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martedì 30 dicembre 2014

Il buon proposito

E vabbé: io proprio non ce la faccio a far passare le feste senza esprimere la mia grande tristezza. Ci avevo provato su consiglio di papà camp il quale mi aveva fatto notare: "ma ogni anno di natale devi scrivere che il natale ti angoscia, ma basta!". E così via il post deprimente, mi son fatta un'esame di coscienza considerando che sono molte le persone che faticano ad entrare nello spirito natalizio e che non è bello, a pochi giorni dalla festa in questione (la più sentita, la più bella, la più magica), riportarli dritti, dritti allo spirito del 2 novembre.
Ma è durato poco: il natale è passato, già si avvicina l'anno nuovo e con esso i buoni propositi che poi, siccome io non sono un tipo ambizioso, diventano "il buon proposito".
Dunque il mio buon proposito per l'anno nuovo mi è venuto in mente ieri sera mentre guardavo con Matteo (papà camp era a cena con amici, da cui il fatto che adesso dorme profondamente e che io posso star qui a scrivere, amen) "Alice in wonderland" di Tim Burton (film solo apparentemente per bambini); ebbene quasi alla fine, quando la protagonista deve decidere se combatterà o meno contro un terribile mostro per liberare i suoi amici dalla tirannia della regina rossa, non essendone per niente convinta, la saggia regina bianca le dice una cosa più o meno così: "non si vive per accontentare gli altri".
BUM!
E poi dicono che vedere la tv è diseducativo... 
Ecco per l'anno prossimo mi riprometto solennemente di vivere accontentando me stessa nella profonda consapevolezza che se uno sta bene va da sé che poi riesca a far star bene pure gli altri.
Certo detta così pare facile ma contestualizzando mi toccherà mostrare il peggio di me perché, e credo si sia ormai capito, io non sono una persona nella media. Non voglio dire di essere sopra o sotto (di che, poi?) ma diciamo che sto "spostata" rispetto alla media. Certo chiedendo a Matteo se è contento della sua mamma lui dice di si, e le mie amiche (ciao Fra) rimangono tali nonostante gli anni passino, per non parlare di papà camp (infatti: non ne parliamo) tuttavia ci sono aspetti del mio carattere che rimangono sconcertanti per molti: 
io non cerco le persone care per telefono, io non le invito a casa per pranzi cene o aperitivi, io non amo la vita sociale e dunque, sono completamente sprovvista della naturalezza di comportamento che normalmente l'essere umano dimostra nei rapporti con gli altri.
E ancora io tendo al pessimismo cosmico strategico (se ti aspetti sempre il peggio la realtà potrebbe rivelarsi più facile da affrontare) e non amo i facili entusiasmi, di norma ho una dotazione limitata di energia fisica e mentale, ne consegue che non sono molto capace di fingere: se sono arrabbiata o di cattivo umore se ne accorgono tutti anche se non dirò mai cosa mi turba e questo 
1. per non angosciare il prossimo mio e 
2. perché se a qualcuno interessa, allora può pure fare uno sforzo per arrivarci da solo. 
Sono fermamente convinta di aver vissuto, quando non avevo gli strumenti per capirle, situazioni che la maggior parte delle persone non riuscirebbe a immaginare nemmeno se gliele spiegassi; io le ho affrontate e, in qualche modo, ne sono uscita tuttavia questo ha bruciato per sempre buona parte della mia innata dotazione di allegria e spensieratezza. Su questo non transigo: chi s'azzarda a farmi pesare la mia sostanziale "seriosità" precipita dalla graduatoria delle persone cui voglio bene, unica eccezione: il vecchio saggio ( il quale peraltro si sarà nel frattempo smaterializzato e reincarnato in decine di esseri viventi e adesso vattelo a pesca dove potrebbe essersi cacciato).
Ho una serie molto limitata ma estremamente limitante di fobie che mai nessuno è riuscito a farmi superare: smettetela di pensare di essere il Freud di turno e lasciatemi vivere la mia imperfezione, chiamo io, in caso. 
Mi vesto come mi  pare e piace: gonna e tacchi l'ho indossati il giorno del matrimonio di mio fratello, se non c'eravate mia cognata sara entusiasta di mostrarvi le inconfutabili prove dell'evento. 
Matteo non è battezzato per i motivi che conoscete e se non li capite me ne farò una ragione, io ascolto i vostri tentativi di convincermi dell'opportunità di farlo: fa parte dei vostri doveri di buoni cristiani ma, per favore, evitate l'argomento "e se succedesse qualcosa?" perché prima o poi potrei farvi riflettere sul fatto che un dio che non avesse pietà di un bambino vittima delle condotte dei suoi genitori avrebbe poco di divino.
La lista è lunga e l'aggiornerò di sicuro (vedi stellocchietto come tutto è relativo: quella mamma di cui hai insomma una buona impressione, sarebbe ottima se giocasse un pochino di più con te, in realtà è un essere pieno di difetti ma con almeno il buon gusto di ammetterli) ma il succo del discorso è questo:
Io sono così, prendere o lasciare, me ne sono fatta una ragione, fatevela anche voi (mondo) se credete, altrimenti arrivederci e grazie, non mi mancherete, tanto io non sarò mai quella che per voi sarebbe più rassicurante io fossi. Questo è uno sforzo che, ragionevolmente, potrei fare per una sola persona al mondo ma, per mia fortuna, l'unico sforzo che lei mi chiede è di giocare un po' di più.
Buon anno.

sabato 13 dicembre 2014

Scusa

Ci sono momenti in cui anche una mamma come me, sempre autocritica e spesso dubbiosa, sente che le scelte che sta facendo sono giuste.
Ieri ci stavamo abbracciando, Matteo ed io; era da poco tornato da scuola quando all'improvviso si blocca e guardandomi fisso negli occhi mi dice:
"mamma ma quando mi scusi per stamattina?"
voi penserete "ma che bambino ben educato, avrà combinato qualche marachella e adesso starà cercando il perdono della mamma" ma, causa un improprio uso delle particelle pronominali (l'italiano è una lingua complessa anche per un bimbo che l'ascolta da più di sei anni e la parla da almeno cinque), state sbagliando.
Matteo ha usato un "mi" al posto di un "ti". Dunque quello che stava chiedendo era che IO mi scusassi con lui.
In effetti aveva ragione: la mattina ero stata un po' brusca perché stavamo rischiando di far tardi a scuola e, contrariamente a quanto faccio sempre, non mi ero scusata. A distanza di più di cinque ore lui me l'ha fatto notare!
Questa cosa mi ha riempita d'orgoglio: il mio bambino è capace di capire quando qualcuno non lo tratta con rispetto o peggio lo aggredisce (come avevo fatto io con la mia fretta) ed è capace di pretendere da questo qualcuno delle scuse.
Il fatto che ieri quel "qualcuno" fossi io, mi scalda il cuore.
Io non ho mai creduto nell'istinto materno o meglio non ho mai creduto che una donna, dal momento in cui apprende di star per diventare madre, subisca una metamorfosi che la trasforma istantaneamente in una buona madre. L'istinto materno non è la polverina magica di Trilly che ti permette di volare nei cieli limpidi e sereni della maternità. Buone madri si diventa, iniziando da prima che un figlio nasca e finendo quando si muore. E le difficoltà iniziano da subito. 
Nessuno come una madre (come ogni madre) sa che proprio lei è la persona che nutre la più forte ambivalenza nei confronti del proprio figlio, anche se sono in poche ad ammetterlo. Io l'ho ammesso subito; all'inizio mi sono colpevolizzata, poi, lentamente, ho scoperto che nulla di ciò che provavo era sbagliato e che fondamentale, per la salute mia e di Matteo, era imparare a gestire questi sentimenti.
Allora bando alla violenza fisica ma anche, nei limiti delle mie debolezze, a quella psicologica e, nel caso si ceda, chiedere seriamente e sinceramente scusa. 
Allora mostrare il proprio lato umano a un figlio, imparare a dirgli: "oggi per mamma è una giornataccia" piuttosto che provare a far finta di niente per poi crollare miseramente alla prima cosa che va storta. 
Allora chiedere aiuto e sostegno ai propri cari quando da soli non ci si riesce.
E infine guardare mio figlio chiedendomi: "è felice?" essendo felice con lui, se la risposta è "si" e sforzandosi di rispettarlo, se la risposta è "no" perché l'amore vince sempre.

A Veronica.  






mercoledì 16 luglio 2014

Estate

Da qualche giorno Matteo continua a parlare del suo Dojo: ha disegnato un progetto e contattato personalmente "zio Gino" (lo zio costruttor-riparatore) per definire l'inizio dei lavori e il suo svolgimento ed è tutto preso dalla sua "scuola di arti celesti".
All'inizio ho lasciato correre, tra il divertito e il compiaciuto, pensando che gli sarebbe passata come gli è venuta, questa fissazione. Ma i progetti e i discorsi continuano e, a malincuore, sto svolgendo il compito forse più sgradito a qualsiasi genitore, quello di custode e divulgatore del principio di realtà. E allora orsù coi tipici discorsi sull'età, sui costi, sui permessi (se, in questo Paese, burocrazia deve essere allora meglio iniziare subito a parlarne), sull'opportunità, ecc.
Pensavo questa cosa del dojo fosse positiva considerando che, solo fino a pochi mesi fa, Matteo mi diceva che non sarebbe andato via da casa nemmeno da "grande" (e se state pensando che questo bimbo io lo prendo troppo sul serio: è vero, avete ragione...) e che nella nostra casa ci potevano stare anche sua moglie e i suoi figli (...lo prendo sul serio perché mi fa troppo divertire) e invece...
E invece semplicemente Matteo ha bisogno di allontanarsi da casa perché, in questo momento, l'aria che vi si respira è pesante.
"L'estate da noi non è mica un periodo felice..." dice il mitico e infatti siamo sommersi dai soliti problemi, con in più il caldo e la noia.
Del resto è colpa mia: passi mio padre coi suoi problemi di salute per cui ogni tac, pet o analisi diventa un rebus di non facile soluzione; ma la zia anziana (madre di mio fratello) e il suo intervento di cataratta, e l'altra zia (mamma della cugina che, per me, è la sorella che non ho mai avuto) e il suo mieloma multiplo fresco di diagnosi, cosa c'entrano con Matteo?

Carissimo gigantino, la tua mamma è così: proprio non riesce a far finta di nulla, non che non ci abbia provato ma, quelle rare volte, ha constatato che, se fa finta di non vedere un problema quello, poi, diventa più grande e vanifica l'apparente tranquillità di cui aveva goduto fino ad allora.
Tu mi diresti, potendo, che non è giusto perché questa è, probabilmente, la tua ultima estate davvero senza pensieri, l'ultima da infante prima che anche tu venga sommerso dai tuoi impegni, di bambino certo, ma pur sempre impegni.
Io ti risponderei, volendo, che hai perfettamente ragione tanto più che ben mi ricordo di quella volta in cui il vecchio saggio mi disse:
"i genitori bisognerebbe imparare a mandarli a quel paese il prima possibile". Ma questo è una cosa che, più che dirti, preferirei insegnarti.
Il fatto, caro Matteo, è che non viviamo su una montagna e i problemi di chi ci è vicino, specie quelli delle persone a cui vogliamo bene,  finiscono spesso col coinvolgerci troppo.
Mi dispiace: vorrei dirti cose diverse e un pochino più ottimiste ma, per il momento, non me ne vengono in mente. 
Passerà anche questo periodaccio tu, intanto, goditi la tua cuginetta preferita, i vostri giochi e le vostre fantasie.
Tutto sommato, oggi è un buon giorno.


sabato 21 dicembre 2013

5 ANNI!!!


Matteo ha compiuto 5 anni!




E come ogni anno si è ripresentato il problema di festeggiare il suo compleanno.
Si perché per me questa cosa rappresenta una scocciatura, un peso, un impegno che tenderei ad evitare. Mi rendo conto che un simile atteggiamento, se non denuncia qualcosa di patologico, quantomeno evidenzia un che di significativo ma, per quanto io ci pensi su, non riesco davvero a scoprirne le cause. Ogni anno aggiungo pezzettini di spiegazioni: quest'anno mi son detta che sono una persona incapace di sopportare l'ansia, anche quella minima connessa all'organizzazione di una festicciola di compleanno e che, a ben guardare, questo problema avrei dovuto affrontarlo tanti anni fa.
Comunque non ho potuto non tener conto dei desideri di Matteo. A dire il vero siamo giunti ad un compromesso. Invece della festa di compleanno con i coetanei (per carità: un'orda di bambini scalpitanti dentro casa, per di più accompagnati dai genitori) abbiamo optato per una cena con nonni, zii e cugini, "appena" 15 persone. Il tutto in piena emergenza "dai, dai che dobbiamo sbrigarci a raccogliere le olive prima che un'improvvisa grandinata ce le butti tutte per terra". 
Alla fine ce l'abbiamo fatta ed è stata una bella festa, nulla è andato storto (come sempre capita alle persone ansiose) e, cosa più importante, Matteo era felicissimo.
Cosa non farebbe un genitore per rendere felice suo figlio?
Si dovrebbe aver paura di rispondere a questa domanda.
Il mio gigantino  (25 kg. di peso per 117 cm. di altezza) ha 5 anni;
sono tanti, sono pochi, corrispondono alle sue effettive competenze cognitive, emotive e sociali? Non saprei e non sono interessata a saperlo. Mi basta vederlo sereno, vivace, dolce e pieno di fantasia.
E però l'anno prossimo Matteo andrà a scuola e, quando ci penso, le mie sicurezze cominciano a vacillare.
La sera prima del suo compleanno gli ho detto: 
"Ma lo sai che cinque anni fa, a quest'ora, tu ancora non c'eri? E dove stavi?" 
E lui, prontamente: 
"Con la cicogna!".
E ancora: spesso mi dice che da grande vuole fare il supereroe per salvare le persone ma che per farlo ha bisogno che il papà gli costruisca una spada vera; allora io gli dico che anche i medici o i pompieri salvano le persone e lui mi risponde che però solo i supereroi combattono i cattivi.
Insomma Matteo, ancora immerso in  una dimensione dominata dalla fantasia, l'anno prossimo inizierà a fare i conti con la realtà.
Pensare che, per quanto male se ne possa dire, il sistema scolastico italiano funziona bene e ormai le maestre posseggono le competenze pedagogiche necessarie e sufficienti per gestire l'ingresso a scuola dei bambini, non mi tranquillizza.
Forse perché non è di essere tranquillizzata che ho bisogno: ho bisogno di essere consolata.
Insensatamente sono triste perché penso che Matteo sta crescendo; presto il pensiero razionale, la crescente autonomia, la complessità emotiva, il senso del pudore prenderanno il sopravvento trasformando un bambino che appena adesso comincio a comprendere in un essere ancora più complesso.
Mi sforzo di essere ottimista, mi dico che sono abbastanza presente e attenta da cogliere il cambiamento ed accompagnarlo.
Succede di continuo: la sera del suo compleanno, tra lo scompiglio che ogni festa ben riuscita si porta dietro, mi sono lasciata sfuggire una domanda un po' scorretta: 
"Allora Matteo che ne pensi: papà e mamma se lo sono meritato un bacio per questa festa che ti hanno preparato?" 
e lui, voltandosi verso il padre e con un tono per niente interessato né compiacente: 
"Papà, grazie per questa bella festa".
Ecco, mi sarei aspettata che corresse verso di noi per darci un bacione o che rispondesse: "si mamma" invece la sua risposta è stata sorprendente; a parte il senso di riconoscenza che ho percepito nella sua voce, quello che mi ha colpita è stata l'elaborazione personale e autonoma della risposta. Ho realizzato in  quel momento che il cervello di mio figlio inizia a funzionare in modi che non sono più prevedibili come accadeva fino a poco tempo fa.
E quel rivolgersi al papà invece che a me è stata una cosa che davvero mi ha riempito il cuore di gioia. Cominci a capire, caro Matteo, che l'amore è qualcosa di diverso dall'affettuosità?
E ancora: da qualche notte Matteo si addormenta da solo. Dopo esserci preparati e aver letto uno dei suoi libri ("uffa mamma ma tu mi regali sempre libri!") mi dice: 
"adesso mamma vai di là perché io dormo da solo e non venire a controllare". Il tutto all'improvviso senza che io gli "suggerissi" alcunché.
Evidentemente il gigantino deve aver conosciuto la signora vestita di luce viola


"Ma quando è stato?" mi son chiesta, "Quando è passata? Possibile che io non mi sia accorta di nulla? 

Con questo ritmo in quest'anno potrebbero accadere cose sorprendenti e decisive anche al netto di quel tipico andamento altalenante di molti bambini (compreso il mio) che spesso tendono a "tornare indietro" verso modalità comportamentali e sociali tipiche di fasi di sviluppo precedenti, come fossero tanti piccoli gamberi.
Dunque non mi resta che tranquillizzarmi e farmi una ragione del fatto che mio figlio sta crescendo.
Smetterà (forse) di essere l'infante dolce e affettuoso che è adesso ma potrebbe sempre diventare un bambino altrettanto sorprendente.
Ad maiora.



mercoledì 27 febbraio 2013

Vibrante protesta

"Perché all'asilo si fanno sempre i lavoretti...lavoretti, lavoretti, lavoretti. Io mi sono stufato di tutti questi lavoretti. Io voglio solo disegnare, a me mi piace solo di disegnare.
E poi devo sempre rimettere le cose a posto: se io dipingio, allora poi devo rimettere i colori a posto. [e mica stai a casa]
E quando chiedo quando arriva papà, la maestra mi sgrida sempre.
E poi sto sempre solo, nessuno gioca con me e io sono stufo di stare tutto il tempo solo.
E quelle gocce che mi metti al naso sono disgustose e io non le voglio più."

Ecco qui la vibrante protesta espressa da Matteo l'altra sera, ho cercato di riportare fedelmente le sue parole ma ero troppo presa dalla veemenza dell'esternazione e dal tentativo di controbattere (che non riporto perché irrilevante) che non ho memorizzato fedelmente.
Di che parlare prima: della soddisfazione provata nel constatare che il gigantino sa esprimere i suoi sentimenti, della preoccupazione per questo rifiuto dell'asilo o della mia violenta reazione di rabbia quando ieri mattina non c'è proprio stato verso di farlo uscire di casa?
Ecco cominciamo da qui. Io sono per la non violenza, soprattutto verso i bambini: rispetto i loro tempi, i loro pensieri, la loro sensibilità. Al limite posso arrivare a dire "se qualcuno ti picchia, ALLORA picchialo anche tu, Matteo" e anche questo mi pesa. Ci sono tuttavia momenti in cui non posso fare a meno di usare tutta l'autorità connessa al mio ruolo genitoriale in maniera aggressiva e violenta. Chiaro che non sto parlando di violenza fisica ma della più sottile e pericolosa violenza psicologica. Per cui ieri mattina dopo aver sbraitato furiosamente e sfogato la mia rabbia sbattendo violentemente a terra quello che mi capitava in mano, ho imposto a Matteo di non muoversi dalla stanza da letto. Dopo circa un'ora, durante la quale mi ha più volte chiamato senza ottenere risposta, l'ho cambiato e gli ho fatto fare colazione, quindi gli ho comunicato che per punizione per tutta la giornata non avrebbe potuto vedere la tv né giocare con il pc. Ho tenuto un'espressione  indisponente per tutta la mattinata. Ebbene, dopo il mio comportamento in sé, la cosa più triste è stato constatare quanto bene funzionino questi atteggiamenti: addirittura ad un certo punto è arrivato a dirmi: "e va bene allora ci vado all'asilo". Violenza e autoritarismo sono tra gli atteggiamenti apparentemente più efficaci che un genitore possa adottare per fronteggiare l'individualismo di un bambino piccolo, da qui la loro pericolosità. Non ho mai pensato di essere una madre infallibile ma ieri ho toccato il fondo.
C'è poco da aggiungere tranne che mi sono davvero arrabbiata: "Perché non vuole andare all'asilo, non avevamo superato questo momento?" continuavo a pensare mentre rimettevo mano ai programmi per la giornata che mi ero fatta la sera prima. A pensarci adesso, tra neve e influenza, la continuità didattica ultimamente si è un po' interrotta e questo di per se può spiegare l'atteggiamento di Matteo. Comunque domani andremo a parlare con la maestra soprattutto per verificare se davvero si sta isolando dai suoi compagni, che è la cosa che mi preoccupa di più. Spero di non trovare il solito atteggiamento semplicistico della serie "ma no, non è niente, va tutto bene, non si preoccupi", Matteo è un furbetto ma non un mentitore. E comunque con i bambini la realtà e la sua oggettività hanno un importanza relativa rispetto alla loro personale percezione delle situazioni.
E veniamo all'unico aspetto positivo della faccenda: sono rimasta letteralmente rapita dall'intensità e dalla chiarezza con cui il gigantino ha saputo esprimere il suo disagio. Era un'onda di piena, tanto preso da rimproverarmi anche per le gocce al naso, già che c'era. Una perfetta corrispondenza tra lo stato emotivo provato, che ho dedotto facilmente dal suo linguaggio corporeo, le parole usate per esprimerlo e la sua capacità di mantenere il turno di conversazione. Ecco: una delle cose che ci terrei ad insegnare a Matteo è la capacità di esprimere il suo disagio, non necessariamente a me quanto soprattutto a se stesso perché penso che questa abilità sia necessario fondamento dell'equilibrio psichico. Se infatti è vero che i bambini sono maestri e infaticabili cultori dell'arte del capriccio è altrettanto estrema la loro capacità di adattarsi, per amore dei genitori, a qualsiasi sforzo gli venga chiesto ma questa abilità, se abusata o usata impropriamente, è l'anticamera dell'infelicità. 
A dispetto dell'ostentata sicumera si accettano consigli.

venerdì 7 settembre 2012

giovedì 19 luglio 2012

Tutto da rifare


Ricordate quello che ho scritto nell'ultimo post riguardo a Matteo e ai nostri problemi con la cacca? Ebbene c’era qualcosa di troppo strano nel suo atteggiamento, allora ho cercato in rete e mi sono imbattuta in questo.
Sconvolgente, vero?
Tanto più che anche Matteo tende a trattenere la cacca per più giorni e l’ultima volta, farla, gli ha procurato dolore. Ho chiamato  la pediatra la quale mi ha spiegato che forse sono stata troppo insistente con questa storia di togliere il pannolino e che questo lo ha portato a trattenersi per paura di sbagliare. A loro volte le feci non espulse gli hanno provocato delle ragadi, le quali rendono l’evacuazione (che avviene solo quando indossa il pannolino) dolorosa.
Insomma un brutto circolo vizioso che potrebbe portarlo alla stitichezza!
La strategia propostami è stata la seguente:


1. curare le ragadi

2. tornare al pannolino in modo che sia “pronto” non appena sente lo stimolo invece di trattenersi aspettando che io glielo metta.

Che dire: ho combinato un bel pastrocchio tanto più che adesso debbo spiegare a Matteo il perché di questo passo indietro. Fortuna che già da qualche giorno avevo iniziato a “sdrammatizzare” l’argomento con una serie di approfonditi ragionamenti sulle svariate forme, consistenze, colori e odori della cacca. Debbo dire che Matteo è molto interessato all’argomento. In particolare è rimasto colpito quando gli ho detto di non aver mai visto una cacca rosa e profumata nonché dall’esistenza della mitica “diarria”, cacca gialla, liquida e puzzolentissima accompagnata da bue grandi al pancino.
Tempistica perfetta così adesso posso dirgli che la sua è una cacca paurosa che non vuole andare nel water e nemmeno nel vasino, allora rimane nel suo sederino ma così gli fa le bue. Dobbiamo farla uscire e per riuscirci gli dobbiamo fare uno scherzetto: mettiamo il pannolino così lei uscirà pensando di sporcargli le mutandine e di far arrabbiare la mamma e invece noi la butteremo via. Ah, ah, ah!
Vi sembra credibile?
Mah, speriamo. Sempre nell’ottica di sdoganamento estremo della "materia" ho finalmente scelto uno dei libri sull’argomento cacca (sono tantissimi) da proporre a Matteo. Pare sia un best seller nel genere.
Ma insomma: ho spaventato Matteo con le mie reazioni esagerate invece di tranquillizzarlo e aiutarlo a prendere fiducia in se stesso!
La cosa peggiore è che, ancora adesso, faccio fatica a capire quando e come ho combinato questo disastro. 
E adesso una canzone del mitico Silvestri che in questo caso ci sta tutta:


mercoledì 14 marzo 2012

Abbagli

Ieri pomeriggio, col gigantino, siamo andati a messa. Era la messa per i sei mesi dalla morte di zio Isidoro, finalmente celebrata dopo il rinvio causa neve. L'ho voluta far celebrare proprio io, per richiamare formalmente la sua attenzione quaggiù, dove in così pochi mesi dalla sua scomparsa, certe situazioni, che pure lo riguardano perché lo hanno riguardato, stanno precipitando appena appena. Un modo per dirgli "zio, e tu che dici?".
Comunque, nonostante il grecale, ci siamo incamminati ma Matteo era un po' stanco e quando siamo arrivati era rimasto posto solo al primo banco. Non è che viva in un paese di cattolici ultras è solo che col freddo la Messa si celebra in una stanza di piccole dimensioni dove sono stati sistemati un altare, otto banchi e un confessionale. L'essenziale per entrare in contatto con Dio (tra perentesi, mi chiedo se tutto questo profluvio di spazi vuoti e di distanze con cui di solito vengono concepite e realizzate le chiese, sia in accordo con il senso dei riti che vi si celebrano dentro).
Insomma ci siamo trovati a trenta centimetri dall'altare e quaranta dal parroco; davanti a noi, su una parete di colore giallo limone, un bellissimo crocefisso francescano (dunque privo dei particolari cruenti che di solito caratterizzano questi oggetti) nel quale il Cristo sembra voler abbracciare chi lo guarda. La funzione è iniziata e subito l'attenzione di Matteo è stata richiamata dai canti e dal suono della chitarra che li accompagnava; in quell'ambiente ristretto le voci acquistavano una pienezza particolare come tendessero a convergere piuttosto che a perdersi nello spazio; persino quel tono vagamente lamentatorio, che sempre ricordo di aver colto nei canti delle messe pomeridiane, era quasi scomparso. C'era una forte spiritualità.
Dev'essere per questo che, nonostante la funzione sia stata relativamente lunga, Matteo è stato calmo e tranquillo: un po' ha giocato con un sasso che aveva raccolto per strada, un po' l'ho tenuto in braccio, un po' ci siamo parlati sottovoce: ad un certo punto mi ha sussurrato "mamma torniamo a casa?" ma è stato tranquillo fino alla fine. Poi ci siamo avvicinati alla chitarrista per salutarla (in realtà non la conoscevamo ma aveva suonato così sentitamente da suscitare un  naturale gesto di riconoscenza), Matteo ha ricevuto gli elogi delle signore presenti che si sono complimentate per la sua tranquillità e siamo usciti.
Ammetto che li per lì mi sono sentita orgogliosa del contegno del gigantino, di come sia stato buono e tranquillo.
Ma ripensandoci mi sta venendo una strana ansia: c'è davvero di che essere orgogliosi di un bambino che, a tre anni, dimostra tutto questo self control? 
"Che domanda è?", direte voi. E' la domanda tipo di una mamma-ex bimba perfetta, che aveva un talento eccezionale nel saper stare al suo posto, zitta e attenta.
Capirete dunque l'ansia che provo: le regole, la loro accettazione e condivisione sono lo scheletro di quella società civile in cui auguro a mio figlio di poter vivere, un giorno non troppo lontano, per cui non posso essere che felice se lui per primo impara a rispettarle.
Quello che mi dà pensiero è la capacità del bambino, del mio bambino, di rispondere alle aspettative degli adulti in generale e dei genitori, in modo particolare. Come per l'asilo: nonostante quasi ogni mattina Matteo mi dica di non volerci andare, non solo ci va ma le maestre continuano a ripetermi: "è l'alunno perfetto, non si vede e non si sente, signora. Non da alcun problema, calmo, tranquillo..." Però  quando torna a casa è sfinito, stanco e indispettito. C'è da avere paura al pensiero di cosa un bambino possa riuscire a sopportare se solo gli si fa capire che quella cosa, che a lui non piace, è per noi importante. 
Questa "dote" Matteo ce l'ha, l'ha ereditata da me; ma forse così è troppo semplice, magari la verità è che sono stata io ad averla seminata in lui  e coltivata.
Ci sono pensieri che a volte affiorano alla nostra mente disturbandoci e noi tendiamo a non dar loro peso e a passar oltre, eppure sono proprio quelli che dovremmo analizzare e comprendere.
Mi accingo a farlo.


lunedì 27 febbraio 2012

Assaggi di saggi: "La sfida della volontà - esperienze con i bambini piccoli -" M. Meyerkort, R. Lissau



Osserviamo che il bambino è spinto a muoversi, a fare uso di quanto gli consente il suo patrimonio anatomico e fisiologico. Tutti questi processi avvengono nella volontà del bambino: a livello dell'istinto prende forma la dinamica orientata al futuro del patrimonio corporeo. Le pulsioni ne costituiscono il dinamismo. L'individualità del bambino si manifesta già nella scelta delle attività -nel campo del desiderio- che genitori e maestri osserveranno, per cogliere qualcosa dei futuri sviluppi di vita, del karma di quel certo bambino.
Pensando a tutto ciò, siamo portati a chiederci: possiamo far stare sempre seduti, calmi e tranquilli, dei bambini sotto i sette anni? Un modo è stato quello di forzare il bambino alla sottomissione. "Non ti ho detto di stare seduto da bravo?" dice la maestra. Il risultato può essere quello di rendere un bambino debole, intimorito, che da adulto potrebbe sentirsi insignificante, tendere a ritirarsi in un angolino, a non distinguersi, o ad essere fisicamente e/o moralmente un codardo. I genitori e gli insegnanti d'oggi hanno a disposizione altri mezzi per far star fermo un bambino: la tecnologia moderna, la televisione, i videogiochi, e internet. Utilizzandoli, possiamo uccidere le forze creative nei nostri bambini, indurli al letargo e alla convinzione:"ho il diritto di essere intrattenuto". Inoltre, viene a  mancare lo stimolo a diventare un adulto creativo e dotato di senso critico, che può perfino essere distrutto per tutto il resto della sua vita."


Da chi, come me, conosce solo superficialmente la pedagogia steineriana non ci si può aspettare un resoconto puntuale di questo libro perché esso tratta temi molto complessi quali quelli della volontà e della sua crescita nel bambino in età prescolare, attraverso le tappe fondamentali del suo sviluppo psicofisico (camminare, parlare, pensare) e i suoi peculiari stati di coscienza (empatia, corporeità, ritmo).
Nonostante il libro abbondi di esempi concreti e di suggerimenti operativi su come accompagnare e stimolare lo sviluppo della volontà nel bambino, anche attraverso il lavoro sulla volontà dell'adulto (come sempre nella pedagogia waldorf non c'è crescita del bambino senza un intimo e personale coinvolgimento dell'adulto, da qui il senso della "sfida"), la specificità dei temi trattati richiederebbe, questa è la mia sensazione, una conoscenza preliminare dei concetti base della pedagogia steineriana.
Ciò che posso dire con sicurezza riguardo questo libro è quanto sia poetica e delicata la visione dell'infanzia che esso propone:

"Portiamo un gruppo di bambini in un grande parco. Fin dal momento in cui l'adulto si siede sotto un albero con tutti i cestini da pic-nic, diciotto bambini saltano e corrono in tutte le direzioni. L'iniziale vociare sotto i cespugli e gli alberi presto si trasforma in una specie di silenzio, che può durare qualche minuto. Poi ritornano, prima due, poi tre, poi un'intero gruppo, gridando: "Guarda, cosa ho trovato!" -"Guarda qui!"- "Guarda! Guarda!" E un bambino ha in mano un osso di pesca, un altro un pezzo di vetro, un bruco morto, o perfino un tocco di fango. Sono tesori. Se la maestra suggerisse di lasciarli perdere ("Buttalo via, è sporco"), dovrebbe presto ricredersi ("E' mio! Mi serve!").
Per l'adulto questa gioia di fronte alle cose più umili e scontate può essere una sorpresa. Il sasso lungo la strada per noi è inutile, non significa nulla. Per il bambino fa parte del  mondo è il mondo, che ora lui stringe nella sua mano. Poiché la sua coscienza si abbandona al mondo, dalla sua dedizione a ciò che è stato creato egli trae non un accrescimento di conoscenza, ma un solenne incontro con ciò che le forze divine hanno creato, un'esperianza che un artista può portare con sé nella vita adulta.

e al tempo stesso quanto grande l'impegno che si chiede a genitori ed educatori:

"Quando osserviamo lo sviluppo del bambino nei primi sette anni di vita, e riconosciamo la preponderanza della vita di volontà a quell'età, comprendiamo la tremenda responsabilità per cui è la nostra attenzione di adulti che in larga misura modella la crescita della donna e dell'uomo di domani"

nonché grandiosi il fine e il senso di questo lavoro:

"L'impegno nel portare avanti seriamente la nostra autoeducazione ci porta, passo dopo passo, verso un nuovo atteggiamento sociale: a sentire che, insieme, abbiamo delle responsabilità verso il nostro pianeta e tutta la sua vita."

Debbo ammettere che se i continui riferimenti ad una dimensione spirituale fatta di esseri superiori che ci guidano e ci sostengono, mi ha spiazzata, gli esempi concreti di cosa genitori ed educatori possono fare in un asilo waldorf mi hanno fatto percepire la pochezza di ciò che sto facendo per educare mio figlio:

- Le maestre potrebbero aiutare in casa, quando un membro della famiglia è malato.
- Possiamo far parte di un coro locale o di un'attività sportiva, se ci fa piacere.
-Con l'aiuto di genitori e amici, la maestra può presentare uno dei suoi teatrini di marionette presso biblioteche per l'infanzia, ospedali, case di riposo.
-Una o due volte a settimana si potrebbe invitare una persona anziana a venire a sedersi tranquillamente per qualche ora in un angolo dell'asilo, col suo lavoro a maglia o di cucito, o d'intaglio del legno.
.
Forse sono solo belle parole eppure se avessimo la forza, il coraggio e la dedizione necessari...


venerdì 17 febbraio 2012

Il grande gelo: effetti collaterali ;(

Nevica così una volta ogni trent'anni, proprio adesso che avevo trovato un lavoro. Due giorni di assenza e: licenziata! Anzi, per essere precisa, in stand-by in attesa che ad una delle mie colleghe passi il nervosismo per essersi trovata ad affrontare tutto il lavoro da sola, "soprassediamo un pò" mi ha detto la mia datrice di lavoro, "sai Samantha è per me indispensabile e mi ha detto che non ti rivolgerà mai più la parola e tu capisci che in questo clima non potete lavorare bene". Ma io lo so che tanto è finita qui, perché la Samantha, giovine resa dura dalle difficoltà che una vita in terra straniera (con figlio adolescente a carico) comporta, su di me ci ha messo una croce. Me l'ha detto quando l'ho chiamata pensando di doverle chiedere scusa anche se non ce ne era motivo, pensando che se fossi riuscita a farle capire la mia buona fede, magari la mia datrice di lavoro ci avrebbe ripensato. Il bello è che a forza di pensare ero riuscita davvero a trovare qualcosa di indelicato nel mio comportamento e ne ero sinceramente rammaricata; invece da quella telefonata (che adesso rimpiango di aver fatto) si è capito che

  1. la Samantha è una vera s....za la quale s'è n'è fregata delle mie lacrime e delle mie suppliche e ha anzi trovato la lucidità mentale per elencare tutte le mie carenze tecniche, oltre che umane. Tutto ciò che non mi è stato detto quando poteva essermi utile, mi è stato rinfacciato quando ormai serviva solo a farmi stare male.
  2. Nonostante l'aspetto delicato e comprensivo e i temporeggiamenti, la "padrona" deve essere a sua volta insoddisfatta di me altrimenti non avrebbe permesso ad una sua dipendente, per quanto brava e servile, di decidere del futuro lavorativo dell'altra.
  3. Le persone possono raggiungere livelli di ipocrisia che, nonostante le esperienze accumulate, continuo a registrare in costante aumento.
E adessso considero che è meglio non avere niente a che fare con gente che, nonostante l'abbondanza di immagini sacre che riesce a stipare dentro casa, alla fine è intimamente convinta che la sua vita valga di più di quella degli altri (perchè c'era davvero da rischiare ad uscire di casa in quelle condizioni e nonostante io lo abbia fatto per due giorni la cosa non è stata significativa) e mi dico "anche se mi dovessero richiamare io non ci torno a lavorare con una che è talmente incattivita da vedere in ogni persona che incontra un nemico, una che pensa di avere il monopolio delle difficoltà della vita solo perché ha commesso qualche errore quando era poco più che una bambina".
Però rimane il fatto che il lavoro l'ho perso e non ho ancora nemmeno avuto il primo stipendio (dice che la neve ha ritardato la compilazione delle busta paga, ma dai!?) e che la mia autostima l'ho intravista mentre si nascondeva sotto il tappeto all'ingresso qualche giorno fa e non ho cuore di andare a vedere se è ancora lì o se nel frattempo si è buttata dalla tromba delle scale.
Come si fa a perdere un lavoro così semplice dopo poco più di un mese dall'assunzione?
Intanto sto aspettando che la "signora" mi convochi per liquidarmi, magari ci capirò qualcosa di più, per adesso posso dire solo che ci sono rimasta malissimo e tanta è la mia delusione e il mio abbattimento che dispenso voi, cari lettori e care lettrici, da qualsiasi vano tentativo di consolarmi o incoraggiarmi.
Non ce la potete fare! Non adesso perché non ho ancora finito di rimproverarmi, autocommiserarmi e disperarmi, debbo ancora toccare il fondo e quando ci sarò arrivata potrò finalmente da passare da questo


che rende bene l'idea di come mi sento adesso, a questo


e io lo so che ce la posso fare! Prima o poi.




venerdì 7 ottobre 2011

Per favore non ditemi: "te l'avevo detto!"

Ebbene si: quel progettino tanto carino che avevo in mente credo, quasi sicuramente, rimarrà nella mia mente.
E' andata così: le mamme sono rimaste abbastanza indifferenti, le maestre invece si sono mostrate interessate e, dopo aver fatto qualche rilievo tecnico, hanno espresso la loro disponibilità se il preside fosse stato d'accordo.
Vero che ho avuto l'impressione di una certa condiscendenza ma lì per lì, non c'ho dato peso.
Il giorno dell'incontro col preside, ho esposto anche a lui la richiesta e la sua prima reazione è stata di un certo sconcerto: "signora mi coglie impreparato, dovrei controllare se la cosa è permessa"
e io "dal regolamento no, ho già controllato" (poco astuto da parte mia, ma almeno si sarebbero evitate inutili perdite di tempo), 
"tuttavia il regolamento potrebbe essere modificato...si mi debbo informare", continua lui, 
"si mette bene", penso io 
ma ecco la pugnalata alle spalle della maestra "però vede preside, io la signora la capisco, anche io quando ho avuto i miei figli all'asilo ero come lei molto preoccupata, però per i bambini questo via vai di genitori...("e se me lo dicevi subito non era meglio?", penso io) che interaggirebbero anche con gli altri bambini..." 
E il preside subito "in effetti signora lei deve pensare che anche una frase innocua che so -ma che belle guanciotte che hai!- può essere vissuta male da un bimbo che non è il proprio figlio". 
E' stato difficile evitare di farmi una bella risata (magari con grugnito) all'udire questa cosa che, a pensarci bene, invece, è un po spaventosa tuttavia ho cercato di ribattere parlando di "atteggiamento aperto ma rispettoso verso gli altri bambini" ma a quel punto questioni serie, come quella della caldaia o quella delle pulizie, già incalzavano le pragmatiche mamme e dunque il mio progetto è rimasto così, nel limbo del "vedremo".
"Vabbé c'ho provato", ho pensato lì per lì concentrandomi su problemi di budget  e straordinari negati di cui, francamente, non mi importava niente. In realtà c'ero rimasta male.
Comunque ho avuto modo di rimanerci peggio: al momento dei saluti il preside mi fa: "lei signora è un po apprensiva, però debbo documentarmi...noi abbiamo l'autonomia, quindi possiamo fare quello che riteniamo più opportuno;  debbo controllare se fanno qualcosa si simile in Finlandia o in Norvegia".
Cioè: il fatto che un direttore (didattico, sanitario, amministrativo ecc) guardi all'Europa in cerca di ispirazione è di per sé confortante. Del resto qui parliamo di uno che ama il suo lavoro, che parla con i genitori e che ha in mente progetti di orti in cui i bambini potrebbero coltivare insalata da rivendere al mercato la domenica. Un progressista! Finlandia e Norvegia permettendo.
E poi non sono più apprensiva di quelle mamme che sento ripetere a giorni alterni "mi sono arrivate delle voci su quella maestra...attenzione eh!". A parte che pure a me sono arrivate voci (da Matteo, fonte attendibilissima) che pare che il direttore si porti via i bambini cattivi (alla faccia delle guanciotte), comunque io mi fido della professionalità delle nostre maestre; i tristissimi eventi che purtroppo sono accaduti in alcuni nidi e asili italiani, voglio considerarli come aberrazioni, fatti eccezionali e mostruosi. Nulla a che vedere con Matteo e la sua vita scolastica.
No, non sono apprensiva; era solo una gran voglia di tornare bambina in quello stesso asilo dove ho lasciato qualcosa di irrisolto, dove il mio primo giorno ho visto questa bambina sola (ero io, era un'altra? Che importa) nell'immenso piazzale, che piangeva e nessuno a consolarla. Era per tornare indietro nel tempo e avere una seconda opportunità. Era per crescere un po.
E vabbè: c'ho provato.

Stellocchiotto di mamma, mi ricordo che m'hai detto "io ho pianto perché volevo che c'eri anche tu con me all'asilo" e allora ho provato a chiedere alla maestra il permesso di stare un po con te; ma lei dice che non si può perché per diventare grandi i bambini, quando vanno all'asilo, debbono stare solo con le maestre e gli altri bambini. Non lo so perché ma se lo dice la maestra, sicuramente è così.
Vabbé ma a noi che importa: all'asilo si sta bene anche senza la mamma e quando torni possiamo stare tanto tempo insieme;
e poi mamma adesso fa un bel sogno in cui diventa una bambina come te e così nel sogno ti vengo a trovare e andiamo insieme all'asilo e facciamo tanti disegni molto colorati e mi fai conoscere i tuoi amichetti.
E tu, amore, pensa solo che adesso, come dice una canzone che sembra tanto triste ma invece non lo è, "dobbiamo approfittare di questi venti gelidi"* e se abbiamo freddo, possiamo coprirci ma questo viaggio lo dobbiamo fare e ti prometto che ti piacerà. Baciotto.



*e scusate se musicalmente in questo periodo sono un po monotematica ma la bravura non è mai ripetitiva.



martedì 19 luglio 2011

Porca miseria...

Io a quest'ora dovevo essere reduce da una festa di musica e amici, con le orecchie ancora stordite e la mente a quel pezzo riarrangiato che solo dal vivo lo puoi sentire e che dopo un po di giorni inizi a dimenticare ma ti ricordi che era perfetto; 
esaltata dall'energia e dalla bravura, 
e invece
macché!
Va bene tutto ma a decidersi di controllare queste benedette date e scoprire solo oggi che era proprio oggi ...
e porca miseria!
Cioè stiamo parlando di questo signore qui e dei suoi degni musicisti:


dal vivo...
porca miseria!
E si che gli amici li puoi pure un po trascurare ma così è troppo.
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