversazione:
"Ho notato che da qualche giorno Matteo è diventato aggressivo"
"In che senso signora?"
"Ha iniziato a picchiare un po tutti: me, il papà, i nonni; non appena lo contrariamo, lui inizia a dar botte, peraltro fa anche male, non direi si tratti di un gioco, è semplicemente violento. Ebbene volevo sapere se si comporta così anche all'asilo inoltre vorrei chiedervi un consiglio, date le vostre specifiche competenze professionali, sull'atteggiamento migliore da adottare."
"Ma signora quello che mi dice mi sorprende: Matteo all'asilo è tranquillissimo, anche troppo! E poi qui i bambini non sono affatto aggressivi. Comunque non drammatizzi, sono fasi, come quella dei "perché?", un po di pazienza e passano." Arrivederci e grazie!
Allora: cosa hanno in comune queste due vicende? Chiaramente si tratta di due modi di agire la violenza, quello di Matteo e quello degli universitari, che per quanto simili (nel senso che è evidente la regressione psichica degli universitari) hanno motivazioni talmente diverse (ma poi neanche tanto, dato che i ragazzi non hanno motivato affatto!) da renderli eventi non commensurabili. Tuttavia essi hanno un terribile comune denominatore: il modo in cui strati della nostra società stanno via via arrendendosi all'idea che la violenza sia una modalità comportamentale accettabile in una società civile.
Mi pare infatti che ciò che ha sconcertato il sig. Giannino non sia stato tanto l'atteggiamento di chiusura estrema degli universitari che lo hanno aggredito "a priori" (non in risposta, peraltro comunque inaccettabile, al suo discorso ma prima che esso avvenisse e anzi proprio per impedirlo) quanto la reazione di chi in quelle circostanze avrebbe dovuto intervenire per garantire il suo diritto ad esprimere la propria opinione. Non si è fatto, insomma, in modo e maniera che Giannino potesse comunque partecipare al dibattito (per quanto dubito che un uomo della sua eleganza si sarebbe presentato in aula in quelle condizioni) ma si è fatto appello alla sua ragionevolezza e intelligenza e arrivederci e grazie! Gli è stato chiesto un passo indietro per agevolare l'onda di piena emotiva di un branco (e il termine non lo scelgo a caso) di incivili, al fine di evitare che la situazione degenerasse.
Ma torniamo a Matteo: la violenza non fa parte dei nostri usuali modelli comunicativi, ammetto che alle volte perdo la pazienza e ci scappa qualche schiaffo ma si tratta di eventi molto rari; Matteo guarda pochissimo la televisione e comunque quando lo fa non v'è traccia nei programmi che vede di comportamenti violenti; giorni fa è tornato a casa dall'asilo con al polso il segno di un morso davvero notevole per profondità e simmetria. E' chiaro che all'asilo assiste o è vittima di comportamenti aggressivi. Io ho sempre pensato che alla scuola spetti il compito principale di dare un'istruzione ai ragazzi e che l'educazione venga solo in seconda istanza spettando, in prima analisi, alla famiglia. Tuttavia la scuola dell'infanzia rappresenta un'eccezione perché è il luogo fisico e reale dove il bambino per la prima volta nella vita esercita la sua socialità. Sarebbe impossibile ricreare in casa un ambiente tanto complesso. Mirabili cose avvengono tra quelle mura, ciò nonostante il genitore (per motivi a me ancora poco chiari) generalmente viene fortemente tenuto alla larga; naturale dunque che lo stesso sia costretto a delegare alle insegnanti che invece, spero solo nel mio caso, sottovalutano.
Quello che avrei voluto sentirmi dire dalle maestre di Matteo è che la comparsa dell'aggressività è normale e auspicabile, perché fa parte dello sviluppo emotivo di ciascun bambino. Che l'asilo è il luogo in cui questi comportamenti prendono forma perché stimolati dalla presenza del gruppo dei pari e che proprio questa entità garantisce che il tutto avvenga in condizioni di sicurezza, che quello che l'adulto deve fare non è inibire questa tendenza ma spiegare che la violenza è ammissibile solo nel caso in cui la propria incolumità sia minacciata, che sarebbe auspicabile, a tal proposito, fornire al bambino esempi concreti di risoluzione dei conflitti mediante modalità alternative a quelle basate sull'uso della violenza.
Invece tutto quello che mi hanno detto è stato "è una fase, passerà". Anche a me, come al sig. Giannino è stato chiesto un atto di ragionevolezza o meglio un passo indietro: stia tranquilla signora sono fasi normali, passerà, suo figlio diverrà adulto, gli cresceranno i peli sul petto, prenderà la patente e un giorno andrà all'università...magari a lanciar pomodori addosso a rispettabili dottori.
Tutto ciò è davvero molto triste. Perché questa arrendevolezza, questo lassismo pedagogico e civile? Perché quei giovani nel momento dell'ideazione della loro "azione" non hanno percepito la sostanziale stupidità del loro gesto? Perché le maestre di mio figlio non vedono il potenziale pedagogico che questo momento offre a loro e a me in quanto "responsabili" della crescita di Matteo? Insomma perché, alla fin fine, tolleriamo la violenza?