E vabbé: io proprio non ce la faccio a far passare le feste senza esprimere la mia grande tristezza. Ci avevo provato su consiglio di papà camp il quale mi aveva fatto notare: "ma ogni anno di natale devi scrivere che il natale ti angoscia, ma basta!". E così via il post deprimente, mi son fatta un'esame di coscienza considerando che sono molte le persone che faticano ad entrare nello spirito natalizio e che non è bello, a pochi giorni dalla festa in questione (la più sentita, la più bella, la più magica), riportarli dritti, dritti allo spirito del 2 novembre.
Ma è durato poco: il natale è passato, già si avvicina l'anno nuovo e con esso i buoni propositi che poi, siccome io non sono un tipo ambizioso, diventano "il buon proposito".
Dunque il mio buon proposito per l'anno nuovo mi è venuto in mente ieri sera mentre guardavo con Matteo (papà camp era a cena con amici, da cui il fatto che adesso dorme profondamente e che io posso star qui a scrivere, amen) "Alice in wonderland" di Tim Burton (film solo apparentemente per bambini); ebbene quasi alla fine, quando la protagonista deve decidere se combatterà o meno contro un terribile mostro per liberare i suoi amici dalla tirannia della regina rossa, non essendone per niente convinta, la saggia regina bianca le dice una cosa più o meno così: "non si vive per accontentare gli altri".
BUM!
E poi dicono che vedere la tv è diseducativo...
Ecco per l'anno prossimo mi riprometto solennemente di vivere accontentando me stessa nella profonda consapevolezza che se uno sta bene va da sé che poi riesca a far star bene pure gli altri.
Certo detta così pare facile ma contestualizzando mi toccherà mostrare il peggio di me perché, e credo si sia ormai capito, io non sono una persona nella media. Non voglio dire di essere sopra o sotto (di che, poi?) ma diciamo che sto "spostata" rispetto alla media. Certo chiedendo a Matteo se è contento della sua mamma lui dice di si, e le mie amiche (ciao Fra) rimangono tali nonostante gli anni passino, per non parlare di papà camp (infatti: non ne parliamo) tuttavia ci sono aspetti del mio carattere che rimangono sconcertanti per molti:
io non cerco le persone care per telefono, io non le invito a casa per pranzi cene o aperitivi, io non amo la vita sociale e dunque, sono completamente sprovvista della naturalezza di comportamento che normalmente l'essere umano dimostra nei rapporti con gli altri.
E ancora io tendo al pessimismo cosmico strategico (se ti aspetti sempre il peggio la realtà potrebbe rivelarsi più facile da affrontare) e non amo i facili entusiasmi, di norma ho una dotazione limitata di energia fisica e mentale, ne consegue che non sono molto capace di fingere: se sono arrabbiata o di cattivo umore se ne accorgono tutti anche se non dirò mai cosa mi turba e questo
1. per non angosciare il prossimo mio e
2. perché se a qualcuno interessa, allora può pure fare uno sforzo per arrivarci da solo.
Sono fermamente convinta di aver vissuto, quando non avevo gli strumenti per capirle, situazioni che la maggior parte delle persone non riuscirebbe a immaginare nemmeno se gliele spiegassi; io le ho affrontate e, in qualche modo, ne sono uscita tuttavia questo ha bruciato per sempre buona parte della mia innata dotazione di allegria e spensieratezza. Su questo non transigo: chi s'azzarda a farmi pesare la mia sostanziale "seriosità" precipita dalla graduatoria delle persone cui voglio bene, unica eccezione: il vecchio saggio ( il quale peraltro si sarà nel frattempo smaterializzato e reincarnato in decine di esseri viventi e adesso vattelo a pesca dove potrebbe essersi cacciato).
Ho una serie molto limitata ma estremamente limitante di fobie che mai nessuno è riuscito a farmi superare: smettetela di pensare di essere il Freud di turno e lasciatemi vivere la mia imperfezione, chiamo io, in caso.
Mi vesto come mi pare e piace: gonna e tacchi l'ho indossati il giorno del matrimonio di mio fratello, se non c'eravate mia cognata sara entusiasta di mostrarvi le inconfutabili prove dell'evento.
Matteo non è battezzato per i motivi che conoscete e se non li capite me ne farò una ragione, io ascolto i vostri tentativi di convincermi dell'opportunità di farlo: fa parte dei vostri doveri di buoni cristiani ma, per favore, evitate l'argomento "e se succedesse qualcosa?" perché prima o poi potrei farvi riflettere sul fatto che un dio che non avesse pietà di un bambino vittima delle condotte dei suoi genitori avrebbe poco di divino.
La lista è lunga e l'aggiornerò di sicuro (vedi stellocchietto come tutto è relativo: quella mamma di cui hai insomma una buona impressione, sarebbe ottima se giocasse un pochino di più con te, in realtà è un essere pieno di difetti ma con almeno il buon gusto di ammetterli) ma il succo del discorso è questo:
Io sono così, prendere o lasciare, me ne sono fatta una ragione, fatevela anche voi (mondo) se credete, altrimenti arrivederci e grazie, non mi mancherete, tanto io non sarò mai quella che per voi sarebbe più rassicurante io fossi. Questo è uno sforzo che, ragionevolmente, potrei fare per una sola persona al mondo ma, per mia fortuna, l'unico sforzo che lei mi chiede è di giocare un po' di più.
Ci sono momenti in cui anche una mamma come me, sempre autocritica e spesso dubbiosa, sente che le scelte che sta facendo sono giuste.
Ieri ci stavamo abbracciando, Matteo ed io; era da poco tornato da scuola quando all'improvviso si blocca e guardandomi fisso negli occhi mi dice:
"mamma ma quando mi scusi per stamattina?"
voi penserete "ma che bambino ben educato, avrà combinato qualche marachella e adesso starà cercando il perdono della mamma" ma, causa un improprio uso delle particelle pronominali (l'italiano è una lingua complessa anche per un bimbo che l'ascolta da più di sei anni e la parla da almeno cinque), state sbagliando.
Matteo ha usato un "mi" al posto di un "ti". Dunque quello che stava chiedendo era che IO mi scusassi con lui.
In effetti aveva ragione: la mattina ero stata un po' brusca perché stavamo rischiando di far tardi a scuola e, contrariamente a quanto faccio sempre, non mi ero scusata. A distanza di più di cinque ore lui me l'ha fatto notare!
Questa cosa mi ha riempita d'orgoglio: il mio bambino è capace di capire quando qualcuno non lo tratta con rispetto o peggio lo aggredisce (come avevo fatto io con la mia fretta) ed è capace di pretendere da questo qualcuno delle scuse.
Il fatto che ieri quel "qualcuno" fossi io, mi scalda il cuore.
Io non ho mai creduto nell'istinto materno o meglio non ho mai creduto che una donna, dal momento in cui apprende di star per diventare madre, subisca una metamorfosi che la trasforma istantaneamente in una buona madre. L'istinto materno non è la polverina magica di Trilly che ti permette di volare nei cieli limpidi e sereni della maternità. Buone madri si diventa, iniziando da prima che un figlio nasca e finendo quando si muore. E le difficoltà iniziano da subito. Nessuno come una madre (come ogni madre) sa che proprio lei è la persona che nutre la più forte ambivalenza nei confronti del proprio figlio, anche se sono in poche ad ammetterlo. Io l'ho ammesso subito; all'inizio mi sono colpevolizzata, poi, lentamente, ho scoperto che nulla di ciò che provavo era sbagliato e che fondamentale, per la salute mia e di Matteo, era imparare a gestire questi sentimenti. Allora bando alla violenza fisica ma anche, nei limiti delle mie debolezze, a quella psicologica e, nel caso si ceda, chiedere seriamente e sinceramente scusa. Allora mostrare il proprio lato umano a un figlio, imparare a dirgli: "oggi per mamma è una giornataccia" piuttosto che provare a far finta di niente per poi crollare miseramente alla prima cosa che va storta. Allora chiedere aiuto e sostegno ai propri cari quando da soli non ci si riesce. E infine guardare mio figlio chiedendomi: "è felice?" essendo felice con lui, se la risposta è "si" e sforzandosi di rispettarlo, se la risposta è "no" perché l'amore vince sempre.
Questo è davvero uno strano momento: dicevo due post fa di quanto io debba a mia madre e adesso ho l'occasione di renderle in parte il favore.
Mamma si è infortunata, una caduta le ha provocato un'infrazione alla testa del femore per la cui guarigione è necessario un lungo periodo di assoluto riposo. E siccome io abito al piano superiore, va da se, che mi sia praticamente trasferita a casa sua. Sembrerebbe un cambiamento da poco non fosse che le nostre routine giornaliere sono tutte diverse col risultato che mi ritrovo a fare su e giù quaranta volte al giorno (il che ha anche aspetti positivi sulla mia forma fisica, come ha prontamente notato papà camp), a passare ore e ore a cucinare e a non avere più tempo da dedicare a me stessa.
Che stanchezza! Che stress! Che amarezza!
Si perché la mia non è mica una famiglia normale: sul fratello cugino celibe non ci si può contare che già avrebbe bisogno lui di una mano con la mamma zia; sull'altro fratello idem, alla di lui moglie che lavora dal lunedì al sabato e che la domenica deve riposarsi non potrei chiedere nulla, pena pericolose incrinazioni dei sacri vincoli familiari e, dunque, sono sola. Oltretutto coi soliti problemi di malattie, medici e ospedali.
Pensare che mi sono fatta centinaia di ragionamenti sul fatto che Matteo sia figlio unico, su quanto possa sentirsi solo e su quanto la sua vita risentirà di questa nostra scelta!
Mah!
Che amarezza.
Oltretutto tra poco sarà il compleanno di Matteo e per una volta che mi ero messa d'impegno, già da metà ottobre, a pensare e iniziare ad organizzare la sua festa di compleanno (perché me l'aveva chiesta lui, coi suoi compagni di scuola), ho dovuto abbandonare tutto. Dicevo che i supereroi non mi stanno molto simpatici e proprio io non sono fatta per tollerare alti livelli di stress. Poiché mi ero messa in testa di affittare la sala, preparare il rinfresco, organizzare l'animazione ho dovuto prendere atto che non ce l'avrei mai fatta. Ne ho parlato con Matteo: l'ha presa abbastanza bene (certe volte questo bimbo mi fa davvero preoccupare), penserò a qualcosa di speciale da fare noi tre quel giorno (sempre se trovo qualcuno che mi "sostituisca") che è poi il modo che io preferisco per festeggiare il compleanno di Matteo.
Mi dico (in piena sindrome di Pollyanna) che questa è la cosa più giusta per me ma anche per Matteo, perché la vita è questa: spesso si mette di traverso e bisogna sapersi adattare. Pedagogia delle piccole cose.
Però che amarezza!
E quando le cose si complicheranno? Due genitori non più giovani e non in perfetta salute (ad essere precisi per papà si potrebbe usare l'espressione "sopravvivente per miracolo"), cosa accadrà?
Spero solo di fare in tempo a far crescere Matteo, con tutto il bene che voglio ai miei genitori, lui dovrebbe venire prima di chiunque altro.
P.S: per i motivi di cui sopra, non vi meravigliate e non vi preoccupate, cari preziosi lettori abituali, se in questo periodo non rispondo subito ai vostri commenti o se latito dai vostri blog: non ho davvero tempo ma ci sono e vi penso, tra un accudito e l'altro.
Addì 13/11/14, dopo lunga ed emozionante attesa Matteo ha perso il suo primo dentino da latte (incisivo centrale inferiore).
Attendiamo impazienti la visita del topino dei dentini sperando di sfruttare il momento per dare finalmente risposta alla domanda che ha tormentato la nostra infanzia:
ma sto topino con tutti sti dentini cosa accidenti ci fa?
Quella del contadino è una vitaccia; non importa l'impegno che metta nel suo lavoro perché in ogni momento il risultato della sua fatica è alla mercé di una forza troppo grande per essere tenuta sotto controllo: la natura.
Sarà per questo che Abele era il fratello buono e benevolo: lui di mestiere faceva il pastore!
Quest'anno la calamità naturale del momento si chiama bactrocera oleae che, complice l'estate umida e piovosa, ha recato danni anche in zone dove solitamente non ne faceva.
Non è bello arrivare al momento della raccolta e ritrovarsi con olive bucherellate e striminzite, andare a cogliere (con tutta la fatica del caso) sperando non sia stato tutto sudore sprecato, guardare con sospetto questo liquido verde pensando a tutte le voci allarmistiche sulla sua qualità (addirittura c'è chi ha detto che l'olio di quest'anno sarebbe cancerogeno!).
Non è bello soprattutto dover rinunciare alla raccolta perché il parassita in questione ha reso l'olio immangiabile ma per fortuna non è questo il nostro caso. Avremo poco olio, sicuramente di qualità inferiore ma comunque edibile.
"'n'grazia a Dio" cioè "ringraziando Dio", come ha prontamente esclamato mia madre al ritorno dal frantoio, l'olio anche quest'anno l'abbiamo "rifatto", poco importa se a malapena basterà per tutta la famiglia: staremo attenti a non sprecarlo.
Se io dovessi scegliere una frase per descrivere mia madre, sceglierei "'n'grazia a Dio" non tanto per la frequenza quanto per la scelta dei momenti in cui lei la usa.
Tutto va male, stai perdendo finanche la voglia di reagire ma datele un valido motivo per pensare positivo ed ecco che mia madre affermerà "'n'grazia a Dio...".
Cara mamma, sempre qui tutti concentrati su papà, sui suoi problemi e i suoi drammi esistenziali, dando la tua presenza per scontata, operosa rammendatrice di trame consumate e di strappi apparentemente insanabili,
cara mamma, volevo dirti che hai fatto un gran bel lavoro e che quel poco di equilibrio mentale che mi ritrovo, di certo, lo debbo a te.
Cara mamma, 'n'grazia a Dio sei stata e continui ad essere una buona madre.
Due domeniche fa, in piena ansia da "giorno prima del primo giorno della prima elementare del nostro primo figlio (seguirà, giusto il tempo di focalizzare meglio, specifico post sull'evento) così, tanto per stemperare l'ansia, abbiamo portato Matteo al pronto soccorso. Il bimbo cresce in altezza e peso e, stavolta, il classico salto dal divano gli ha provocato un forte dolore al tallone destro. S'è subito capito che la cosa era degna di nota perché ha pianto, cosa che di solito non fa, anche quando prova dolore. Siamo subito intervenuti, papà camp ed io, col ghiaccio, abbiamo atteso circa mezz'ora ma il dolore non diminuiva e Matteo non riusciva a poggiare il peso sul piedino tanto da camminare in maniera sbilenca. Dunque abbiamo deciso di recarci al P.S. Siamo andati prima in quello dell'ospedale più vicino (per ora: si vocifera infatti di una sua chiusura) ma l'infermiera mi ha informato che le macchine per la radiografia erano rotte. Strano: tre sale radiografiche tutte inutilizzabili! Comunque dato che nel frattempo il dolore persisteva, ci siamo diretti all'ospedale del capoluogo. Siamo arrivati in P.S. alle 18.30 circa, ci ha accolto un'infermiera che ha aperto la cartella clinica invitandoci ad attendere nell'apposita sala. Così abbiamo fatto; debbo dire che Matteo è un bambino abbastanza paziente: ha iniziato a dare i primi segni di insofferenza solo alle 20.30, circa un'ora dopo rispetto al papà e alla mamma, i quali, anche in considerazione del fatto che ormai il bambino non sentiva più tanto dolore e aveva ripreso a camminare quasi normalmente, avevano deciso di aspettare al massimo sino alle 21.00. Invece, poco dopo ci hanno chiamato. Siamo entrati, il medico ha visitato il piccolo e ha valutato la probabile assenza di lesioni ossee ma ha tuttavia deciso per una radiografia, a suo dire, "dirimente". Ho accompagnato io Matteo in sala radiografia dove è stato accolto da un tecnico e un medico. Il medico ha visionato il piede quindi il tecnico lo ha invitato a sedersi sul lettino dell'apparecchio. Matteo ha eseguito ma rimaneva seduto quindi il tecnico l'ha apostrofato in maniera un po' rude invitandolo ad allungarsi. Allora con tono leggero ho detto:
"Non faccia così, altrimenti mi si spaventa e in ospedale non vorrà più metterci piede", e lui
"ah ma questa sarebbe una buona cosa, significherebbe che suo figlio sta bene" e io
"eh si, sarebbe proprio una bella cosa, magari!"
Ultimamente mi capita di dire o scrivere cose che vengono interpretate in maniera esattamente contraria a quello che volevo intendere. C'avrò Saturno contro, capita!
Fatto sta che il tecnico cambia completamente tono e inizia:
"si, perché la colpa non è dei bambini che giocano e si fanno male, la colpa è dei genitori che li portano subito all'ospedale per fargli fare esami inutili e dannosi, perché queste sò radiazioni, mica caramelle."
Giuro che ho pensato: "questo, o sta in astinenza da nicotina o è leggermente brillo" ma ho deciso di soprassedere però lui ha insistito:
"si perché i genitori sò contenti di portà i figli all'ospedale e se il medico gli dice -sta tutto a posto- loro ci rimangono male e pretendono la radiografia".
A quel punto ho perso la pazienza: "scusi ma non l'ho mica detto io al medico di fare la radiografia, sarei stata ben contenta di evitarla, ma se l'ha chiesta lui forse era necessario farla", a quel punto il medico radiologo alza gli occhi dal monitor e con sguardo comprensivo mi fa:
"purtroppo signora oggi spesso i medici prescrivono esami che potrebbero essere evitati per tutelarsi; è accaduto infatti che bambini nella situazione di suo figlio, dopo essere usciti dal P.S. senza aver effettuato radiografie si siano poi fatti male sul serio e i genitori siano tornati affermando che le lesioni non fossero state viste al primo accesso, lei capisce che una radiografia, in questi casi tutela il medico" e io:
"lo capisco ma questo non è un mio problema" e lui:
"in effetti no".
Dopo questo tentativo di distensione il medico si è alzato e se ne è andato in un'altra stanza e si poteva finirla lì invece il tecnico è tornato alla carica:
"i genitori di oggi sò tutti stupidi: non sanno riconoscere un problema serio da una stupidaggine" e io (tanto con me ce l'aveva):
"vede il fatto è che io non sono laureata in medicina e nemmeno in scienze infermieristiche e nel dubbio..."
"ma quale dubbio" incalza lui
"forse suo padre quando lei era piccola l'ha portata in ospedale ogni volta che si è fatta male? E' che oggi a stì ragazzini gli date troppo spago".
"ah ecco" penso io "siamo difronte al classico modello pedagogico -cerca di non farti male sennò ti do pure il resto-, ma questo da dove è uscito oggi" ma invece dico:
"guardi che io in vita mia ho frequentato abbastanza ospedali da..."
"eh ma signora le esperienze nella vita possono rendere più intelligenti o più stupidi e nel suo caso..."
"...capire che sono ambienti da far frequentare il meno possibile ad un bambino ma tanto lei non ascolta quindi pensi quello che le pare".
Come è facile immaginare l'atmosfera si era fatta un tantino pesante e anche Matteo, nel frattempo sceso dal lettino, guardandomi preoccupato cercava di distogliermi dalla conversazione: "mamma abbiamo fatto? Ce ne possiamo andare, vero?".
"Si amore solo un attimo per mandare gentilmente a quel paese questo lavoratore pubblico indisponente e maleducato che pensa che io sia una madre degenere che proietta tendenze ipocondriache sull'incolpevole figlio",
"si amore non appena il signore ci autorizza".
"Ma si: vada, vada che non c'è niente come nell'ottanta per cento delle radiografie che vede qui" e, accompagnandoci alla porta:
"io l'ho capito appena entrato che suo figlio non c'aveva niente, si vedeva da come camminava"
"le assicuro che due ore fa non camminava così"
"eh vabbé"
Come volevasi dimostrare la radiografia era negativa; quando siamo tornati dalla sala radiografia il medico che aveva visitato Matteo non c'era: l'infermiera ci ha spiegato che l'aveva autorizzata a chiudere la cartella in caso di referto negativo, lui intanto stava visitando altri pazienti "purtroppo deve pensare, da solo, ai codici verdi e a quelli gialli" e io, che avevo visto la sala d'attesa piena: "ma come fate a lavorare in queste condizioni?" L'infermiera molto seriamente e cordialmente (si vede che nel frattempo, Saturno s'era spostato) mi fa: "che dobbiamo fare, signora? Lavoriamo più del dovuto e in condizione di forte stress. Io, quando torno a casa sono stanchissima e trascuro tutto, anche i miei figli; del resto, io devo riposare perché il mio lavoro richiede molta attenzione, non posso permettermi errori". Non ho trovato parole per rispondere, l'ho ringraziata e siamo tornati a casa Anche il mio umore era nero e tale è rimasto per tutta la serata. La nottata, però, è peggiorato: avevo messo in preventivo la nottata in bianco ma perché era quella che precedeva il primo giorno di scuola di Matteo non pensavo che, invece, l'avrei passata ad interrogarmi sulle motivazioni che hanno spinto un perfetto sconosciuto ad aggredirmi gratuitamente.
Comunque dopo lunga analisi sono arrivata alla seguente conclusione:
il tecnico mi ha aggredito come ha fatto non perché sia un uomo interessato alla salute e al benessere dei bambini (lo dimostra la rudezza con cui ha trattato il suo piccolo paziente) nel qual caso avrei da rimproverargli solo il modo in cui si è espresso; no, il tecnico in questione era visibilmente scocciato dal dover affrontare una domenica di super lavoro per il fatto che il vicino ospedale aveva il reparto di radiologia bloccato. Probabilmente la rabbia del tecnico è aumentata quando ha realizzato che, se l'ospedale in questione venisse chiuso, non solo TUTTE le sue domeniche lavorative ma anche i giorni feriali, avrebbero potuto avere lo stesso ritmo.
Voi mi direte: "e tu che c'entravi?"
Io c'entro eccome perché va insinuandosi in molti italiani (tanto più in quelli che sono interni all'ambiente come il mio tecnico) la convinzione che se la sanità italiana in molte regioni non funziona bene è perché ci sono troppi sperperi: gente che assume medicinali come fossero caramelle, altri che, non sapendo come passare il tempo, intasano ambulatori e pronto soccorsi inutilmente, addirittura persone sane che, credendo nella prevenzione, vanno in ospedale ancor prima di ammalarsi! Naturale che poi le regioni non ce la facciano più e inizino a tagliare e chiudere.
Caro tecnico sei proprio sicuro che le cose stiano così?
A me risulta di no, infatti le spese sanitarie italiane sono inferiori alla media Ocse
Dunque, carissimo, il tuo ragionamento non regge ma, siccome ti devo un favore (mi hai rovinato una giornata importante ma mi hai anche dato la possibilità di dimostrare a mio figlio cosa si deve fare quando qualcuno ci attacca in maniera ingiusta e gratuita), voglio fartene uno anche io:
tu hai detto che l'80% delle radiografie che hai fatto quel giorno erano negative; allora supponiamo che da domani questi esami scompaiano perché quelle persone, casualmente, sono tutte laureate in medicina, specializzate in ortopedia e affette da una mutazione genetica per cui posseggono la visione a raggi x. Insomma persone che possono fare a meno di recarsi in P.S.
Mi dirai "ma questa è fantascienza!", "ma questo non è il punto (e meno male per te)" ti risponderei, il punto è che se accadesse una cosa del genere il tuo lavoro si ridurrebbe dell'80% e se ciò succedesse anche ai tecnici delle altre tre sale radiologiche del tuo ospedale, avremmo un'utenza totale pari all'ottanta per cento delle utenze di una sola sala originale. Tu capisci che il direttore sanitario responsabile o l'assessore regionale alla sanità coscienzioso non potrebbero tollerare un simile spreco di risorse pubbliche.
Mi dirai: "ma io sono un dipendente pubblico!" giusto ma non so se te ne sei accorto: ultimamente si vocifera di abolizione dell'art. 18, di cambio di mansione, di obbligo di trasferimento entro 50 km, poi c'è il prepensionamento, rinunciando, va da sé, a straordinari e festività.
Vabbé, al limite, ci sono gli ambulatori privati anche se lì il datore di lavoro non gradirebbe un dipendente che si permettesse di dire la qualunque al paziente cliente.
Insomma carissimo tecnico l'idea che per salvare la sanità italiana bisogna tagliare è, come dire, densa di implicazioni non solo per i pazienti ma anche per i dipendenti.
"Allora" dirai tu "che fare?" e io, che in fondo sono una profana come te (anche se un tantino più lungimirante) ti rispondo con le parole di uno che di gestione di strutture ospedaliere se ne intende (tenendo in piedi ospedali d'eccellenza in tutto il mondo e finanziandoli solo con donazioni)
Non è tagliando che si risolveranno i problemi della sanità italiana, di chi ci lavora e di chi è costretto ad usufruirne.
Fino a un po' di tempo fa consideravo i suoi colleghi degli eroi perché costretti a lavorare in condizioni difficili, oggi, francamente, li condanno: il loro lavoro è troppo importante perché possa essere svolto in condizioni di disagio; se commettono un errore le implicazioni potrebbero essere gravissime ergo hanno, avete, il dovere di rivendicare tutto quanto sia necessario perché il vostro lavoro venga svolto al meglio.
Ma voi non lo fate, preferite lavorare male o sacrificarvi in maniera eroica.
Ma questo paese è ormai fin troppo pieno di eroi laddove quello di cui avrebbe davvero bisogno è solo normalità.
Per finire la saluto con l'augurio che sempre rivolgo agli operatori sanitari che mi trattano male:
"se ti sentirai male e ti recherai in ospedale quando sarai in vacanza, lontano chilometri e chilometri dai tuoi amici e colleghi, ti auguro buona fortuna, ne avrai bisogno."
Addendum del 01/10/14: non sono io che sono pessimista, è la realtà italiana che funziona così perché non c'è più un euro, ma tagliare AUMENTA i problemi di dipendenti e pazienti:
Ci sono cose che accadono con frequenza decennale, le vacanze in casa camp sono una di queste e, quest'anno, l'evento si è verificato: siamo stati al mare, una settimana, giusto il tempo di scurirci un po' (al ritorno c'è stata gente che non mi riconosceva), in una casa in affitto (in albergo ci andremo quando saremo in pensione). Nonostante io non ami particolarmente il mare (mi viene sempre un po' difficile abituarmi a questo speciale ambiente carnevalesco che è la spiaggia) siamo stati bene, ci siamo divertiti e con un'altra settimana ci saremmo pure riposati ma il budget era esiguo e le ferie al termine.
Matteo ha un rapporto col mare che ogni volta mi stupisce: sembra ci abbia vissuto dalla nascita, non si spaventa quando è agitato, non lo ferma l'acqua fredda, non è minimamente impensierito dal non saper ancora nuotare: deve aver ripreso da papà camp!
E sentirlo gridare "sono il bambino più felice del mondo!" non ha davvero prezzo!
"Ma" direte voi (che ormai mi conoscete) "dove sta il ma?".
Il "ma" c'è e consiste nel fatto che le vacanze o si fanno in posti sconosciuti o in posti noti abitati da gente cui si vuole bene. Personalmente propendo per la prima ipotesi: vivere, anche pochi giorni, in un posto dove nessuno ci conosce è estremamente rilassante, ci si sente più leggeri, si può giocare a fare gli "altri", si guarda in faccia la gente senza porsi il problema di interessarsene. Questa si che è vacanza!
Invece noi abbiamo scelto di cercare casa in una località di mare frequentata molti mesi l'anno da mia cognata e dal suo compagno vuoi perché ci hanno aiutato a trovare la dimora, vuoi perché per Matteo mare = zia, che gli anni passati l'ha spesso ospitato.
Mia cognata e il suo compagno sono stati deliziosi: hanno trovato del tempo per stare con noi, pur non essendo in ferie, si sono dedicati a Matteo (è una fortuna avere una zia come mia cognata) e ci hanno dato una serie di consigli su usi e costumi del posto.
Tuttavia, probabilmente in un eccesso di ospitalità, hanno commesso una gentilezza di troppo presentandoci alla "bella gente" che un po' per lavoro, un po' per piacere sono soliti frequentare.
Cosa intendo per "bella gente"?
Trattasi della elite occupante i più bei lidi del luogo,
sempre bella (ché la bellezza se non ce l'hai ormai la puoi pure comprare),
sempre allegra (ché i soldi, si sa, non fanno la felicità ma aiutano parecchio nel trovarla),
sempre in affari (nonostante la crisi dilagante o forse proprio grazie ad essa) ché un buon investimento non bisogna mai farselo scappare (non c'è vacanza che tenga),
sempre ben fornita di sorrisi di circostanza e risate (rigorosamente a denti stretti) da distribuire anche a noi, visibilmente di un altro livello sociale.
Potrei continuare ma credo di essermi spiegata tanto più che già solo a considerare le qualità fin qui elencate a me è venuta l'orticaria.
Mamma mia che disagio con i miei costumini vecchi di dieci anni (seppur in buono stato per il minimo utilizzo), le mie mises vero radical chic e la mia totale impossibilità di partecipare a scambi di opinione su mete turistiche nazionali e internazionali alla moda!
Vabbè: avranno pensato (non discostandosi troppo dalla realtà) "questa qui è un po' asociale" ma rimane il fatto che a me 'sta "bella gente" m'ha rovinato le vacanze: io che ancora speravo che quando la crisi fosse arrivata a colpire questa tipologia di persone, le cose sarebbero cambiate iniziando ad andare per il verso giusto, ho potuto verificare che questo non accadrà mai. La "bella gente" non è minimamente lambita dai venti di crisi che sferzano la "pora gente" e anche se lo fosse, non ha la minima preoccupazione essendo in essa radicata la convinzione che, ciò che ha, se l'è guadagnato, faber est suae quisque fortunae" e tanto peggio per i mediocri e (appunto) per gli sfigati.
In questa gente non c'è pietà, non c'è solidarietà solo un minimo di disagio estetico per le masse di vacanzieri che affollano le spiagge amene coi loro pranzi al sacco e gli ombrelloni da balcone.
Hai ragione tu, papà camp, "sei più signore tu di tutti questi imballati di soldi che non sanno più che farsene e che, tuttavia, evadono le tasse per principio" (sono felice che tu me l'abbia detto prima che io te lo dicessi, anche se l'ho sempre pensato) e ti ringrazio per avermi regalato questa vacanza ma l'anno prossimo, se dio vuole, la meta la decido io.