lunedì 6 febbraio 2012

Il grande gelo: saluti dal medioevo!

Ragazzi che fine settimana da paura: neve come non ne ricordavo da anni, freddo estremo, tre giorni (tre!!!) senza corrente elettrica a ottocentocinquanta metri sul livello del mare, senza linea telefonica, con un  chilometro di tornanti a separarci dal resto del mondo. 
Aveva nevicato mercoledì ma poca cosa, giovedì siamo persino andati a Roma (ma con il pandino 4*4), venerdì sono andata a lavoro e non ha smesso un attimo di nevicare. Tornata a casa la corrente elettrica mancava già e non è più tornata. Non è un problema di televisori, luci, computer e forni: si tratta di riscaldamento. Da noi solo i miliardari riscaldano le case col gas, perlopiù tutti abbiamo termocamini o termostufe a legna o pellet, ebbene questi splendidi congegni non possono funzionare senza elettricità. Immaginate di stare dentro casa a dodici-tredici gradi massimi, con le mura che cedono calore man mano che i giorni passano, col vostro bimbo che inizia a tossire perché per quanto lo copriate è l'aria che respira ad essere troppo fredda. Tre giorni a sperare perché "che diavolo non si può abbandonare un intero paese a se stesso così" e invece si può fare. 112: occupato, 113: occupato, 115: libero ma senza risposta, 118: occupato(!!!). 
E intanto tu non sai niente perché l'Enel ha le linee intasate, non c'è televisore, ne internet, ne telefono; c'è solo una radiolina a pile che accendi saltuariamente per fare un rapido giro (che se si scaricano le batterie allora è finita) alla ricerca di notizie e tutto quello che trovi sono canzoni, spot e notiziari tanto brevi quanto vaghi. Esci per camminare e scaldarti, per goderti il panorama, per controllore che la vecchia zia che si rifiuta categoricamente di lasciare casa sua stia bene e con lei le sue galline. Torni a casa prima che faccia buio per preparare tutto quello che ti serve per quando la luce non ci sarà più e le tue candele (di ogni forma, colore e profumo tu sia riuscita a scovare dentro casa) non faranno abbastanza luce da permetterti di capire se il pollo che hai messo in padella sia cotto o meno. Vai a dormire ad ore che non credevi fossero fatte per dormire, ti svegli quando di solito andavi a dormire, apri la finestra, punti la candela e constati che nevica, ancora. Ti svegli la mattina e nevica e niente elettricità, il telefonino non prende o comunque è scarico ma qualcuno passando davanti casa tua ti avverte che tua suocera è riuscita a raggiungere gli amici più vicini.
E' il secondo giorno: sei meno nervosa e pensi che oggi è il giorno giusto, macché! Ti rassegni a constatare che quello che hai nel tuo congelatore nuovo di zecca rischia di scongelarsi e, con quel poco di cervello ancora funzionante (il resto è intorpidito dal freddo) realizzi che la tua rovina sarà la salvezza delle tue scorte: via a riempire buste di neve da stoccare nell'inutile elettrodomestico. Intanto la sera si avvicina e le candele scarseggiano, le mura della casa stanno rovinosamente freddandosi e tu inizi ad accusare i primi sintomi del congelamento. Vai a dormire (con due pigiami, due paia di calzini, due coperte in più). 
Ti svegli: è il terzo giorno, ancora niente corrente. Ecco adesso sei moderatamente irritata: prendi l'elenco telefonico e sfrutti la rediviva linea per chiamare l'emittente locale più vicina e fare un quadro completo del dramma che stai vivendo e quando la gentile voce femminile ha un attimo di perplessità al sentirti dire che sono tre giorni (tre!!!) che sei senza elettricità, riesci anche a sperare che qualcosa accada.
Difatti... dopo pranzo, nonostante la nebbia, tuo padre riesce a "bloccare", letteralmente, una macchina dell'Enel e a far scendere l'ex collega in gita turistica con due giornalisti armati nientemeno che di telecamera ("questi come minimo sono della Rai"). Invece di salutare calorosamente gli escursionisti e congratularsi per la "tempestività" dell'intervento, il papà guerriero inizia ad insultare (beh, uno che per anni ha ridato corrente elettrica a mezza provincia a qualsiasi ora del giorno e della notte e con ogni tipo di condizioni atmosferiche, può permetterselo) e minaccia tenere il gruppo in ostaggio e di rilasciarli solo in cambio di un intervento finalmente risolutivo. Ma mio padre è, alla fine, una brava persona e, considerando che il lavoro di un giornalista non può dirsi finito se il suddetto non riesce a recarsi là dove la notizia potrà prender forma ed esser divulgata, alla fine rilascia i malcapitati. 
Torna alle sua attività, ci torniamo anche noi, rassegnati più che mai. Tutto procede finché, all'improvviso, MIRACOLO: torna la corrente elettrica e contestualmente il sorriso sul viso di tutti anche di quelli che, malfidati, ancora aspettano a riaccendere stufe e camini perché "come è tornata, potrebbe riandar via". I cumuli di neve sono ancora tutti lì, le strade ancora impercorribili, i parenti ancora variamente dispersi ma c'è l'elettricità, ah, ah, ah!
E mentre finalmente stai cenando potendo vedere quello che hai nel piatto, al caldo e col  televisore acceso sul tg nazionale, distrattamente senti un nome familiare provenire dal congegno catodico (tu ancora hai il catodico perché: o congelatore o plasma) e ci metti un attimo a capire che stanno parlando del posto in cui vivi, che quelli davvero erano giornalisti (e non dirigenti Enel camuffati per sfuggire all'ira degli autoctoni, come sosteneva tuo padre, pentendosi dell'avventato rilascio) e che quello che hai passato davvero è disavventura degna di essere segnalata all'attenzione nazionale. 
E che cavolo!!!

PS: meno male che il referendum sul nucleare è andato: se si votasse domani, alla luce (ah, ah!) dei recenti eventi, non so, come voterei.


giovedì 26 gennaio 2012

Mi toccherà cambiare il sottotitolo del blog!

Anno nuovo, grandi novità: mamma camp lavora!!!
Part time: quattro giorni a settimana per quattro ore e mezzo al giorno, fanno diciotto ore a settimana, salvo straordinari. Che lavoro faccio? Diciamo che sono nel terziario non avanzato, servizi alla persona; la definizione corretta è collaboratrice domestica.
Delusi? Questa reazione l'ho già registrata dunque ho già pronta la risposta: ragazzi ma di questi tempi bisogna accontentarsi. A me che ho sempre pensato che uno dei problemi di questo paese sia la metodica e superficiale sottovalutazione del lavoro manuale, direi che questo lavoro sta bene. A parte la grande fortuna di averlo trovato proprio quando lo stavo cercando, trattasi di occupazione che comporta responsabilità minime (avrei preferito nulle, ma non è che si può avere tutto) e mi permette di dedicarmi a Matteo quasi come prima: di solito lavoro mentre lui è a scuola; peccato che abbia iniziato durante le vacanze di natale per cui è accaduto che lui era a casa e io dovevo uscire (grazie papà camp per il tuo aiuto) e mi sono commossa a sentirlo dire "mamma mi sei mancata tanto". 
In questi giorni mi sono domandata spesso se valga la pena faticare tanto (perché c'è un sacco da fare) per lo stipendio che andrò a prendere (uno dei motivi per cui viviamo il paradosso che ci sono molti lavori che, pur in tempi di crisi, non interessano a nessuno) e mi sono detta: SI, ne vale la pena.
Intanto il prof. Monti mi ha mandato in ansia e avere un' entrata in più, per quanto piccola, mi restituisce un po di tranquillità; poi, quei soldi che sembrano essere pochi e che non mi permetterebbero mai, da soli,  di campare in Italia, in altri posti del mondo potrebbero garantire la sopravvivenza per un mese a circa quattordici bambini, questo me li fa considerare con molto rispetto. Infine è gratificante pensare di poter fare cose che, per quanto io sia un tipo anticonsumista anche per scelta, ad un certo punto rimangono sempre da fare e vanno fatte. Ah la lista delle cose che dovrei acquistare con la mia prima busta paga! I dolci vagheggiamenti che finalmente stanno per trasformarsi in realtà: regali a Matteo, libri , libri , libri, il sospirato letto che mi permetterà di sigillare il divano  in funzione diurna, tutti i regali che non ho fatto e avrei voluto tanto fare.
Praticamente ho già speso tutto ma solo nella mia fantasia ché, nella realtà, una minima parte sarà per tutto ciò perché il più andrà per le spese di casa. Mio marito lavora tantissimo e soprattutto produce molta ricchezza ma a lui ne rimane ben poca dunque la nostra famiglia è una di quelle che arriva pari pari alla fine del mese (quando non ci sono spese impreviste), e poi avevamo sempre detto che un figlio dovrebbe avere un genitore che gli si possa dedicare a tempo pieno. Purtroppo ci siamo convinti che questo semplicissimo progetto di vita non è per noi praticabile e questo, personalmente, non lo perdonerò mai a quelli che ci hanno precipitato in questa crisi del cavolo. 
Tuttavia, nonostante l'amarezza di entrambi,  poterlo guardare negli occhi e sorridendo dirgli: "stai tranquillo a questa spesa ci penso io" è una cosa che non ha prezzo o meglio che vale tutto il prezzo della fatica con cui la pago.
Che volete: mi sento fortunata!
Evviva.

giovedì 22 dicembre 2011

"è normale?"

Sono davvero preoccupata: oggi c'è stata la recita di Matteo all'asilo e HO VISTO finalmente quello che avrei fatto meglio a non vedere, non così. Matteo era totalmente distaccato, ha cantato pochissimo, non ha ballato, non ha imitato i movimenti dei compagni, ad un certo punto si è seduto e ha iniziato a sbadigliare. 
"Suo figlio è calmo, fin troppo!" mi torna alla mente. Anche se ho un po la sindrome di Cassandra, ci sono rimasta malissimo . E sono preoccupata: cosa c'è che non va? Dove ho sbagliato? Ma poi di sbagli si tratterà? Ha compiuto tre anni da neanche un mese ed è ancora il mio stellocchietto, cosa mi aspettavo?
Che magari su ventritré bambini non fossero solo lui ed un altro a comportarsi così. Io che sto sempre a domandarmi "è normale?".
Però era il più bello!

venerdì 9 dicembre 2011

Cedere il passo alla violenza

Giovedì primo dicembre 2011 ad Oscar Giannino accadeva questo:

Oggi alle 14,30 mi è stato impedito l’accesso all’Università Statale di Milano in via del Conservatorio, dove ero invitato a un dibattito sull’euro organizzato da Azione Giovani. Numerosi studenti hanno bloccato l’ingresso, apostrofandomi “buffone, padrone, fascista, distruttore dell’Università”. Una bella doccia di pomodori pelati, qualche uovo. Nessuna possibilità di interloquire. La polizia, presente, mi ha cortesemente invitato a desistere. Così è stato. Questi i fatti. Nessun danno. Ognuno giudichi se si debba arrivare a episodi del genere. Studentesse e studenti che mi davano del fascista nopn avevano la minima idea di chi io fossi davvero e di che cosa pensassi. Quando è partito il coro “figlio di papà, noi qui a lavorare e tu a fare la bella vita”, non sapevo se ridere  di più che alla funzionaria di polizia che mi chiedeva di sgombrare.


lo stesso giorno, più o meno alla stessa ora, tra me e le maestre di Matteo avveniva la seguente conversazione:

"Ho notato che da qualche giorno Matteo è diventato aggressivo"
"In che senso signora?"
"Ha iniziato a picchiare un po tutti: me, il papà, i nonni; non appena  lo contrariamo, lui inizia a dar botte, peraltro fa anche male, non direi si tratti di un gioco, è semplicemente violento. Ebbene volevo sapere se si comporta così anche all'asilo inoltre vorrei chiedervi un consiglio, date le vostre specifiche competenze professionali, sull'atteggiamento migliore da adottare."

"Ma signora quello che mi dice mi sorprende: Matteo all'asilo è tranquillissimo, anche troppo! E poi qui i bambini non sono affatto aggressivi. Comunque non drammatizzi, sono fasi, come quella dei "perché?", un po di pazienza e passano." Arrivederci e grazie!


Allora: cosa hanno in comune queste due vicende? Chiaramente si tratta di due modi di agire la violenza, quello di Matteo e quello degli universitari, che per quanto simili (nel senso che è evidente la regressione psichica degli universitari) hanno motivazioni talmente diverse (ma poi neanche tanto, dato che i ragazzi non hanno motivato affatto!) da renderli eventi non commensurabili. Tuttavia essi hanno un terribile comune denominatore: il modo in  cui  strati della nostra società stanno via via arrendendosi all'idea che la violenza sia una modalità comportamentale accettabile in una società civile.
Mi pare infatti che ciò che ha sconcertato il sig. Giannino non sia stato tanto l'atteggiamento di chiusura estrema degli universitari che lo hanno aggredito "a priori" (non in risposta, peraltro comunque inaccettabile, al suo discorso ma prima che esso avvenisse e anzi proprio per impedirlo) quanto la reazione di chi in quelle circostanze avrebbe dovuto intervenire per garantire il suo diritto ad esprimere la propria opinione. Non si è fatto, insomma, in modo e maniera che Giannino potesse comunque partecipare al dibattito (per quanto dubito che un uomo della sua eleganza si sarebbe presentato in aula in quelle condizioni) ma si è fatto appello alla sua ragionevolezza e intelligenza e arrivederci e grazie! Gli è stato chiesto un passo indietro per agevolare l'onda di piena emotiva di un branco (e il termine non lo scelgo a caso) di incivili, al fine di evitare che la situazione degenerasse.
Ma torniamo a Matteo: la violenza non fa parte dei nostri usuali modelli comunicativi, ammetto che alle volte perdo la pazienza e ci scappa qualche schiaffo ma si tratta di eventi molto rari; Matteo guarda pochissimo la televisione e comunque quando lo fa non v'è traccia nei programmi che vede di comportamenti violenti; giorni fa è tornato a casa dall'asilo con al polso il segno di un morso davvero notevole per profondità e simmetria. E' chiaro che all'asilo assiste o è vittima di comportamenti aggressivi. Io ho sempre pensato che alla scuola spetti il compito principale di dare un'istruzione ai ragazzi e che l'educazione venga solo in seconda istanza spettando, in prima analisi, alla famiglia. Tuttavia la scuola dell'infanzia rappresenta un'eccezione perché è il luogo fisico e reale dove il bambino per la prima volta nella vita esercita la sua socialità. Sarebbe impossibile ricreare in casa un ambiente tanto complesso. Mirabili cose avvengono tra quelle mura, ciò nonostante il genitore (per motivi a me ancora poco chiari) generalmente viene fortemente tenuto alla larga; naturale dunque che lo stesso sia costretto a delegare alle insegnanti che invece, spero solo nel mio caso, sottovalutano.
Quello che avrei voluto sentirmi dire dalle maestre di Matteo è che la comparsa dell'aggressività è normale e auspicabile, perché fa parte dello sviluppo emotivo di ciascun bambino. Che l'asilo è il luogo in cui questi comportamenti prendono forma perché stimolati dalla presenza del gruppo dei pari e che proprio questa entità garantisce che il tutto avvenga in condizioni di sicurezza, che quello che l'adulto deve fare non è inibire questa tendenza ma spiegare che la violenza è ammissibile solo nel caso in cui la propria incolumità sia minacciata, che sarebbe auspicabile, a tal proposito, fornire al bambino esempi concreti di risoluzione dei conflitti mediante modalità alternative a quelle basate sull'uso della violenza.
Invece tutto quello che mi hanno detto è stato "è una fase, passerà". Anche a me, come  al sig. Giannino è stato chiesto un atto di ragionevolezza o meglio un passo indietro: stia tranquilla signora sono fasi normali, passerà, suo figlio diverrà adulto, gli cresceranno i peli sul petto, prenderà la patente e un giorno andrà all'università...magari a lanciar pomodori addosso a rispettabili dottori.
Tutto ciò è davvero molto triste. Perché questa arrendevolezza, questo lassismo pedagogico e civile? Perché quei giovani nel momento dell'ideazione della loro "azione" non hanno percepito la sostanziale stupidità del loro gesto? Perché le maestre di mio figlio non vedono il potenziale pedagogico che questo momento offre a loro e a me in quanto "responsabili" della crescita di Matteo? Insomma perché, alla fin fine, tolleriamo la violenza?



mercoledì 26 ottobre 2011

Non ti sopporto più!

"va bene cominciamo
che prima concludiamo
prima posso andare via"
canta un grande
e allora:

Matteo, stellocchietto di mamma, ti voglio tanto bene ma quando butti tutto per terra e riempi il pavimento di briciole varie, proprio il giorno che avevo pulito tutto per bene, sgombrando l'ambiente esterno alla ricerca dell'ordine che all'interno mi manca,  io non ti sopporto
e quando, dovendo evidentemente scaricare la tua rabbia, inizi ad agitare braccia e gambe senza considerare che di fronte a te ci sono io, mamma aperta e consapevole delle nuove tendenze della moderna pedagogia, ma pur sempre fatta di carne ed ossa (peraltro piuttosto minute), io non ti sopporto
e non ti sopporto quando rifiuti di usare il vasino e fai la cacca nelle mutandine e poi non sai darmi motivazione valida di questa tua preferenza
e quando ti sto vestendo e trovi sempre qualcosa alle tue spalle che imperiosamente richiama la tua attenzione 
e quando dobbiamo uscire e all'improvviso ti colpisce l'idea che invece è più interessante giocare a far rotolare il tubo delle gomme da masticare, io non ti sopporto.
Però tranquillo: sei il mio bimbo e se ci sei è perché l'ho voluto io, dunque troverò le energie necessarie a sopportare quello che non sopporto di te aspettando che tu sia in grado di capire ed evitando nel frattempo (che il cielo mi aiuti) di buttarti dalla finestra. 
Papà camp: la sede è pubblica dunque non mi pare il caso di dire qui quello che non sopporto di te ma ce n'è anche per te, in separata sede, che poi non so nemmeno se ti interessa saperlo e questo, te lo posso dire anche da qui, non lo sopporto.
Luna: forse non ti è ancora chiaro il concetto ma tu devi fare quello che dico io non quello che fa Trilli, lo so che lei è un canide come te ed è uno spirito libero ma quando usciamo tu non puoi pretendere di seguirla nei suoi vagabondaggi, questo io non lo sopporto.
Passiamo quindi alla famiglia d'origine: io non vi sopporto più, anche se sono la più intelligente non significa che debba sempre essere io ad ascoltare, consolare, giustificare e mediare. Non lo sopporto più: iniziate a darvi da fare pure voi invece di arroccarvi ognuno sulle proprie posizioni con quel contegno sdegnoso che vi viene tanto facile assumere. Io ci tengo alla pace familiare ma ancora di più al mio equilibrio psichico. Se continua così, un bel giorno me ne laverò le mani e chi s'è visto s'è visto e poi non venite a dirmi che vi dispiacerà perché a quel punto sarà a me che non importerà più nulla.
E non sopporto più nemmeno la famiglia allargata: tutti baci e abbracci e poi appena ti volti, tutti a gettar fango e a seminare zizzania. Per non parlare di quelli che non perdono occasione per provocarmi perché tra le missioni della loro scialba vita c'è quella di tirarmi fuori il peggio così, tanto per sentirsi meno mediocri. Lo sapete che non lo sopporto, che mai ve la darò vinta (a parte i normali e funzionali scleraggi che, nonostante la mia superiore natura, mi caratterizzano come umana, infine) a costo di fare come se non esistiate. Ma anzi, iniziamo da subito che tanto già s'è capito che, con voi, ogni sforzo è vano e sprecato. 
Infine non che non ci dorma la notte ma un blog, per quanto poco visitato, ce l'ho anche io dunque, da blogger  della domenica, dirò che:
non sopporto quelli che il giorno prima scrivono post che sembrano l'ultimo messaggio di un suicida e il giorno dopo pubblicano la raccolta completa delle barzellette italiane dal dopoguerra ad oggi, e quelli che "seguono" trecento blog ma poi non li seguono e quelli che scrivono e tu commenti e loro non si degnano neppure di rispondere neanche fossero Beppe Grillo.
E non sopporto quelli che mi intasano il blog alla ricerca di immagini di Peppa Pig. Non avete idea di quanta gente al mondo lo faccia. Boh!

Ecco: ho affidato alla rete la lista aggiornata di quello che non sopporto perché, quando davvero fai ogni sforzo possibile per fare bene e ti continua a piovere sulla testa e sui piedi, allora è arrivato il momento di fermarsi e dire "io questo non lo sopporto e non muoverò un solo muscolo in più nella tua direzione, se ci tieni, muoviti tu perché io sono stanca".
Ho finito, vado.



mercoledì 19 ottobre 2011

Assaggi di saggi: "La persecuzione del bambino" Alice Miller

"Ritengo quindi che il mio compito consista nel sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti delle sofferenze della prima infanzia, e tento di farlo su due piani diversi, in entrambi i casi cercando di parlare al bambino che un tempo ogni lettore adulto è stato. Nella prima parte faccio ricorso all'esposizione della "pedagogia nera", vale a dire dei metodi educativi con i quali sono cresciuti i nostri genitori e i nostri nonni. In alcuni lettori il primo capitolo potrà suscitare sentimenti di ira e collera che si potranno rivelare assai salutari. Nella seconda parte descrivo l'infanzia di una ragazza drogata, di un capo politico e di un'infanticida, tutti e tre, da bambini, vittime di pesanti umiliazioni e gravi maltrattamenti [...] Tutte e tre le vicende attestano l'effetto devastante dell'educazione, l'annientamento da essa operato nei riguardi di qualsiasi forma di vitalità, il pericolo che essa rappresenta per la società [...] Sarebbe anche importante e utile tener sempre presente, durante la lettura di questo volume, che con i termini di "genitori e "bambini" non si vogliono intendere individui precisi, bensì condizioni, situazioni o posizioni giuridiche che riguardano tutti noi, dato che tutti i genitori un tempo sono stati bambini, e visto che i bambini di oggi un giorno o l'altro diverranno a loro volta genitori."

"Solo quando sono in grado di indignarmi per un'ingiustizia che mi è stata fatta, quando riconosco la persecuzione in quanto tale e riesco a riconoscere e a odiare il mio persecutore, solo allora mi si apre la via del perdono. L'ira, la rabbia e l'odio repressi cessano di venire perpetuati solamente se si è in grado di scoprire la storia delle persecuzioni subite nei primissimi anni di vita. Tali sentimenti si tramuteranno nel lutto e nel dolore per il fatto che le cose siano dovute andare proprio a quel modo, e pur in tale rincrescimento lasceranno posto a una comprensione autentica: la comprensione di chi è ormai adulto e riesce ad avere una conoscenza profonda dell'infanzia dei suoi genitori e, finalmente libero del suo odio, è in grado di nutrire un vero e maturo sentimento di empatia. [...] Se un adulto ha avuto la fortuna di spingersi sino alle origini delle ingiustizie private e individuali sofferte durante la sua infanzia e di viverle con sentimenti consapevoli, con il tempo arriverà lui stesso a comprendere - meglio se lo farà senza assistenza pedagogica o religiosa di sorta - che i suoi genitori l'hanno tormentato o maltrattato, non perché ci provassero gusto o perché erano forti ed esuberanti, ma solo perché non potevano fare altrimenti, dato che un tempo anch'essi erano stati a loro volta delle vittime, e perciò credevano nei metodi educativi tradizionali." 


Questo libro è difficile; stavo quasi per abbandonarlo con un'impressione che difficilmente mi avrebbe portato a riprenderlo in mano (se non in uno di quei momenti in cui hai finito il libro che stavi leggendo e non ne hai di nuovi) quando si è accesa la lampadina.
Immaginate di leggere ottanta pagine circa di riflessioni pedagogiche scritte dalla seconda metà del settecento alla prima del novecento; tecniche "educative" che oggi considereremmo maltrattamenti puri e semplici; immaginate di pensare "ma a me che me ne importa? Oggi siamo altri genitori, altri bambini" e poi, all'improvviso,  trovarvi a considerare che "aspetta un po...tutto sommato anche io in questa situazione...".
Ecco, da quel punto in poi inizia la "catarsi". Il velo è stato tolto e adesso lo vedete, il velo della pedagogia nera, di quell'educazione di cui tutti siamo stati vittime e che tutti ci manovra quando ci relazioniamo ai nostri stessi figli. A meno che, appunto, non iniziamo a riconoscerla in azione e a metterla profondamente in discussione.
E' una cosa auspicabile, come dimostra efficacemente la Miller analizzando le drammatiche esistenze di tre bambini sottoposti in maniera sistematica a questi maltrattamenti e, tuttavia, di difficile realizzazione perché presuppone una presa di coscienza profonda delle zone d'ombra della nostra personale infanzia. Riuscire a vivere rabbia e lutto per i bambini che non siamo stati e risparmiare così ai nostri figli la stessa sorte; non ci sono scorciatoie razionali per farlo, questo libro, almeno, non ne indica. Infatti ciò che in esso colpisce non sono tanto le teorie esposte o il grande lavoro di documentazione delle fonti, tutto ciò rimanda a una "modalità" di lettura secondaria rispetto a quella che poggia sulla forza evocativa del volume che, pagina dopo pagina, tenta di parlare al nostro lato oscuro attraverso l'empatia e l'emotività per costringervi a vedere ciò che non avete mai voluto considerare.
Insomma questo libro è una grande regalo, è una specie di avvizzita mela (in una favola al contrario) donata da una fatina buona ad un' egoista Biancaneve per farla risvegliare dal peggior incubo della sua vita. E non siate troppo sicuri, mentre lo leggete, di interpretare la parte del principe azzurro, sveglio e grato in mezzo ai sette nani, lasciatevi togliere dagli occhi questo velo che vi offusca la vista.



venerdì 7 ottobre 2011

Per favore non ditemi: "te l'avevo detto!"

Ebbene si: quel progettino tanto carino che avevo in mente credo, quasi sicuramente, rimarrà nella mia mente.
E' andata così: le mamme sono rimaste abbastanza indifferenti, le maestre invece si sono mostrate interessate e, dopo aver fatto qualche rilievo tecnico, hanno espresso la loro disponibilità se il preside fosse stato d'accordo.
Vero che ho avuto l'impressione di una certa condiscendenza ma lì per lì, non c'ho dato peso.
Il giorno dell'incontro col preside, ho esposto anche a lui la richiesta e la sua prima reazione è stata di un certo sconcerto: "signora mi coglie impreparato, dovrei controllare se la cosa è permessa"
e io "dal regolamento no, ho già controllato" (poco astuto da parte mia, ma almeno si sarebbero evitate inutili perdite di tempo), 
"tuttavia il regolamento potrebbe essere modificato...si mi debbo informare", continua lui, 
"si mette bene", penso io 
ma ecco la pugnalata alle spalle della maestra "però vede preside, io la signora la capisco, anche io quando ho avuto i miei figli all'asilo ero come lei molto preoccupata, però per i bambini questo via vai di genitori...("e se me lo dicevi subito non era meglio?", penso io) che interaggirebbero anche con gli altri bambini..." 
E il preside subito "in effetti signora lei deve pensare che anche una frase innocua che so -ma che belle guanciotte che hai!- può essere vissuta male da un bimbo che non è il proprio figlio". 
E' stato difficile evitare di farmi una bella risata (magari con grugnito) all'udire questa cosa che, a pensarci bene, invece, è un po spaventosa tuttavia ho cercato di ribattere parlando di "atteggiamento aperto ma rispettoso verso gli altri bambini" ma a quel punto questioni serie, come quella della caldaia o quella delle pulizie, già incalzavano le pragmatiche mamme e dunque il mio progetto è rimasto così, nel limbo del "vedremo".
"Vabbé c'ho provato", ho pensato lì per lì concentrandomi su problemi di budget  e straordinari negati di cui, francamente, non mi importava niente. In realtà c'ero rimasta male.
Comunque ho avuto modo di rimanerci peggio: al momento dei saluti il preside mi fa: "lei signora è un po apprensiva, però debbo documentarmi...noi abbiamo l'autonomia, quindi possiamo fare quello che riteniamo più opportuno;  debbo controllare se fanno qualcosa si simile in Finlandia o in Norvegia".
Cioè: il fatto che un direttore (didattico, sanitario, amministrativo ecc) guardi all'Europa in cerca di ispirazione è di per sé confortante. Del resto qui parliamo di uno che ama il suo lavoro, che parla con i genitori e che ha in mente progetti di orti in cui i bambini potrebbero coltivare insalata da rivendere al mercato la domenica. Un progressista! Finlandia e Norvegia permettendo.
E poi non sono più apprensiva di quelle mamme che sento ripetere a giorni alterni "mi sono arrivate delle voci su quella maestra...attenzione eh!". A parte che pure a me sono arrivate voci (da Matteo, fonte attendibilissima) che pare che il direttore si porti via i bambini cattivi (alla faccia delle guanciotte), comunque io mi fido della professionalità delle nostre maestre; i tristissimi eventi che purtroppo sono accaduti in alcuni nidi e asili italiani, voglio considerarli come aberrazioni, fatti eccezionali e mostruosi. Nulla a che vedere con Matteo e la sua vita scolastica.
No, non sono apprensiva; era solo una gran voglia di tornare bambina in quello stesso asilo dove ho lasciato qualcosa di irrisolto, dove il mio primo giorno ho visto questa bambina sola (ero io, era un'altra? Che importa) nell'immenso piazzale, che piangeva e nessuno a consolarla. Era per tornare indietro nel tempo e avere una seconda opportunità. Era per crescere un po.
E vabbè: c'ho provato.

Stellocchiotto di mamma, mi ricordo che m'hai detto "io ho pianto perché volevo che c'eri anche tu con me all'asilo" e allora ho provato a chiedere alla maestra il permesso di stare un po con te; ma lei dice che non si può perché per diventare grandi i bambini, quando vanno all'asilo, debbono stare solo con le maestre e gli altri bambini. Non lo so perché ma se lo dice la maestra, sicuramente è così.
Vabbé ma a noi che importa: all'asilo si sta bene anche senza la mamma e quando torni possiamo stare tanto tempo insieme;
e poi mamma adesso fa un bel sogno in cui diventa una bambina come te e così nel sogno ti vengo a trovare e andiamo insieme all'asilo e facciamo tanti disegni molto colorati e mi fai conoscere i tuoi amichetti.
E tu, amore, pensa solo che adesso, come dice una canzone che sembra tanto triste ma invece non lo è, "dobbiamo approfittare di questi venti gelidi"* e se abbiamo freddo, possiamo coprirci ma questo viaggio lo dobbiamo fare e ti prometto che ti piacerà. Baciotto.



*e scusate se musicalmente in questo periodo sono un po monotematica ma la bravura non è mai ripetitiva.



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