venerdì 12 ottobre 2012

Leonardo

Quando Matteo aveva poco più di due anni, sua zia gli regalò una canna da pesca giocattolo; mentre ci giocava col papà è accaduto un piccolo miracolo: papà camp se ne usci con questa frase: "Maatteo impugna la canna da pesca come faceva papà". Per farvi inquadrare la situazione dirò che mio suocero è morto più di un anno prima della nascita di Matteo.
Quando è nato mio nipote, io che non sono brava a riconoscere i tratti dei genitori nei neonati, vidi sul suo volto un'espressione caratteristica del padre.
I nostri figli, che ci piaccia o no, non sono nostre emanazioni esclusive, si portano dentro piccoli pezzi di tante altre persone. Amarli significa, quantomeno, voler bene a questi "altri".
Per dire che i principali responsabili del dramma del piccolo Leonardo sono i suoi genitori. Che poi la cosa si sarebbe dovuta fare in modo diverso, non c'è dubbio. "Zia come faccio?" ha urlato Leonardo mentre degli estranei lo trascinavano a forza via dalla scuola come si farebbe con delinquente. Che li assume a fare lo stato italiano  gli psicologi, per fare che?
Ma dicevo che la colpa maggiore è dei genitori. Della madre che dopo due tentativi di prelievo forzato, ha permesso che si arrivasse al terzo e del padre cui vorrei tanto dire che non basta pranzare e cenare con un bambino che ha vissuto un tale dramma e poi metterlo a letto per sentirsi a posto con la coscienza.
Non ci sono argomenti che possano giustificare i "danni collaterali" della personale guerra che si stanno facendo.
Spero tanto che Leonardo possa recuperare un po' di tranquillità lontano da entrambi, spero che possa avere vicino adulti responsabili che lo aiutino a capire quello che è successo e il suo ruolo in questa storia.
Mi auguro che tutti quelli che hanno sbagliato in questa brutta storia abbiano la decenza, un giorno, di guardarlo negli occhi e di chiedergli scusa. 

sabato 29 settembre 2012

Spannolinamento: ultima frontiera.

Ecco ci siamo: dopo due settimane di uscita alle 12.30 finalmente da lunedì all'asilo inizierà l'orario pieno. Per gli altri bambini, per Matteo no. Lui uscirà, come l'anno scorso, alle 13.30 per via del suo "problemino" con la cacca. Il fatto è che siamo finalmente riusciti a curare le ragadi, ormai fare la cacca è tornato ad essere un fatto normale, non è più una sofferenza, tuttavia di usare vasino o wc non se ne parla ancora. Poiché nella scuola materna non c'è una figura professionale tenuta al cambio del pannolino (anzi il bambino che la frequenta dovrebbe già essere spannolinato) e poiché l'ingresso ai genitori è consentito solo in via eccezionale per cambiare i bambini che eventualmente si sporcassero, non ci resta che uscire anticipatamente nell'attesa che Matteo si decida a compiere il grande passo. Diversamente rischieremmo di ritrovarci punto e a capo perché se Matteo avvertisse lo stimolo in orario scolastico, non avendo il pannolino, tornerebbe a trattenere la cacca. Quanto durerà questa situazione?
Non lo so e "francamente me ne infischio". Il fatto è che ho deciso di abolire totalmente ogni discorso sul tema e di attuare una "autogestione controllata" dello spannolinamento. Si potrebbe pensare che io abbia gettato  la spugna, che mi sia arresa ai capricci e alle testardaggini di Matteo. Non è così. La realtà è che ho osservato attentamente Matteo: ogni volta che fa la cacca il merito non è mai suo; se in quel momento stava mangiando un biscotto allora "è stato il biscotto a far uscire la cacca", se poco prima aveva fatto una corsa allora "è stata la corsa", se il papà lo aveva messo sulla moto "è stata la moto" e via discorrendo. Non è mai merito suo, non è mai lui che la fa uscir fuori. Ancora fino a pochi giorni fa, quando appunto ho deciso di usare questa strategia, l'espressione del suo viso quando si rendeva conto che stava per farla era di paura mista a sgomento. E' stato allora che ho capito quanto per lui fare la cacca potesse essere difficile e quanta importanza avesse il pannolino, unico alleato, una sorta di salvagente, di talismano. E allora mi son detta "ma chi sono io per imporgli di farne a meno, che ne so io delle sensazioni e del disagio che il suo corpo gli trasmette?". Proprio ieri una delle maestre si lamentava di come anni fà i bambini fossero tutti pressoché spannolinati all'entrata nella scuola materna e parlava della necessità che i bambini raggiungano l'autonomia il più precocemente possibile. 
A parte il fatto che la pediatra mi ha tranquillizzato sostenendo che non c'è nulla di cui preoccuparsi se un bambino di quasi quattro anni che ha avuto le ragadi indossa ancora il pannolino, ma siamo sicuri che si possa raggiungere l'autonomia per imposizione? E se un bambino non è interessato a farlo, è lecito sottoporlo a ricatti morali del tipo "finché porterai il pannolino sarai sempre un bimbo piccolo"? Non sarà invece che l'autonomia che ci interessa è la nostra, quella di noi genitori?
Ero immersa in questo tipo di riflessioni quando mi sono imbattuta in questo, sono dei consigli che alcune mamme della Leche League danno ad un'altra mamma con un problema di spannolinamento molto simile al mio. Ebbene sono rimasta colpita dall'espressione "svezzamento dal pannolino" che una di loro ha usato, perché ripensando al nostro svezzamento dal latte mi è tornata in mente la complessità e la lunghezza di quel percorso. Avrei potuto "velocizzare" il tutto sopportando qualche giorno di protesta disperata ma non l'ho fatto perché volevo qualcosa di più dolce e, soprattutto, di condiviso; mi interessava che Matteo avesse una parte attiva in questo nuovo modo di relazionarci. Alla fine penso di aver ottenuto ciò che volevo. Certo ci son voluti tanto tempo e tanta pazienza, cose che avevo allora e ho anche oggi. Ecco, l'unico aspetto positivo dell'essere una mamma a tempo pieno è che si può, il più delle volte (ma non sempre ché anche noi abbiamo i nostri problemi), rispettare i tempi dei bambini.
Allora basta con le sedute sul vasino, basta con i discorsi sulla cacca (a meno che non sia Matteo ad intavolarli), basta con le mie esigenze anteposte alle sue.
Ho deciso di dare fiducia a Matteo e di rispettare i suoi tempi. So che un giorno mi stupirà.
E quel giorno dalle finestre di casa nostra voleranno pannolini.
Evviva!

venerdì 7 settembre 2012

venerdì 24 agosto 2012

Degustazioni letterarie: "Teresa Batista stanca di guerra" - Jorge Amado


"Durante quella giornata vuota e torbida insieme, avvenne un mutamento sottile nei rapporti tra i due amanti, impercettibile tanto per gli estranei che per gli intimi. Teresa per il dottor Emiliano cessò di essere un giocattolo, un caro trattenimento, una fonte di piacere, il passatempo di un ricco vecchietto con la mania dei libri e dei vini o del raffinato gran signore disposto a trasformare un'ignorante ragazzina di campagna in una perfetta signora con una vernice di buone maniere, di delicatezza, di buon gusto, di eleganza: guidandola, anche a letto, dall'esplosione violenta dell'istinto alla sapienza delle carezze prolungate, al piacere raffinato che sa sfruttare l'istante sino in fondo, fino alla scoperta e alla conquista delle illimitate gradazioni della voluttà; facendo di Teresa al contempo una femmina eccezionale e una signora di qualità. Un passatempo appassionante, ma pur sempre un passatempo, un capriccio.
Fino a quel giorno di cenere Teresa si era considerata essenzialmente in debito verso il dottore e la gratitudine occupava un posto preponderante tra i sentimenti che la legavano all'industriale. Egli l'aveva fatta liberare dal  carcere, era andato poi personalmente a prenderla in una miserabile stanza di un postribolo per farne la sua amante; l'aveva trattata come se lei fosse qualcuno, una persona, con bontà e interesse. Le aveva dato calore umano, tenerezza, tempo e attenzione, sollevandola dall'ignominia e dalla indifferenza verso il proprio destino , insegnandole ad amare la vita. Teresa aveva visto nel dottore un santo, un dio, qualcosa di molto al di sopra di tutti gli altri e questo la rendeva umile davanti a lui. Non era la sua pari, né lei né nessun'altro lo era. Soltanto a letto, nell'ora dell'abbandono essa lo considerava un uomo di carne ed ossa, ma pur sempre superiore agli altri nel dare e nel ricevere. Né alla stregua dei sensi, né a quella dei sentimenti esisteva per lei chi gli si potesse comparare. 
Ma quando aveva scelto tra il dottore e la vita che le inturgidiva il ventre, Teresa, senz' accorgersene, aveva riscattato il suo debito. Nel crudo e freddo istante in cui aveva dovuto rinunciare al figlio e aveva disposto della vita e della morte di un altro essere essa non poteva esitare e non aveva esitato. In un attimo aveva dovuto mettere sulla bilancia i massimi valori umani e aveva collocato il suo amore di donna al di sopra dell'amore di madre; non c'è dubbio che la gratitudine aveva svolto un ruolo molto importante in quella scelta."

Come si fa a spiegare perché è una bella esperienza leggere Amado? Bisogna leggerlo e perdersi nei suoi mondi, lasciarsi trasportare tra le strade e le storie della sua Bahia, ammirando la ricchezza della sua narrazione, la fertilità dei suoi protagonisti: ogni persona che incontrano diventa storia essa stessa. 
Questo libro intesse le storie di Teresa Batista, femminea entità dalla sovrumana (divina?) forza; capace di superare prove terribili eppure donna in carne e viscere dove la morte è entrata, non una, ma ben due volte.
Certo se fosse esistita realmente, Teresa sarebbe stata davvero un'"encantada", una divinità venuta a ricordarci che la Vita mai si ferma, ad aspettare d'estinguersi. Paradossalmente Teresa è tutto nella sua vita: schiava, signora, prostituta, guaritrice, ballerina ma mai madre, quasi a ricordarci che la maternità ha più a che fare con la Vita che con i figli. Sembra una bestemmia, sulle dolci labbra di Teresa, che si possa sacrificare un figlio all'amore per un uomo. Lei lo fa. Alla fine della storia però, tutto getterà in mare, il male e il bene, ma "colui che non era arrivato ad essere" quello lo lascerà dentro di se, per ridarlo alla vita, nella sua nuova vita, tanto desiderata, cercata e, infine, trovata.
Eppure se Amado comparisse qui davanti a me gli chiederei, dopo doveroso inchino, perché mai niente ha risparmiato alla già provata Teresa, neanche il dolore più insanabile? E lui forse mi ricorderebbe le parole di Lulù: "Teresa Batista assomiglia al popolo e a nessun'altro: al popolo brasiliano così rassegnato, mai sconfitto: Che quando lo credono morto, risorge ancora dalla bara".




giovedì 19 luglio 2012

Tutto da rifare


Ricordate quello che ho scritto nell'ultimo post riguardo a Matteo e ai nostri problemi con la cacca? Ebbene c’era qualcosa di troppo strano nel suo atteggiamento, allora ho cercato in rete e mi sono imbattuta in questo.
Sconvolgente, vero?
Tanto più che anche Matteo tende a trattenere la cacca per più giorni e l’ultima volta, farla, gli ha procurato dolore. Ho chiamato  la pediatra la quale mi ha spiegato che forse sono stata troppo insistente con questa storia di togliere il pannolino e che questo lo ha portato a trattenersi per paura di sbagliare. A loro volte le feci non espulse gli hanno provocato delle ragadi, le quali rendono l’evacuazione (che avviene solo quando indossa il pannolino) dolorosa.
Insomma un brutto circolo vizioso che potrebbe portarlo alla stitichezza!
La strategia propostami è stata la seguente:


1. curare le ragadi

2. tornare al pannolino in modo che sia “pronto” non appena sente lo stimolo invece di trattenersi aspettando che io glielo metta.

Che dire: ho combinato un bel pastrocchio tanto più che adesso debbo spiegare a Matteo il perché di questo passo indietro. Fortuna che già da qualche giorno avevo iniziato a “sdrammatizzare” l’argomento con una serie di approfonditi ragionamenti sulle svariate forme, consistenze, colori e odori della cacca. Debbo dire che Matteo è molto interessato all’argomento. In particolare è rimasto colpito quando gli ho detto di non aver mai visto una cacca rosa e profumata nonché dall’esistenza della mitica “diarria”, cacca gialla, liquida e puzzolentissima accompagnata da bue grandi al pancino.
Tempistica perfetta così adesso posso dirgli che la sua è una cacca paurosa che non vuole andare nel water e nemmeno nel vasino, allora rimane nel suo sederino ma così gli fa le bue. Dobbiamo farla uscire e per riuscirci gli dobbiamo fare uno scherzetto: mettiamo il pannolino così lei uscirà pensando di sporcargli le mutandine e di far arrabbiare la mamma e invece noi la butteremo via. Ah, ah, ah!
Vi sembra credibile?
Mah, speriamo. Sempre nell’ottica di sdoganamento estremo della "materia" ho finalmente scelto uno dei libri sull’argomento cacca (sono tantissimi) da proporre a Matteo. Pare sia un best seller nel genere.
Ma insomma: ho spaventato Matteo con le mie reazioni esagerate invece di tranquillizzarlo e aiutarlo a prendere fiducia in se stesso!
La cosa peggiore è che, ancora adesso, faccio fatica a capire quando e come ho combinato questo disastro. 
E adesso una canzone del mitico Silvestri che in questo caso ci sta tutta:


venerdì 6 luglio 2012

Pipì, popò, papà -aggiornamenti-



L'anno scorso l'apparato urinario maschile mi dava molto da fare e da pensare, quest'anno pure...

PIPI’: Spesso noi genitori del tutto arbitrariamente chiediamo ai nostri figli di fare cose che ancora non sono in grado di fare, ci investiamo tempo e dosi eccezionali di calma e pazienza per lo più senza ottenere risultati o, quando li otteniamo, sottoponendo i nostri figli a stress inutili e dannosi.
Un anno fa, di questo periodo, ero angosciata dal problema dello spannolinamento, più tardi avrei provato con impegno e tenacia ottenendo l’unico risultato di indisporre Matteo e indispettire me stessa. Fortuna che alla fine sono una persona intelligente e ho rimandato tutto a data da destinarsi.
Oggi Matteo mette il pannolino solo quando dorme ed è capace di riconoscere e controllare (il più delle volte) lo stimolo alla minzione. Manca ancora l’abilità di abbassarsi i pantaloni e le mutandine e una certa naturale confidenza con le sue parti intime, ma verranno.
Ecco: stava tutto nell’aspettare il nostro momento giusto. Mi stupisco sempre nel constatare come la crescita dei bambini proceda per “balzi”. Dopo un intero inverno in cui ha portato il pannolino, nel giro di pochi giorni, Matteo ha subito “afferrato” quella serie di comportamenti necessari a fare senza.

POPO’: in compenso qui non ci siamo affatto. Matteo non ce la fa proprio a farla nel water e neppure nel vasino. Quando mi accorgo che è il momento lo invito ad andare in bagno ma lui mi dice “no mamma vai via, esci!"; dopo qualche minuto si ripresenta col passo impacciato e il visino piagnucoloso di chi non ha fatto la cosa giusta ed è dispiaciuto. A me fa tanta tenerezza. Sto cercando di capire cosa c’è sotto ma non posso influenzarlo con troppe domande. L’altro giorno salta fuori che “la cacca fa paura”, ignoti, tuttavia, restano ancora i motivi di tale timore; allora gli ho detto “la prossima volta  chiamami che ti aiuto io a spaventarla”.
Sarò mica più infantile di mio figlio?

PAPA’: mentre l’apparato urinario di Matteo si sviluppa, quello di papà involve: si è verificata una complicazione classica legata all’intervento che ha subito e ha perso la funzionalità di un rene. Per salvare l’altro, dovrà sottoporsi ad un'altra procedura non priva di conseguenze per la residua qualità della sua vita. Adesso è tutto chiaro ma è da febbraio che tra inutili e ineluttabili perdite di tempo, tentativi ed errori e ricoveri prolungati questa cosa va avanti e, proprio adesso che arriva la parte più complicata, io ho perso un po’ dell’energia necessaria. Ma tanto la ritroverò, lesinando a destra e a manca, perché io allo sguardo spaurito che mio padre (a ragione) assume in certi momenti, non sono capace di resistere.
Speriamo bene.

domenica 17 giugno 2012

Come un elefante in una vetreria


 Il giorno in cui ho partorito portavo al collo una collanina sottile con un ciondolo a forma di cuore. La mia vicina di stanza mi ha suggerito di toglierla, ché mi avrebbe dato fastidio durante il travaglio, un po’ impaurita l’ho tolta e l’ho messa dentro il portafoglio. E’ rimasta lì per qualche mese, prima che mi decidessi a riporla per bene.
Unico ornamento di quel periodo è stato il braccialetto di identificazione azzurro che associava infallibilmente me a mio figlio. Penso di averlo tenuto al polso per circa due mesi, suscitando la curiosità preoccupata di parenti, amici e conoscenti. L’ho tolto quando ho iniziato a superare il trauma del parto.
Successivamente, un giorno qualunque del primo anno di vita di Matteo, ho  sentito la voglia di rindossare una collanina. Ne ho molte, e ho molti ciondoli, fatti per lo più di pietre dure dalle forme anticheggianti. Quel giorno scelsi un ciondolo con una pietra color viola scuro e una collanina in oro bianco. L’ho messa e non l’ho più tolta, salvo quando me lo ha chiesto Matteo.
Adornarsi è un’attività specifica dell’essere umano, anche tra le popolazioni meno evolute tecnologicamente, dunque è chiaro che i bambini, nella misura in cui crescendo ripercorrono l’evoluzione filogenetica dell’uomo, esprimano questo bisogno. Eppure quando Matteo mi chiede “mamma mi dai la tua collana?” non ha semplicemente voglia di essere più bello né sta solamente esprimendo il suo gusto estetico; piuttosto questa domanda fa il paio con “mamma adesso ti regalo questa così fa le ninne con te” frase che mi dice alla sera, nel lettone, porgendomi una delle sue macchinine mentre nelle sue manine ne stringe altre due.
Così, ogni tanto e solo dietro sua richiesta, io tolgo la mia collanina e gliela metto al collo e lui è felice e soddisfatto. Poi aspetto, per lo più qualche ora, il momento in cui ad essere felice e soddisfatta sono io perché lui mi guarda e mi dice “adesso mamma toglimela”. Felicità un po’ amara di ogni mamma che vede il suo bimbo crescere.
Non mi importa se la gente ci guarda incuriositi, non mi interessa cosa possano aver pensato le maestre o i suoi compagni d’asilo perché ogni volta che Matteo chiede la mia collana io penso che lo faccia perché ha bisogno di sentirmi vicina.
Mi tornano in mente le parole della nostra pediatra: “ai bambini bisogna saper dire anche di si, non solo di no” e bisogna anche sforzarsi di capire il senso delle loro richieste, aggiungo io.
Così la mia collanina addosso a lui sta a significare la sua capacità di esprimere il bisogno della mia vicinanza e la mia sensibilità a cogliere tale bisogno.
Ebbene, tutto questo significato ogni tanto si scontra con la superficialità di chi sta accanto alla coppia madre-figlio: l’altra mattina Matteo ha chiesto la collanina, io gliel’ho messa al collo e dopo averlo lasciato dalla nonna, l’ho rivisto solo alla sera. Allora, dopo esserci salutati, dopo aver giocato un po’, mi si avvicina e mi chiede di togliergli la collana, io lo faccio, lui scappa dentro casa. Appena lo vedono, sento la nonna esclamare: “finalmente hai tolto quella collana da femminuccia” e poi la zia “devi dire a mamma di comprartene una da maschietto”.
E’ chiaro che nulla di irrispettoso nei miei confronti può essere ravvisato nella parole di nonna e zia eppure all’ascoltarle ho sentito, in sottofondo, il fragore prodotto dai movimenti di un elefante in una vetreria di Murano. “Crac, crac, crac”: oggetti di indicibile finezza e delicatezza travolti da zampe talmente tozze e dure da non essere neppure ferite dai cocci.
Ferita però mi sono sentita io, al pensiero che Matteo potesse trovarsi d’accordo con un ragionamento che, oggettivamente e logicamente, non fa una piega e che pure, se lui ne fosse rimasto colpito, potrebbe porre fine a questo nostro gioco.
E la magia a poco a poco se ne va.
Ma non è detto...



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