E anche se l'ortografia è perfezionabile, la logica interna discutibile e la trama un tantino troppo essenziale, tutte osservazioni che terrò per me, dal momento che l'ultima volta che ho espresso le mie critiche ti sei chiaramente risentito:
(dimostrando così di saper anche mettere i puntini sulle "i"),
decisamente, caro stellocchietto, da oggi il mondo è tuo e non c'è limite a ciò che potrai imparare e comunicare.
Io sarò accanto a te, a distanza di sicurezza, a guardarti stupefatta e a insegnarti, se vorrai, quel poco che so, nell'attesa che un giorno sia tu a insegnarmi quello che avrai scoperto.
E questo spiega perché mi hai visto piangere il giorno in cui ho capito che sapevi leggere.
E vabbé: io proprio non ce la faccio a far passare le feste senza esprimere la mia grande tristezza. Ci avevo provato su consiglio di papà camp il quale mi aveva fatto notare: "ma ogni anno di natale devi scrivere che il natale ti angoscia, ma basta!". E così via il post deprimente, mi son fatta un'esame di coscienza considerando che sono molte le persone che faticano ad entrare nello spirito natalizio e che non è bello, a pochi giorni dalla festa in questione (la più sentita, la più bella, la più magica), riportarli dritti, dritti allo spirito del 2 novembre.
Ma è durato poco: il natale è passato, già si avvicina l'anno nuovo e con esso i buoni propositi che poi, siccome io non sono un tipo ambizioso, diventano "il buon proposito".
Dunque il mio buon proposito per l'anno nuovo mi è venuto in mente ieri sera mentre guardavo con Matteo (papà camp era a cena con amici, da cui il fatto che adesso dorme profondamente e che io posso star qui a scrivere, amen) "Alice in wonderland" di Tim Burton (film solo apparentemente per bambini); ebbene quasi alla fine, quando la protagonista deve decidere se combatterà o meno contro un terribile mostro per liberare i suoi amici dalla tirannia della regina rossa, non essendone per niente convinta, la saggia regina bianca le dice una cosa più o meno così: "non si vive per accontentare gli altri".
BUM!
E poi dicono che vedere la tv è diseducativo...
Ecco per l'anno prossimo mi riprometto solennemente di vivere accontentando me stessa nella profonda consapevolezza che se uno sta bene va da sé che poi riesca a far star bene pure gli altri.
Certo detta così pare facile ma contestualizzando mi toccherà mostrare il peggio di me perché, e credo si sia ormai capito, io non sono una persona nella media. Non voglio dire di essere sopra o sotto (di che, poi?) ma diciamo che sto "spostata" rispetto alla media. Certo chiedendo a Matteo se è contento della sua mamma lui dice di si, e le mie amiche (ciao Fra) rimangono tali nonostante gli anni passino, per non parlare di papà camp (infatti: non ne parliamo) tuttavia ci sono aspetti del mio carattere che rimangono sconcertanti per molti:
io non cerco le persone care per telefono, io non le invito a casa per pranzi cene o aperitivi, io non amo la vita sociale e dunque, sono completamente sprovvista della naturalezza di comportamento che normalmente l'essere umano dimostra nei rapporti con gli altri.
E ancora io tendo al pessimismo cosmico strategico (se ti aspetti sempre il peggio la realtà potrebbe rivelarsi più facile da affrontare) e non amo i facili entusiasmi, di norma ho una dotazione limitata di energia fisica e mentale, ne consegue che non sono molto capace di fingere: se sono arrabbiata o di cattivo umore se ne accorgono tutti anche se non dirò mai cosa mi turba e questo
1. per non angosciare il prossimo mio e
2. perché se a qualcuno interessa, allora può pure fare uno sforzo per arrivarci da solo.
Sono fermamente convinta di aver vissuto, quando non avevo gli strumenti per capirle, situazioni che la maggior parte delle persone non riuscirebbe a immaginare nemmeno se gliele spiegassi; io le ho affrontate e, in qualche modo, ne sono uscita tuttavia questo ha bruciato per sempre buona parte della mia innata dotazione di allegria e spensieratezza. Su questo non transigo: chi s'azzarda a farmi pesare la mia sostanziale "seriosità" precipita dalla graduatoria delle persone cui voglio bene, unica eccezione: il vecchio saggio ( il quale peraltro si sarà nel frattempo smaterializzato e reincarnato in decine di esseri viventi e adesso vattelo a pesca dove potrebbe essersi cacciato).
Ho una serie molto limitata ma estremamente limitante di fobie che mai nessuno è riuscito a farmi superare: smettetela di pensare di essere il Freud di turno e lasciatemi vivere la mia imperfezione, chiamo io, in caso.
Mi vesto come mi pare e piace: gonna e tacchi l'ho indossati il giorno del matrimonio di mio fratello, se non c'eravate mia cognata sara entusiasta di mostrarvi le inconfutabili prove dell'evento.
Matteo non è battezzato per i motivi che conoscete e se non li capite me ne farò una ragione, io ascolto i vostri tentativi di convincermi dell'opportunità di farlo: fa parte dei vostri doveri di buoni cristiani ma, per favore, evitate l'argomento "e se succedesse qualcosa?" perché prima o poi potrei farvi riflettere sul fatto che un dio che non avesse pietà di un bambino vittima delle condotte dei suoi genitori avrebbe poco di divino.
La lista è lunga e l'aggiornerò di sicuro (vedi stellocchietto come tutto è relativo: quella mamma di cui hai insomma una buona impressione, sarebbe ottima se giocasse un pochino di più con te, in realtà è un essere pieno di difetti ma con almeno il buon gusto di ammetterli) ma il succo del discorso è questo:
Io sono così, prendere o lasciare, me ne sono fatta una ragione, fatevela anche voi (mondo) se credete, altrimenti arrivederci e grazie, non mi mancherete, tanto io non sarò mai quella che per voi sarebbe più rassicurante io fossi. Questo è uno sforzo che, ragionevolmente, potrei fare per una sola persona al mondo ma, per mia fortuna, l'unico sforzo che lei mi chiede è di giocare un po' di più.
Ci sono momenti in cui anche una mamma come me, sempre autocritica e spesso dubbiosa, sente che le scelte che sta facendo sono giuste.
Ieri ci stavamo abbracciando, Matteo ed io; era da poco tornato da scuola quando all'improvviso si blocca e guardandomi fisso negli occhi mi dice:
"mamma ma quando mi scusi per stamattina?"
voi penserete "ma che bambino ben educato, avrà combinato qualche marachella e adesso starà cercando il perdono della mamma" ma, causa un improprio uso delle particelle pronominali (l'italiano è una lingua complessa anche per un bimbo che l'ascolta da più di sei anni e la parla da almeno cinque), state sbagliando.
Matteo ha usato un "mi" al posto di un "ti". Dunque quello che stava chiedendo era che IO mi scusassi con lui.
In effetti aveva ragione: la mattina ero stata un po' brusca perché stavamo rischiando di far tardi a scuola e, contrariamente a quanto faccio sempre, non mi ero scusata. A distanza di più di cinque ore lui me l'ha fatto notare!
Questa cosa mi ha riempita d'orgoglio: il mio bambino è capace di capire quando qualcuno non lo tratta con rispetto o peggio lo aggredisce (come avevo fatto io con la mia fretta) ed è capace di pretendere da questo qualcuno delle scuse.
Il fatto che ieri quel "qualcuno" fossi io, mi scalda il cuore.
Io non ho mai creduto nell'istinto materno o meglio non ho mai creduto che una donna, dal momento in cui apprende di star per diventare madre, subisca una metamorfosi che la trasforma istantaneamente in una buona madre. L'istinto materno non è la polverina magica di Trilly che ti permette di volare nei cieli limpidi e sereni della maternità. Buone madri si diventa, iniziando da prima che un figlio nasca e finendo quando si muore. E le difficoltà iniziano da subito. Nessuno come una madre (come ogni madre) sa che proprio lei è la persona che nutre la più forte ambivalenza nei confronti del proprio figlio, anche se sono in poche ad ammetterlo. Io l'ho ammesso subito; all'inizio mi sono colpevolizzata, poi, lentamente, ho scoperto che nulla di ciò che provavo era sbagliato e che fondamentale, per la salute mia e di Matteo, era imparare a gestire questi sentimenti. Allora bando alla violenza fisica ma anche, nei limiti delle mie debolezze, a quella psicologica e, nel caso si ceda, chiedere seriamente e sinceramente scusa. Allora mostrare il proprio lato umano a un figlio, imparare a dirgli: "oggi per mamma è una giornataccia" piuttosto che provare a far finta di niente per poi crollare miseramente alla prima cosa che va storta. Allora chiedere aiuto e sostegno ai propri cari quando da soli non ci si riesce. E infine guardare mio figlio chiedendomi: "è felice?" essendo felice con lui, se la risposta è "si" e sforzandosi di rispettarlo, se la risposta è "no" perché l'amore vince sempre.
Questo è davvero uno strano momento: dicevo due post fa di quanto io debba a mia madre e adesso ho l'occasione di renderle in parte il favore.
Mamma si è infortunata, una caduta le ha provocato un'infrazione alla testa del femore per la cui guarigione è necessario un lungo periodo di assoluto riposo. E siccome io abito al piano superiore, va da se, che mi sia praticamente trasferita a casa sua. Sembrerebbe un cambiamento da poco non fosse che le nostre routine giornaliere sono tutte diverse col risultato che mi ritrovo a fare su e giù quaranta volte al giorno (il che ha anche aspetti positivi sulla mia forma fisica, come ha prontamente notato papà camp), a passare ore e ore a cucinare e a non avere più tempo da dedicare a me stessa.
Che stanchezza! Che stress! Che amarezza!
Si perché la mia non è mica una famiglia normale: sul fratello cugino celibe non ci si può contare che già avrebbe bisogno lui di una mano con la mamma zia; sull'altro fratello idem, alla di lui moglie che lavora dal lunedì al sabato e che la domenica deve riposarsi non potrei chiedere nulla, pena pericolose incrinazioni dei sacri vincoli familiari e, dunque, sono sola. Oltretutto coi soliti problemi di malattie, medici e ospedali.
Pensare che mi sono fatta centinaia di ragionamenti sul fatto che Matteo sia figlio unico, su quanto possa sentirsi solo e su quanto la sua vita risentirà di questa nostra scelta!
Mah!
Che amarezza.
Oltretutto tra poco sarà il compleanno di Matteo e per una volta che mi ero messa d'impegno, già da metà ottobre, a pensare e iniziare ad organizzare la sua festa di compleanno (perché me l'aveva chiesta lui, coi suoi compagni di scuola), ho dovuto abbandonare tutto. Dicevo che i supereroi non mi stanno molto simpatici e proprio io non sono fatta per tollerare alti livelli di stress. Poiché mi ero messa in testa di affittare la sala, preparare il rinfresco, organizzare l'animazione ho dovuto prendere atto che non ce l'avrei mai fatta. Ne ho parlato con Matteo: l'ha presa abbastanza bene (certe volte questo bimbo mi fa davvero preoccupare), penserò a qualcosa di speciale da fare noi tre quel giorno (sempre se trovo qualcuno che mi "sostituisca") che è poi il modo che io preferisco per festeggiare il compleanno di Matteo.
Mi dico (in piena sindrome di Pollyanna) che questa è la cosa più giusta per me ma anche per Matteo, perché la vita è questa: spesso si mette di traverso e bisogna sapersi adattare. Pedagogia delle piccole cose.
Però che amarezza!
E quando le cose si complicheranno? Due genitori non più giovani e non in perfetta salute (ad essere precisi per papà si potrebbe usare l'espressione "sopravvivente per miracolo"), cosa accadrà?
Spero solo di fare in tempo a far crescere Matteo, con tutto il bene che voglio ai miei genitori, lui dovrebbe venire prima di chiunque altro.
P.S: per i motivi di cui sopra, non vi meravigliate e non vi preoccupate, cari preziosi lettori abituali, se in questo periodo non rispondo subito ai vostri commenti o se latito dai vostri blog: non ho davvero tempo ma ci sono e vi penso, tra un accudito e l'altro.
Addì 13/11/14, dopo lunga ed emozionante attesa Matteo ha perso il suo primo dentino da latte (incisivo centrale inferiore).
Attendiamo impazienti la visita del topino dei dentini sperando di sfruttare il momento per dare finalmente risposta alla domanda che ha tormentato la nostra infanzia:
ma sto topino con tutti sti dentini cosa accidenti ci fa?
Due domeniche fa, in piena ansia da "giorno prima del primo giorno della prima elementare del nostro primo figlio (seguirà, giusto il tempo di focalizzare meglio, specifico post sull'evento) così, tanto per stemperare l'ansia, abbiamo portato Matteo al pronto soccorso. Il bimbo cresce in altezza e peso e, stavolta, il classico salto dal divano gli ha provocato un forte dolore al tallone destro. S'è subito capito che la cosa era degna di nota perché ha pianto, cosa che di solito non fa, anche quando prova dolore. Siamo subito intervenuti, papà camp ed io, col ghiaccio, abbiamo atteso circa mezz'ora ma il dolore non diminuiva e Matteo non riusciva a poggiare il peso sul piedino tanto da camminare in maniera sbilenca. Dunque abbiamo deciso di recarci al P.S. Siamo andati prima in quello dell'ospedale più vicino (per ora: si vocifera infatti di una sua chiusura) ma l'infermiera mi ha informato che le macchine per la radiografia erano rotte. Strano: tre sale radiografiche tutte inutilizzabili! Comunque dato che nel frattempo il dolore persisteva, ci siamo diretti all'ospedale del capoluogo. Siamo arrivati in P.S. alle 18.30 circa, ci ha accolto un'infermiera che ha aperto la cartella clinica invitandoci ad attendere nell'apposita sala. Così abbiamo fatto; debbo dire che Matteo è un bambino abbastanza paziente: ha iniziato a dare i primi segni di insofferenza solo alle 20.30, circa un'ora dopo rispetto al papà e alla mamma, i quali, anche in considerazione del fatto che ormai il bambino non sentiva più tanto dolore e aveva ripreso a camminare quasi normalmente, avevano deciso di aspettare al massimo sino alle 21.00. Invece, poco dopo ci hanno chiamato. Siamo entrati, il medico ha visitato il piccolo e ha valutato la probabile assenza di lesioni ossee ma ha tuttavia deciso per una radiografia, a suo dire, "dirimente". Ho accompagnato io Matteo in sala radiografia dove è stato accolto da un tecnico e un medico. Il medico ha visionato il piede quindi il tecnico lo ha invitato a sedersi sul lettino dell'apparecchio. Matteo ha eseguito ma rimaneva seduto quindi il tecnico l'ha apostrofato in maniera un po' rude invitandolo ad allungarsi. Allora con tono leggero ho detto:
"Non faccia così, altrimenti mi si spaventa e in ospedale non vorrà più metterci piede", e lui
"ah ma questa sarebbe una buona cosa, significherebbe che suo figlio sta bene" e io
"eh si, sarebbe proprio una bella cosa, magari!"
Ultimamente mi capita di dire o scrivere cose che vengono interpretate in maniera esattamente contraria a quello che volevo intendere. C'avrò Saturno contro, capita!
Fatto sta che il tecnico cambia completamente tono e inizia:
"si, perché la colpa non è dei bambini che giocano e si fanno male, la colpa è dei genitori che li portano subito all'ospedale per fargli fare esami inutili e dannosi, perché queste sò radiazioni, mica caramelle."
Giuro che ho pensato: "questo, o sta in astinenza da nicotina o è leggermente brillo" ma ho deciso di soprassedere però lui ha insistito:
"si perché i genitori sò contenti di portà i figli all'ospedale e se il medico gli dice -sta tutto a posto- loro ci rimangono male e pretendono la radiografia".
A quel punto ho perso la pazienza: "scusi ma non l'ho mica detto io al medico di fare la radiografia, sarei stata ben contenta di evitarla, ma se l'ha chiesta lui forse era necessario farla", a quel punto il medico radiologo alza gli occhi dal monitor e con sguardo comprensivo mi fa:
"purtroppo signora oggi spesso i medici prescrivono esami che potrebbero essere evitati per tutelarsi; è accaduto infatti che bambini nella situazione di suo figlio, dopo essere usciti dal P.S. senza aver effettuato radiografie si siano poi fatti male sul serio e i genitori siano tornati affermando che le lesioni non fossero state viste al primo accesso, lei capisce che una radiografia, in questi casi tutela il medico" e io:
"lo capisco ma questo non è un mio problema" e lui:
"in effetti no".
Dopo questo tentativo di distensione il medico si è alzato e se ne è andato in un'altra stanza e si poteva finirla lì invece il tecnico è tornato alla carica:
"i genitori di oggi sò tutti stupidi: non sanno riconoscere un problema serio da una stupidaggine" e io (tanto con me ce l'aveva):
"vede il fatto è che io non sono laureata in medicina e nemmeno in scienze infermieristiche e nel dubbio..."
"ma quale dubbio" incalza lui
"forse suo padre quando lei era piccola l'ha portata in ospedale ogni volta che si è fatta male? E' che oggi a stì ragazzini gli date troppo spago".
"ah ecco" penso io "siamo difronte al classico modello pedagogico -cerca di non farti male sennò ti do pure il resto-, ma questo da dove è uscito oggi" ma invece dico:
"guardi che io in vita mia ho frequentato abbastanza ospedali da..."
"eh ma signora le esperienze nella vita possono rendere più intelligenti o più stupidi e nel suo caso..."
"...capire che sono ambienti da far frequentare il meno possibile ad un bambino ma tanto lei non ascolta quindi pensi quello che le pare".
Come è facile immaginare l'atmosfera si era fatta un tantino pesante e anche Matteo, nel frattempo sceso dal lettino, guardandomi preoccupato cercava di distogliermi dalla conversazione: "mamma abbiamo fatto? Ce ne possiamo andare, vero?".
"Si amore solo un attimo per mandare gentilmente a quel paese questo lavoratore pubblico indisponente e maleducato che pensa che io sia una madre degenere che proietta tendenze ipocondriache sull'incolpevole figlio",
"si amore non appena il signore ci autorizza".
"Ma si: vada, vada che non c'è niente come nell'ottanta per cento delle radiografie che vede qui" e, accompagnandoci alla porta:
"io l'ho capito appena entrato che suo figlio non c'aveva niente, si vedeva da come camminava"
"le assicuro che due ore fa non camminava così"
"eh vabbé"
Come volevasi dimostrare la radiografia era negativa; quando siamo tornati dalla sala radiografia il medico che aveva visitato Matteo non c'era: l'infermiera ci ha spiegato che l'aveva autorizzata a chiudere la cartella in caso di referto negativo, lui intanto stava visitando altri pazienti "purtroppo deve pensare, da solo, ai codici verdi e a quelli gialli" e io, che avevo visto la sala d'attesa piena: "ma come fate a lavorare in queste condizioni?" L'infermiera molto seriamente e cordialmente (si vede che nel frattempo, Saturno s'era spostato) mi fa: "che dobbiamo fare, signora? Lavoriamo più del dovuto e in condizione di forte stress. Io, quando torno a casa sono stanchissima e trascuro tutto, anche i miei figli; del resto, io devo riposare perché il mio lavoro richiede molta attenzione, non posso permettermi errori". Non ho trovato parole per rispondere, l'ho ringraziata e siamo tornati a casa Anche il mio umore era nero e tale è rimasto per tutta la serata. La nottata, però, è peggiorato: avevo messo in preventivo la nottata in bianco ma perché era quella che precedeva il primo giorno di scuola di Matteo non pensavo che, invece, l'avrei passata ad interrogarmi sulle motivazioni che hanno spinto un perfetto sconosciuto ad aggredirmi gratuitamente.
Comunque dopo lunga analisi sono arrivata alla seguente conclusione:
il tecnico mi ha aggredito come ha fatto non perché sia un uomo interessato alla salute e al benessere dei bambini (lo dimostra la rudezza con cui ha trattato il suo piccolo paziente) nel qual caso avrei da rimproverargli solo il modo in cui si è espresso; no, il tecnico in questione era visibilmente scocciato dal dover affrontare una domenica di super lavoro per il fatto che il vicino ospedale aveva il reparto di radiologia bloccato. Probabilmente la rabbia del tecnico è aumentata quando ha realizzato che, se l'ospedale in questione venisse chiuso, non solo TUTTE le sue domeniche lavorative ma anche i giorni feriali, avrebbero potuto avere lo stesso ritmo.
Voi mi direte: "e tu che c'entravi?"
Io c'entro eccome perché va insinuandosi in molti italiani (tanto più in quelli che sono interni all'ambiente come il mio tecnico) la convinzione che se la sanità italiana in molte regioni non funziona bene è perché ci sono troppi sperperi: gente che assume medicinali come fossero caramelle, altri che, non sapendo come passare il tempo, intasano ambulatori e pronto soccorsi inutilmente, addirittura persone sane che, credendo nella prevenzione, vanno in ospedale ancor prima di ammalarsi! Naturale che poi le regioni non ce la facciano più e inizino a tagliare e chiudere.
Caro tecnico sei proprio sicuro che le cose stiano così?
A me risulta di no, infatti le spese sanitarie italiane sono inferiori alla media Ocse
Dunque, carissimo, il tuo ragionamento non regge ma, siccome ti devo un favore (mi hai rovinato una giornata importante ma mi hai anche dato la possibilità di dimostrare a mio figlio cosa si deve fare quando qualcuno ci attacca in maniera ingiusta e gratuita), voglio fartene uno anche io:
tu hai detto che l'80% delle radiografie che hai fatto quel giorno erano negative; allora supponiamo che da domani questi esami scompaiano perché quelle persone, casualmente, sono tutte laureate in medicina, specializzate in ortopedia e affette da una mutazione genetica per cui posseggono la visione a raggi x. Insomma persone che possono fare a meno di recarsi in P.S.
Mi dirai "ma questa è fantascienza!", "ma questo non è il punto (e meno male per te)" ti risponderei, il punto è che se accadesse una cosa del genere il tuo lavoro si ridurrebbe dell'80% e se ciò succedesse anche ai tecnici delle altre tre sale radiologiche del tuo ospedale, avremmo un'utenza totale pari all'ottanta per cento delle utenze di una sola sala originale. Tu capisci che il direttore sanitario responsabile o l'assessore regionale alla sanità coscienzioso non potrebbero tollerare un simile spreco di risorse pubbliche.
Mi dirai: "ma io sono un dipendente pubblico!" giusto ma non so se te ne sei accorto: ultimamente si vocifera di abolizione dell'art. 18, di cambio di mansione, di obbligo di trasferimento entro 50 km, poi c'è il prepensionamento, rinunciando, va da sé, a straordinari e festività.
Vabbé, al limite, ci sono gli ambulatori privati anche se lì il datore di lavoro non gradirebbe un dipendente che si permettesse di dire la qualunque al paziente cliente.
Insomma carissimo tecnico l'idea che per salvare la sanità italiana bisogna tagliare è, come dire, densa di implicazioni non solo per i pazienti ma anche per i dipendenti.
"Allora" dirai tu "che fare?" e io, che in fondo sono una profana come te (anche se un tantino più lungimirante) ti rispondo con le parole di uno che di gestione di strutture ospedaliere se ne intende (tenendo in piedi ospedali d'eccellenza in tutto il mondo e finanziandoli solo con donazioni)
Non è tagliando che si risolveranno i problemi della sanità italiana, di chi ci lavora e di chi è costretto ad usufruirne.
Fino a un po' di tempo fa consideravo i suoi colleghi degli eroi perché costretti a lavorare in condizioni difficili, oggi, francamente, li condanno: il loro lavoro è troppo importante perché possa essere svolto in condizioni di disagio; se commettono un errore le implicazioni potrebbero essere gravissime ergo hanno, avete, il dovere di rivendicare tutto quanto sia necessario perché il vostro lavoro venga svolto al meglio.
Ma voi non lo fate, preferite lavorare male o sacrificarvi in maniera eroica.
Ma questo paese è ormai fin troppo pieno di eroi laddove quello di cui avrebbe davvero bisogno è solo normalità.
Per finire la saluto con l'augurio che sempre rivolgo agli operatori sanitari che mi trattano male:
"se ti sentirai male e ti recherai in ospedale quando sarai in vacanza, lontano chilometri e chilometri dai tuoi amici e colleghi, ti auguro buona fortuna, ne avrai bisogno."
Addendum del 01/10/14: non sono io che sono pessimista, è la realtà italiana che funziona così perché non c'è più un euro, ma tagliare AUMENTA i problemi di dipendenti e pazienti:
Ci sono cose che accadono con frequenza decennale, le vacanze in casa camp sono una di queste e, quest'anno, l'evento si è verificato: siamo stati al mare, una settimana, giusto il tempo di scurirci un po' (al ritorno c'è stata gente che non mi riconosceva), in una casa in affitto (in albergo ci andremo quando saremo in pensione). Nonostante io non ami particolarmente il mare (mi viene sempre un po' difficile abituarmi a questo speciale ambiente carnevalesco che è la spiaggia) siamo stati bene, ci siamo divertiti e con un'altra settimana ci saremmo pure riposati ma il budget era esiguo e le ferie al termine.
Matteo ha un rapporto col mare che ogni volta mi stupisce: sembra ci abbia vissuto dalla nascita, non si spaventa quando è agitato, non lo ferma l'acqua fredda, non è minimamente impensierito dal non saper ancora nuotare: deve aver ripreso da papà camp!
E sentirlo gridare "sono il bambino più felice del mondo!" non ha davvero prezzo!
"Ma" direte voi (che ormai mi conoscete) "dove sta il ma?".
Il "ma" c'è e consiste nel fatto che le vacanze o si fanno in posti sconosciuti o in posti noti abitati da gente cui si vuole bene. Personalmente propendo per la prima ipotesi: vivere, anche pochi giorni, in un posto dove nessuno ci conosce è estremamente rilassante, ci si sente più leggeri, si può giocare a fare gli "altri", si guarda in faccia la gente senza porsi il problema di interessarsene. Questa si che è vacanza!
Invece noi abbiamo scelto di cercare casa in una località di mare frequentata molti mesi l'anno da mia cognata e dal suo compagno vuoi perché ci hanno aiutato a trovare la dimora, vuoi perché per Matteo mare = zia, che gli anni passati l'ha spesso ospitato.
Mia cognata e il suo compagno sono stati deliziosi: hanno trovato del tempo per stare con noi, pur non essendo in ferie, si sono dedicati a Matteo (è una fortuna avere una zia come mia cognata) e ci hanno dato una serie di consigli su usi e costumi del posto.
Tuttavia, probabilmente in un eccesso di ospitalità, hanno commesso una gentilezza di troppo presentandoci alla "bella gente" che un po' per lavoro, un po' per piacere sono soliti frequentare.
Cosa intendo per "bella gente"?
Trattasi della elite occupante i più bei lidi del luogo,
sempre bella (ché la bellezza se non ce l'hai ormai la puoi pure comprare),
sempre allegra (ché i soldi, si sa, non fanno la felicità ma aiutano parecchio nel trovarla),
sempre in affari (nonostante la crisi dilagante o forse proprio grazie ad essa) ché un buon investimento non bisogna mai farselo scappare (non c'è vacanza che tenga),
sempre ben fornita di sorrisi di circostanza e risate (rigorosamente a denti stretti) da distribuire anche a noi, visibilmente di un altro livello sociale.
Potrei continuare ma credo di essermi spiegata tanto più che già solo a considerare le qualità fin qui elencate a me è venuta l'orticaria.
Mamma mia che disagio con i miei costumini vecchi di dieci anni (seppur in buono stato per il minimo utilizzo), le mie mises vero radical chic e la mia totale impossibilità di partecipare a scambi di opinione su mete turistiche nazionali e internazionali alla moda!
Vabbè: avranno pensato (non discostandosi troppo dalla realtà) "questa qui è un po' asociale" ma rimane il fatto che a me 'sta "bella gente" m'ha rovinato le vacanze: io che ancora speravo che quando la crisi fosse arrivata a colpire questa tipologia di persone, le cose sarebbero cambiate iniziando ad andare per il verso giusto, ho potuto verificare che questo non accadrà mai. La "bella gente" non è minimamente lambita dai venti di crisi che sferzano la "pora gente" e anche se lo fosse, non ha la minima preoccupazione essendo in essa radicata la convinzione che, ciò che ha, se l'è guadagnato, faber est suae quisque fortunae" e tanto peggio per i mediocri e (appunto) per gli sfigati.
In questa gente non c'è pietà, non c'è solidarietà solo un minimo di disagio estetico per le masse di vacanzieri che affollano le spiagge amene coi loro pranzi al sacco e gli ombrelloni da balcone.
Hai ragione tu, papà camp, "sei più signore tu di tutti questi imballati di soldi che non sanno più che farsene e che, tuttavia, evadono le tasse per principio" (sono felice che tu me l'abbia detto prima che io te lo dicessi, anche se l'ho sempre pensato) e ti ringrazio per avermi regalato questa vacanza ma l'anno prossimo, se dio vuole, la meta la decido io.
Da qualche giorno Matteo continua a parlare del suo Dojo: ha disegnato un progetto e contattato personalmente "zio Gino" (lo zio costruttor-riparatore) per definire l'inizio dei lavori e il suo svolgimento ed è tutto preso dalla sua "scuola di arti celesti".
All'inizio ho lasciato correre, tra il divertito e il compiaciuto, pensando che gli sarebbe passata come gli è venuta, questa fissazione. Ma i progetti e i discorsi continuano e, a malincuore, sto svolgendo il compito forse più sgradito a qualsiasi genitore, quello di custode e divulgatore del principio di realtà. E allora orsù coi tipici discorsi sull'età, sui costi, sui permessi (se, in questo Paese, burocrazia deve essere allora meglio iniziare subito a parlarne), sull'opportunità, ecc.
Pensavo questa cosa del dojo fosse positiva considerando che, solo fino a pochi mesi fa, Matteo mi diceva che non sarebbe andato via da casa nemmeno da "grande" (e se state pensando che questo bimbo io lo prendo troppo sul serio: è vero, avete ragione...) e che nella nostra casa ci potevano stare anche sua moglie e i suoi figli (...lo prendo sul serio perché mi fa troppo divertire) e invece...
E invece semplicemente Matteo ha bisogno di allontanarsi da casa perché, in questo momento, l'aria che vi si respira è pesante.
"L'estate da noi non è mica un periodo felice..." dice il mitico e infatti siamo sommersi dai soliti problemi, con in più il caldo e la noia.
Del resto è colpa mia: passi mio padre coi suoi problemi di salute per cui ogni tac, pet o analisi diventa un rebus di non facile soluzione; ma la zia anziana (madre di mio fratello) e il suo intervento di cataratta, e l'altra zia (mamma della cugina che, per me, è la sorella che non ho mai avuto) e il suo mieloma multiplo fresco di diagnosi, cosa c'entrano con Matteo?
Carissimo gigantino, la tua mamma è così: proprio non riesce a far finta di nulla, non che non ci abbia provato ma, quelle rare volte, ha constatato che, se fa finta di non vedere un problema quello, poi, diventa più grande e vanifica l'apparente tranquillità di cui aveva goduto fino ad allora.
Tu mi diresti, potendo, che non è giusto perché questa è, probabilmente, la tua ultima estate davvero senza pensieri, l'ultima da infante prima che anche tu venga sommerso dai tuoi impegni, di bambino certo, ma pur sempre impegni.
Io ti risponderei, volendo, che hai perfettamente ragione tanto più che ben mi ricordo di quella volta in cui il vecchio saggio mi disse:
"i genitori bisognerebbe imparare a mandarli a quel paese il prima possibile". Ma questo è una cosa che, più che dirti, preferirei insegnarti.
Il fatto, caro Matteo, è che non viviamo su una montagna e i problemi di chi ci è vicino, specie quelli delle persone a cui vogliamo bene, finiscono spesso col coinvolgerci troppo.
Mi dispiace: vorrei dirti cose diverse e un pochino più ottimiste ma, per il momento, non me ne vengono in mente.
Passerà anche questo periodaccio tu, intanto, goditi la tua cuginetta preferita, i vostri giochi e le vostre fantasie.
Anche se l'ultima volta non mi ha portato fortuna, ho da darvi una notiziona:
STO LAVORANDO!
Ma siccome sono un pochino scaramantica, vi do il lieto annuncio a pochi giorni dalla scadenza del contratto.
Le cose sono andate così: si era in febbraio e una sera mi chiama mio fratello (un uomo che per me è più di un fratello, difatti è anche un cugino) che fa l'autista di scuolabus, e mi chiede se potevo dargli una mano dal momento che l'assistente che lavorava con lui aveva bisogno di qualche giorno di stop per un'improvvisa malattia che aveva colpito sua madre. Più per fargli un favore che per altro, accetto; purtroppo le condizioni di salute della signora si sono dimostrate più gravi del previsto e la ragazza si è licenziata, dunque io ho preso il suo posto.
Funziona così: sveglia alle sei e un quarto, alle sette si parte e si inizia il giro dei bambini delle elementari. Io li aiuto a salire, vigilo che non si arrampichino sui sedili, che non inscenino incontri di pugilato, che non mangino (il soffocamento è una delle prime cause di morte tra i bambini), soccorro i malati e gli affetti da improvvisi malesseri (per lo più di natura psicosomatica) e, infine, li consegno a scuola sani e salvi. Quindi si ricomincia coi bambini della scuola dell'infanzia. Il tutto dura circa due ore. Poi torno a casa, dove mi aspettano le consuete attività domestiche, e riparto alle 13 per le elementari e alle 15 per l'asilo. Alle 16.30 circa ho finito. Amen.
Detta così è l'attività perfetta ma c'è qualcosa che mi sfugge, cos'è?
Ah si: Matteo!
Dio benedica le nonne delle mamme lavoratrici (anche part time)!
Non avrei nemmeno potuto pensare di lavorare (neanche part time) se non ci fosse stata mia madre ad occuparsi di Matteo. E così, mentre io ogni mattina do il buongiorno a circa sessanta bambini, lei lo dà all'unico a cui io vorrei sinceramente augurarlo. Per non parlare dei giorni in cui il piccolo è stato male, di quelli di chiusura dell'asilo, di entrata posticipata o di uscita anticipata: un vero percorso a ostacoli!
Giustamente Matteo all'inizio era scettico:
"Mamma perché vai al lavoro? Rimani con me."
"Amore ma mamma va al lavoro per guadagnare i soldini."
"Ma tanto se vai sul pulmino i soldini non te li da nessuno."
"Ma no amore, ti sbagli."
"No mamma: perché io ci vado tutti i giorni sul pulmino e a me i soldini non me li da nessuno."
La ferrea logica dei bambini.
Ma procediamo con ordine.
Dopo un mese di prova sono riuscita ad estorcere ottenere un contratto.
Tipico contratto part time, capolavoro di insigni giuslavoristi, politici e sindacalisti che dormiranno sonni tranquilli convinti di aver garantito un minimo di tutele a lavoratori che altrimenti non sarebbero stati tali o, al più, avrebbero lavorato in nero.
Bello davvero questo contratto se solo fosse tutto vero quello che c'è scritto. Nella realtà si finisce per andare a lavorare anche con trentanove di febbre e ad essere pagati solo per le ore effettivamente lavorate. Da questo punto di vista i mesi di aprile e maggio, tra festività, ponti, elezioni e gite scolastiche, sono stati un disastro.
Però intanto con questo "lavoro" perderemo le detrazioni per il coniuge a carico avendo io superato la fatidica soglia di 2840,51 euro di reddito LORDO annue.
Cose da pazzi, tanto vale lavorare in nero, simulare (ma neanche tanto) una condizione d'indigenza e ricevere il "giusto" sostegno standosene comodamente a casa!
Lavorare stanca e, nel mio caso, non paga.
Infatti aveva ragione Matteo, nella sua ignara ingenuità: ad oggi ho ricevuto solo un "acconto" pari a neanche due mensilità.
Mi dico che, nella mia situazione, non ho niente da perdere, a parte la fatica, e che comunque bisogna accontentarsi. Mi sembro la versione "italiana" della convintamente rassegnata Veronica
del resto cosa posso rimproverare al mio "donatore di lavoro": tra la concorrenza spietata, le tasse, la manutenzione dei veicoli, i ritardi nei pagamenti, le spese per i carburanti è chiaro che le retribuzioni dei dipendenti sono l'ultimo dei suoi problemi.
Sta di fatto che, come dice mio fratello (scapolo), "se uno con un lavoro del genere dovesse camparci una famiglia, starebbe fresco!".
Io posso permettermi di aspettare (perché il datore di lavoro di mio marito ancora ce la fa a pagarlo, anche se poco, ogni mese) e debbo aspettare, ché tanto c'è una fila così di gente che aspira a sostituirmi. Difatti, nonostante siano tutti soddisfatti di me, a settembre al mio posto ci sarà un'altra persona. Sarebbe un po' lungo spiegarvi perché, ma è sicuro.
Ecco, carissimi, vi ho appena illustrato, con parole semplici, quella che in economia si chiama "svalutazione interna" e che, dal momento che mi preme molto voi capiate quali cause e implicazioni abbia, vi chiarirò usando le parole del prof. Alberto Bagnai, autore del libro "Il tramonto dell'euro" che vi invito caldamente a leggere, nonché animatore del blog "goofynomics" che, pure, vi invito a seguire:
"Supponiamo che dagli Stati Uniti arrivi una raffica: la recessione globale. L'esempio non è scelto a caso: è quel che ci è capitato appena quattro anni fa. Cala la domanda mondiale, e quindi un Paese X vede diminuire le esportazioni (dall'estero comprano di meno), e si trova in deficit di partite correnti.
A questo punto i casi sono due: se il cambio è flessibile, si svaluterà naturalmente. Se invece il Paese ha un cambio fisso, l'aggiustamento è più doloroso e soprattutto più lento. Il calo della domanda estera, infatti, non può essere contrastato da un rapido adattamento del cambio. Dato che ora il prezzo della valuta è fisso, l'aggiustamento incombe sui prezzi dei beni, che sono più rigidi verso il basso, per un preciso motivo: per diminuire i prezzi, occorre tagliare i costi, e in primo luogo quello del lavoro, cioè i salari. E' quella che oggi si chiama "svalutazione interna": la svalutazione del salario, alla quale è giocoforza ricorrere quando non si può svalutare il cambio.
Avrete intuito quale sia il metodo per far accettare questi tagli: reprimere diritti e garanzie dei lavoratori, in particolare aumentando la "flessibilità in uscita", grazioso eufemismo che indica la facilità di licenziare. Questa serve ad aumentare la disoccupazione, in modo che anche sul mercato del lavoro entri in gioco la legge della domanda e dell'offerta. Quando le persone che si offrono di lavorare sono molte più dei posti disponibili, i salari calano. Ma con il taglio dei salari cala la domanda interna, calano i redditi, e con la caduta dei prezzi, il valore reale dei debiti da rimborsare cresce. Del resto, la deflazione fa sì che il debitore guadagni di meno (tagli dei salari), ma non riduce l' importo contrattuale del debito, che quindi diventa più oneroso a mano a mano che l'aggiustamento va avanti. Questo vale anche per il governo, che a causa del rallentamento dell'attività economica vede ridurre le entrate fiscali e aumentare le uscite, ed è costretto a infierire con nuove tasse per mantenere i conti in equilibrio, il che, ovviamente, non migliora la situazione dei debitori privati.
Vi ricorda qualcosa? Si, è proprio la stagdeflazione della quale parlava Roubini (2006). Stagnazione, perché l'economia rallenta; deflazione, perché prezzi e salari scendono. Perché succede? Semplicemente perché l'aggiustamento dei prezzi e dei salari, che dovrebbe rilanciare la competitività e far ripartire l'economia grazie alla domanda estera (esportazioni), uccide la domanda interna prima di riuscire a rilanciare quella estera. Questo è ciò cui stiamo assistendo nell'Eurozona, e il legame con la rigidità del cambio dovrebbe essere abbastanza evidente.
Ecco, ora lo sapete: le leggi economiche non possono essere represse impunemente. Se sopprimete la legge della domanda e dell'offerta nel mercato valutario, inseguendo il sogno della stabilità del cambio, poi dovrete lasciarla agire sul mercato del lavoro, dove si presenterà come incubo della disoccupazione, o dell'emigrazione."
A. Bagnai, "Il tramonto dell'euro", Imprimatur, 2012, p.p. 79, 80.
Ecco uno dei motivi (magari fosse il solo) per i quali ce l'ho tanto con l'euro e perché vorrei che si diffondesse la consapevolezza generale che l'euro non è solo una moneta ma una precisa modalità di gestione economica e politica di un'intero continente, che sta portando ampie fette di popolazione sull'orlo del baratro.
A quelli di voi che stanno pensando che sono catastrofista ricordo che sono in buona compagnia, come i risultati delle scorse elezioni europee dimostrano, magari siete voi ad essere un tantino fuori dal mondo, pardon, dall'Europa.
Vi prego, per me e per voi, informatevi lasciando da parte i vostri pregiudizi: ne va del vostro benessere e di quello dei vostri figli.
Di questo passo, un giorno, neanche troppo lontano, potreste essere voi a dire "se questo è un lavoro" e sareste ancora delle persone fortunate, perché potrebbe anche darsi il caso che il vostro lavoro lo perdiate.
Questo è quello che sta accadendo, ogni giorno, a centinaia di italiani, questo è un destino che l'Italia non merita e che possiamo cambiare a patto di iniziare a guardare la realtà in maniera diversa, più pragmatica e realista.
E come ogni anno si è ripresentato il problema di festeggiare il suo compleanno.
Si perché per me questa cosa rappresenta una scocciatura, un peso, un impegno che tenderei ad evitare. Mi rendo conto che un simile atteggiamento, se non denuncia qualcosa di patologico, quantomeno evidenzia un che di significativo ma, per quanto io ci pensi su, non riesco davvero a scoprirne le cause. Ogni anno aggiungo pezzettini di spiegazioni: quest'anno mi son detta che sono una persona incapace di sopportare l'ansia, anche quella minima connessa all'organizzazione di una festicciola di compleanno e che, a ben guardare, questo problema avrei dovuto affrontarlo tanti anni fa.
Comunque non ho potuto non tener conto dei desideri di Matteo. A dire il vero siamo giunti ad un compromesso. Invece della festa di compleanno con i coetanei (per carità: un'orda di bambini scalpitanti dentro casa, per di più accompagnati dai genitori) abbiamo optato per una cena con nonni, zii e cugini, "appena" 15 persone. Il tutto in piena emergenza "dai, dai che dobbiamo sbrigarci a raccogliere le olive prima che un'improvvisa grandinata ce le butti tutte per terra".
Alla fine ce l'abbiamo fatta ed è stata una bella festa, nulla è andato storto (come sempre capita alle persone ansiose) e, cosa più importante, Matteo era felicissimo.
Cosa non farebbe un genitore per rendere felice suo figlio?
Si dovrebbe aver paura di rispondere a questa domanda.
Il mio gigantino (25 kg. di peso per 117 cm. di altezza) ha 5 anni;
sono tanti, sono pochi, corrispondono alle sue effettive competenze cognitive, emotive e sociali? Non saprei e non sono interessata a saperlo. Mi basta vederlo sereno, vivace, dolce e pieno di fantasia.
E però l'anno prossimo Matteo andrà a scuola e, quando ci penso, le mie sicurezze cominciano a vacillare.
La sera prima del suo compleanno gli ho detto:
"Ma lo sai che cinque anni fa, a quest'ora, tu ancora non c'eri? E dove stavi?"
E lui, prontamente:
"Con la cicogna!".
E ancora: spesso mi dice che da grande vuole fare il supereroe per salvare le persone ma che per farlo ha bisogno che il papà gli costruisca una spada vera; allora io gli dico che anche i medici o i pompieri salvano le persone e lui mi risponde che però solo i supereroi combattono i cattivi.
Insomma Matteo, ancora immerso in una dimensione dominata dalla fantasia, l'anno prossimo inizierà a fare i conti con la realtà.
Pensare che, per quanto male se ne possa dire, il sistema scolastico italiano funziona bene e ormai le maestre posseggono le competenze pedagogiche necessarie e sufficienti per gestire l'ingresso a scuola dei bambini, non mi tranquillizza.
Forse perché non è di essere tranquillizzata che ho bisogno: ho bisogno di essere consolata.
Insensatamente sono triste perché penso che Matteo sta crescendo; presto il pensiero razionale, la crescente autonomia, la complessità emotiva, il senso del pudore prenderanno il sopravvento trasformando un bambino che appena adesso comincio a comprendere in un essere ancora più complesso.
Mi sforzo di essere ottimista, mi dico che sono abbastanza presente e attenta da cogliere il cambiamento ed accompagnarlo.
Succede di continuo: la sera del suo compleanno, tra lo scompiglio che ogni festa ben riuscita si porta dietro, mi sono lasciata sfuggire una domanda un po' scorretta:
"Allora Matteo che ne pensi: papà e mamma se lo sono meritato un bacio per questa festa che ti hanno preparato?"
e lui, voltandosi verso il padre e con un tono per niente interessato né compiacente:
"Papà, grazie per questa bella festa".
Ecco, mi sarei aspettata che corresse verso di noi per darci un bacione o che rispondesse: "si mamma" invece la sua risposta è stata sorprendente; a parte il senso di riconoscenza che ho percepito nella sua voce, quello che mi ha colpita è stata l'elaborazione personale e autonoma della risposta. Ho realizzato in quel momento che il cervello di mio figlio inizia a funzionare in modi che non sono più prevedibili come accadeva fino a poco tempo fa.
E quel rivolgersi al papà invece che a me è stata una cosa che davvero mi ha riempito il cuore di gioia. Cominci a capire, caro Matteo, che l'amore è qualcosa di diverso dall'affettuosità?
E ancora: da qualche notte Matteo si addormenta da solo. Dopo esserci preparati e aver letto uno dei suoi libri ("uffa mamma ma tu mi regali sempre libri!") mi dice:
"adesso mamma vai di là perché io dormo da solo e non venire a controllare". Il tutto all'improvviso senza che io gli "suggerissi" alcunché.
Evidentemente il gigantino deve aver conosciuto la signora vestita di luceviola
"Ma quando è stato?" mi son chiesta, "Quando è passata? Possibile che io non mi sia accorta di nulla?
Con questo ritmo in quest'anno potrebbero accadere cose sorprendenti e decisive anche al netto di quel tipico andamento altalenante di molti bambini (compreso il mio) che spesso tendono a "tornare indietro" verso modalità comportamentali e sociali tipiche di fasi di sviluppo precedenti, come fossero tanti piccoli gamberi.
Dunque non mi resta che tranquillizzarmi e farmi una ragione del fatto che mio figlio sta crescendo.
Smetterà (forse) di essere l'infante dolce e affettuoso che è adesso ma potrebbe sempre diventare un bambino altrettanto sorprendente.
Anche a rischio di attirare orde di internauti pervertiti ("Che brutto mondo signora mia...") questa è stata troppo simpatica e me la voglio annotare:
stavo facendo la doccia a Matteo, ad un certo punto lui richiama la mia attenzione, mi guarda serio e mi dice:
"Mamma tu devi mangiare più verdure sennò la tua pisellina non diventa mai grande!"
"Heee?!!!" Faccio io lievemente frastornata.
"Si perché le verdure fanno diventare grandi e la tua pisellina è piccola perché tu mangi poche verdure".
"A parte che io le verdure le mangio" faccio io un po' piccata
"ma poi tanto la mia pisellina è già grande".
E lui un po' seccato:
"E allora perchè non è lunga lunga come il pisilleno di papà?".
Dopo un momentino (i bambini vanno presi sul serio) di risata libera ho proceduto alle doverose spiegazioni sul fatto che chissà perché (non è ancora il caso di svelare il mistero) il pisellino e la pisellina sono diversi nelle femmine e nei maschi come le sisotte, del resto.
Matteo è sembrato soddisfatto della spiegazione (fortuna che la fase dei perché da qui non è ancora passata e non mi venite a dire che questo rappresenta un problema semmai lo è per chi ci ha a che fare) e abbiamo cambiato discorso; senonché, mentre gli asciugavo i capelli mi fa:
"mamma guarda cosa ci faccio al mio pisellino" armeggiando con lo stesso,
"e tu che ci fai con la tua pisellina?"
"..."
"Mah...non so...cioè...
Insomma io mica la posso allungare come fai tu, è diversa".
"Ce l'ho fatta" penso io ma poi lo guardo e gli vedo un'espressione che più o meno doveva essere la mia quando il vecchio saggio mi chiedeva se avevo capito una cosa che mi aveva appena spiegato e io, mentendo, rispondevo "si, si" al che lui me la rispiegava.
"Vabbè" (che sembra una parolina insignificante e invece...) faccio io
"adesso ti faccio vedere così capisci"
e mentre mi guardava un po' divertito (cioè: i bambini sono naturalmente ferrati nella logica, volete che a cinque anni uno non inizi a chiedersi perché i suoi simili non scoprano mai solo alcune zone del corpo?) mi sono spogliata esponendomi alla sua curiosità e pensando
"starò mica facendo una ca***ta?" ma poi mi son detta
"diamine: è mio figlio, mica il mio ginecologo: un po' di leggerezza".
E così è saltata fuori una mini lezione di anatomia nella quale Matteo ha sfiorato, toccato e stiracchiato chiedendo e ipotizzando, arrivando a disegnare sulla mia pancia la collocazione degli ureteri mentre farfugliava di "tubicini che vanno su".
Poteva finire lì e invece:"ma allora non cresce più?"
"No a mamma, è già grande. Per capirlo dovresti vedere quella della tua cuginetta Aurora che è piccola
(?!!!)
ma non esageriamo...però...possiamo fare così...:"
"Papaaà, puoi venire un attimo in bagno...?"
E così poiché oltre ad avere una mamma un po' svitata ha anche un papà che, per quanto sia dia arie di genitore buono ma severo, quella svitata l'ha scelta tra tante (più normali)
(di storia con la "s" minuscola ma non meno significativa:)
Matteo ha fatto la cacca nel water!!!
Il mio cuore trabocca di gioia!!!
Proprio ieri al controllo di crescita parlavo con la pediatra della mia decisione di resa incondizionata: "che debbo fare, se non gli metto il pannolino è capace di stare anche cinque giorni senza farla, e pensare che con la pipì è perfettamente autonomo. Basta aspetterò che si decida da solo."
E siccome i bambini ascoltano e ragionano ieri sera mi ha chiesto l'adattatore, è rimasto seduto per dieci minuti, stamattina anche e finalmente oggi l'evento tanto aspettato: all'improvviso mi ha chiamato dal bagno dicendomi "mamma ho fatto la cacca".
Il mio cuore trabocca di gioia per questo bimbetto che non si fa convincere facilmente a fare ciò che non vuole ma che, quando si sente pronto, riesce a far tutto anche ciò che fino ad un momento prima riteneva al di sopra delle proprie possibilità.
Festeggiamo degnamente:
i traguardi che a noi adulti sembrano poca cosa ma che per un bambino son cose grandi!
Difatti lo diceva che a lui piace solo di disegnare; ha elaborato questo "mostro", che continua a declinare in varie versioni cambiando ogni volta i particolari, completamente da solo ed è estremamente soddisfatto quando io guardandole emetto un urlo di paura. Questo disegno qui, in particolare, mi ha divertito tanto che gli ho chiesto di regalarmelo, pretendendo anche la dedica, scritta mano nella mano.
A Matteo piace disegnare in questo periodo; sarà che disegnare è per lui anche un modo per creare la realtà (ciò che disegna diventa concreto) e per rappresentarsela (e dunque capirla), sarà che apprezzo le sue produzioni o semplicemente sarà che gli piace molto, fatto sta che la cosa è per lui molto seria. Dunque lo è anche per me.
Allora ho iniziato ad osservare:
"Della serie: Piccoli criminali crescono. Complimenti ai genitori!", direte voi.
Ma no, non siate superficiali: questo l'ha fatto qualche giorno dopo la la grande protesta e la conseguente grande sfuriata materna, mentre era all'asilo (un sentito grazie alla maestra che decriptato il messaggio), è normale che uno ci legga:
se avessi una pistola io, Matteo il terribile, aiutato da un supereroe amico mio, farei tanta paura a quei cattivoni di mamma e papà, che stanno là, oltre la casa, insieme, mentre io sto qua, da solo (meno male che c'è il supereroe amico mio); ma io c'ho una pistola che passa anche attraverso le case, una super pistola, e infatti papà e mamma, brutti e cattivi, hanno una paurissima di me. Oltretutto c'ho anche l'arma segreta: il disco volante fatto a ragno [sfuggito anche all'analisi della mestra, appunto trattasi di arma segreta] che punta contro di loro.
Vò messo paura, eh?
Sono più forte di voi.
Mi sento soddisfatto
quasi, quasi...
disegno un sole,
un pò mostro, però.
Niente di preoccupante, c'è anzi da gioire che questo bimbetto inizi domandarsi, "chi sono, dove sono e, soprattutto, cosa ci faccio qui?". Tanto, prima o poi, tocca a tutti e si inizia sempre da lì. L'importante è passare in fretta ad altro.
Dunque inizierò a preoccuparmi solo nel caso il soggetto artistico dovesse ripetutamente catturare l'attenzione di Matteo. Certo si è aperto per lui il grande periodo "triangolare", che verrà vissuto in tutte le sue sfumature cromatiche e proiezioni geometriche, con meticolosità vangoghiana; c'è d'aspettarsi tanta altra inquietudine, dovrò preparami ad immagini che rimarranno impresse indelebilmente nella mia testa ma ce la possiamo fare.
E la morale della storia è:
Che carta, colori ed estimatori non manchino mai ai vostri bimbi.
"Perché all'asilo si fanno sempre i lavoretti...lavoretti, lavoretti, lavoretti. Io mi sono stufato di tutti questi lavoretti. Io voglio solo disegnare, a me mi piace solo di disegnare.
E poi devo sempre rimettere le cose a posto: se io dipingio, allora poi devo rimettere i colori a posto. [e mica stai a casa]
E quando chiedo quando arriva papà, la maestra mi sgrida sempre.
E poi sto sempre solo, nessuno gioca con me e io sono stufo di stare tutto il tempo solo.
E quelle gocce che mi metti al naso sono disgustose e io non le voglio più."
Ecco qui la vibrante protesta espressa da Matteo l'altra sera, ho cercato di riportare fedelmente le sue parole ma ero troppo presa dalla veemenza dell'esternazione e dal tentativo di controbattere (che non riporto perché irrilevante) che non ho memorizzato fedelmente.
Di che parlare prima: della soddisfazione provata nel constatare che il gigantino sa esprimere i suoi sentimenti, della preoccupazione per questo rifiuto dell'asilo o della mia violenta reazione di rabbia quando ieri mattina non c'è proprio stato verso di farlo uscire di casa?
Ecco cominciamo da qui. Io sono per la non violenza, soprattutto verso i bambini: rispetto i loro tempi, i loro pensieri, la loro sensibilità. Al limite posso arrivare a dire "se qualcuno ti picchia, ALLORA picchialo anche tu, Matteo" e anche questo mi pesa. Ci sono tuttavia momenti in cui non posso fare a meno di usare tutta l'autorità connessa al mio ruolo genitoriale in maniera aggressiva e violenta. Chiaro che non sto parlando di violenza fisica ma della più sottile e pericolosa violenza psicologica. Per cui ieri mattina dopo aver sbraitato furiosamente e sfogato la mia rabbia sbattendo violentemente a terra quello che mi capitava in mano, ho imposto a Matteo di non muoversi dalla stanza da letto. Dopo circa un'ora, durante la quale mi ha più volte chiamato senza ottenere risposta, l'ho cambiato e gli ho fatto fare colazione, quindi gli ho comunicato che per punizione per tutta la giornata non avrebbe potuto vedere la tv né giocare con il pc. Ho tenuto un'espressione indisponente per tutta la mattinata. Ebbene, dopo il mio comportamento in sé, la cosa più triste è stato constatare quanto bene funzionino questi atteggiamenti: addirittura ad un certo punto è arrivato a dirmi: "e va bene allora ci vado all'asilo". Violenza e autoritarismo sono tra gli atteggiamenti apparentemente più efficaci che un genitore possa adottare per fronteggiare l'individualismo di un bambino piccolo, da qui la loro pericolosità. Non ho mai pensato di essere una madre infallibile ma ieri ho toccato il fondo.
C'è poco da aggiungere tranne che mi sono davvero arrabbiata: "Perché non vuole andare all'asilo, non avevamo superato questo momento?" continuavo a pensare mentre rimettevo mano ai programmi per la giornata che mi ero fatta la sera prima. A pensarci adesso, tra neve e influenza, la continuità didattica ultimamente si è un po' interrotta e questo di per se può spiegare l'atteggiamento di Matteo. Comunque domani andremo a parlare con la maestra soprattutto per verificare se davvero si sta isolando dai suoi compagni, che è la cosa che mi preoccupa di più. Spero di non trovare il solito atteggiamento semplicistico della serie "ma no, non è niente, va tutto bene, non si preoccupi", Matteo è un furbetto ma non un mentitore. E comunque con i bambini la realtà e la sua oggettività hanno un importanza relativa rispetto alla loro personale percezione delle situazioni.
E veniamo all'unico aspetto positivo della faccenda: sono rimasta letteralmente rapita dall'intensità e dalla chiarezza con cui il gigantino ha saputo esprimere il suo disagio. Era un'onda di piena, tanto preso da rimproverarmi anche per le gocce al naso, già che c'era. Una perfetta corrispondenza tra lo stato emotivo provato, che ho dedotto facilmente dal suo linguaggio corporeo, le parole usate per esprimerlo e la sua capacità di mantenere il turno di conversazione. Ecco: una delle cose che ci terrei ad insegnare a Matteo è la capacità di esprimere il suo disagio, non necessariamente a me quanto soprattutto a se stesso perché penso che questa abilità sia necessario fondamento dell'equilibrio psichico. Se infatti è vero che i bambini sono maestri e infaticabili cultori dell'arte del capriccio è altrettanto estrema la loro capacità di adattarsi, per amore dei genitori, a qualsiasi sforzo gli venga chiesto ma questa abilità, se abusata o usata impropriamente, è l'anticamera dell'infelicità.
A dispetto dell'ostentata sicumera si accettano consigli.