venerdì 15 marzo 2013

Disegni



Questo l'ha fatto Matteo!!!
Difatti lo diceva che a lui piace solo di disegnare; ha elaborato questo "mostro", che continua a declinare in varie versioni cambiando ogni volta i particolari, completamente da solo ed è estremamente soddisfatto quando io guardandole emetto un urlo di paura. Questo disegno qui, in particolare, mi ha divertito tanto che gli ho chiesto di regalarmelo, pretendendo anche la dedica, scritta mano nella mano.
A Matteo piace disegnare in questo periodo; sarà che disegnare è per lui anche un modo per creare la realtà (ciò che disegna diventa concreto) e per rappresentarsela (e dunque capirla), sarà che apprezzo le sue produzioni o semplicemente sarà che gli piace molto,  fatto sta che la cosa è per lui molto seria. Dunque lo è anche per me.
Allora ho iniziato ad osservare:


"Della serie: Piccoli criminali crescono. Complimenti ai genitori!", direte voi.
Ma no, non siate superficiali: questo l'ha fatto qualche giorno dopo la la grande protesta e la conseguente grande sfuriata materna, mentre era all'asilo (un sentito grazie alla maestra che decriptato il messaggio), è normale che uno ci legga:

se avessi una pistola io, Matteo il terribile, aiutato da un supereroe amico mio, farei tanta paura a quei cattivoni di mamma e papà, che stanno là, oltre la casa, insieme, mentre io sto qua, da solo (meno male che c'è il supereroe amico mio); ma io c'ho una pistola che passa anche attraverso le case, una super pistola, e infatti papà e mamma, brutti e cattivi, hanno una paurissima di me. Oltretutto c'ho anche l'arma segreta: il disco volante fatto a ragno [sfuggito anche all'analisi della mestra, appunto trattasi di arma segreta] che punta contro di loro.
Vò messo paura, eh?
Sono più forte di voi.
Mi sento soddisfatto
quasi, quasi...
disegno un sole,
un pò mostro, però.

Niente di preoccupante, c'è anzi da gioire che questo bimbetto inizi domandarsi, "chi sono, dove sono e, soprattutto, cosa ci faccio qui?". Tanto, prima o poi, tocca a tutti e si inizia sempre da lì. L'importante è passare in fretta ad altro.
Dunque inizierò a preoccuparmi solo nel caso il soggetto artistico dovesse ripetutamente catturare  l'attenzione di Matteo. Certo si è aperto per lui il grande periodo "triangolare", che verrà vissuto in tutte le sue sfumature cromatiche e proiezioni geometriche, con meticolosità vangoghiana; c'è d'aspettarsi tanta altra inquietudine, dovrò preparami ad immagini che rimarranno impresse indelebilmente nella mia testa ma ce la possiamo fare.
E la morale della storia è:

Che carta, colori ed estimatori non manchino mai ai vostri bimbi.




mercoledì 27 febbraio 2013

Vibrante protesta

"Perché all'asilo si fanno sempre i lavoretti...lavoretti, lavoretti, lavoretti. Io mi sono stufato di tutti questi lavoretti. Io voglio solo disegnare, a me mi piace solo di disegnare.
E poi devo sempre rimettere le cose a posto: se io dipingio, allora poi devo rimettere i colori a posto. [e mica stai a casa]
E quando chiedo quando arriva papà, la maestra mi sgrida sempre.
E poi sto sempre solo, nessuno gioca con me e io sono stufo di stare tutto il tempo solo.
E quelle gocce che mi metti al naso sono disgustose e io non le voglio più."

Ecco qui la vibrante protesta espressa da Matteo l'altra sera, ho cercato di riportare fedelmente le sue parole ma ero troppo presa dalla veemenza dell'esternazione e dal tentativo di controbattere (che non riporto perché irrilevante) che non ho memorizzato fedelmente.
Di che parlare prima: della soddisfazione provata nel constatare che il gigantino sa esprimere i suoi sentimenti, della preoccupazione per questo rifiuto dell'asilo o della mia violenta reazione di rabbia quando ieri mattina non c'è proprio stato verso di farlo uscire di casa?
Ecco cominciamo da qui. Io sono per la non violenza, soprattutto verso i bambini: rispetto i loro tempi, i loro pensieri, la loro sensibilità. Al limite posso arrivare a dire "se qualcuno ti picchia, ALLORA picchialo anche tu, Matteo" e anche questo mi pesa. Ci sono tuttavia momenti in cui non posso fare a meno di usare tutta l'autorità connessa al mio ruolo genitoriale in maniera aggressiva e violenta. Chiaro che non sto parlando di violenza fisica ma della più sottile e pericolosa violenza psicologica. Per cui ieri mattina dopo aver sbraitato furiosamente e sfogato la mia rabbia sbattendo violentemente a terra quello che mi capitava in mano, ho imposto a Matteo di non muoversi dalla stanza da letto. Dopo circa un'ora, durante la quale mi ha più volte chiamato senza ottenere risposta, l'ho cambiato e gli ho fatto fare colazione, quindi gli ho comunicato che per punizione per tutta la giornata non avrebbe potuto vedere la tv né giocare con il pc. Ho tenuto un'espressione  indisponente per tutta la mattinata. Ebbene, dopo il mio comportamento in sé, la cosa più triste è stato constatare quanto bene funzionino questi atteggiamenti: addirittura ad un certo punto è arrivato a dirmi: "e va bene allora ci vado all'asilo". Violenza e autoritarismo sono tra gli atteggiamenti apparentemente più efficaci che un genitore possa adottare per fronteggiare l'individualismo di un bambino piccolo, da qui la loro pericolosità. Non ho mai pensato di essere una madre infallibile ma ieri ho toccato il fondo.
C'è poco da aggiungere tranne che mi sono davvero arrabbiata: "Perché non vuole andare all'asilo, non avevamo superato questo momento?" continuavo a pensare mentre rimettevo mano ai programmi per la giornata che mi ero fatta la sera prima. A pensarci adesso, tra neve e influenza, la continuità didattica ultimamente si è un po' interrotta e questo di per se può spiegare l'atteggiamento di Matteo. Comunque domani andremo a parlare con la maestra soprattutto per verificare se davvero si sta isolando dai suoi compagni, che è la cosa che mi preoccupa di più. Spero di non trovare il solito atteggiamento semplicistico della serie "ma no, non è niente, va tutto bene, non si preoccupi", Matteo è un furbetto ma non un mentitore. E comunque con i bambini la realtà e la sua oggettività hanno un importanza relativa rispetto alla loro personale percezione delle situazioni.
E veniamo all'unico aspetto positivo della faccenda: sono rimasta letteralmente rapita dall'intensità e dalla chiarezza con cui il gigantino ha saputo esprimere il suo disagio. Era un'onda di piena, tanto preso da rimproverarmi anche per le gocce al naso, già che c'era. Una perfetta corrispondenza tra lo stato emotivo provato, che ho dedotto facilmente dal suo linguaggio corporeo, le parole usate per esprimerlo e la sua capacità di mantenere il turno di conversazione. Ecco: una delle cose che ci terrei ad insegnare a Matteo è la capacità di esprimere il suo disagio, non necessariamente a me quanto soprattutto a se stesso perché penso che questa abilità sia necessario fondamento dell'equilibrio psichico. Se infatti è vero che i bambini sono maestri e infaticabili cultori dell'arte del capriccio è altrettanto estrema la loro capacità di adattarsi, per amore dei genitori, a qualsiasi sforzo gli venga chiesto ma questa abilità, se abusata o usata impropriamente, è l'anticamera dell'infelicità. 
A dispetto dell'ostentata sicumera si accettano consigli.

mercoledì 20 febbraio 2013

Assaggi di saggi: "Dialoghi sull'economia" - Fabrizio Galimberti

"Ma qui ci si vorrebbe soffermare su un punto cruciale che sta a monte di queste analisi. Cioè a dire, qual'è il punto di partenza? La spesa pubblica in Italia è eccessiva e quindi sarà facile da tagliare? O è già sottopeso e quindi i tagli saranno molto difficili? O addirittura dovrebbe essere invece aumentata? Perché, malgrado da decenni tutti invochino a parole i tagli di spesa (solo per le spese improduttive, naturalmente), la spesa ha continuato a salire? E' solo per l'insipienza dei governanti (di destra o di sinistra)? O vi sono altre ragioni? [...] 
Una prima interpretazione riposa su un confronto internazionale. Per avere un'idea del'anomalia o meno della nostra quota di spesa possiamo confrontarci con i Paesi vicini. Il grafico mostra le quote di spesa nei Paesi dell'euro e nei principali paesi non euro dell'Unione europea. E mostra come la quota di spesa in Italia sia la più bassa di tutti.
Come si concilia questo fatto con la realtà di un peso della spesa che, come detto, supera la metà del Pil? Si spiega perché la spesa sulla quale si sono fatti i confronti riguarda la parte di spesa sulla quale si può intervenire per tagliare gli sprechi e in altri modi contenere. Si è cioè esclusa quella parte di spesa che "viene dal passato" e sulla quale non si può operare. Sono due i grandi comparti intoccabili: la spesa per interessi, che dipende dal debito accumulato nel passato; e la spesa per le pensioni, che dipende dalla passata generosità del sistema pensionistico. Su quest'ultima si può operare "al margine", contenendo gli esborsi futuri per i pensionandi e/o alzando l'età pensionabile, ma in ogni caso i risparmi sono lenti a manifestarsi, dato che il monte pensioni in essere è pesante e non può essere modificato.
Ecco quindi una prima risposta alla difficoltà di ridurre la spesa. Le risorse destinate ai servizi pubblici sono già basse, e gli anticorpi presenti nella società resistono a ulteriori tagli come a un virus che minaccia la salute dell'organismo economico. Altri dati confortano questa tesi: il numero di dipendenti pubblici in Italia è più basso, in rapporto alla popolazione (i clienti dei servizi) rispetto a quel "tempio del capitalismo selvaggio" che sono gli Stati Uniti.
Ma allora gli sprechi? Ci sono o non ci sono? Certamente ci sono, e sarebbe strano se nelle pieghe delle centinaia di miliardi di euro che compongono la spesa non vi siano disfunzioni (sulle quali il rapporto Giarda richiama l'attenzione con efficacia). Allora è legittimo aspettarsi una sana potatura dei rami secchi della spesa che liberi risorse per la riforma fiscale e/o per la riduzione del deficit?
La risposta è positiva se lo scopo dell'operazione è quello di mantenere la rotta verso il risanamento dei conti pubblici. Sempre, naturalmente, che questo governo abbia il vigore e la compattezza necessari  per mettere a frutto le analisi del Gruppo di lavoro. La risposta è invece negativa se lo scopo dell'operazione è anche quello di restituire all'economia italiana la capacità e la voglia di crescere. E' utile a questo proposito sottolineare che la spesa pubblica si divide, come la Gallia di Giulio Cesare, in tre parti:
1) Quella che c'è ed è bene che ci sia (la spesa che funziona).
2) Quella che c'è ed è bene che non ci sia (gli sprechi).
3) Quella che non c'è e ci dovrebbe essere (i bisogni pubblici non adeguatamente soddisfatti).
Il problema della bassa crescita italiana, così come del malessere della società, sta essenzialmente nel cattivo funzionamento della pubblica amministrazione e in un mancato raccordo fra la domanda di servizi pubblici e l'offerta degli stessi. Dalle misure passive di protezione del lavoro (sussidi di disoccupazione) a quelle attive (formazione e così via), dalle misure in favore delle famiglie (natalità...) a quelle in favore dell'occupazione femminile (asili nido...), dalla protezione dell'ambiente e del patrimonio artistico alla lotta alla criminalità organizzata, c'è tanta "spesa pubblica che non c'è" - e che ci dovrebbe essere.
Tutto questo per dire che se si riduce la spesa che c'è e non si aumenta quella che non c'è (e ci dovrebbe essere) è solo una mezza vittoria. La lotta agli sprechi dovrebbe servire a migliorare la qualità della spesa, non necessariamente la quantità. Ma, se si rinuncia a portare i tagli di spesa direttamente a riduzione del deficit, questo non vuol dire che il deficit non possa essere ridotto per vie indirette, attraverso la  maggior crescita del Pil che sarebbe promossa da un miglioramento del tono e della composizione della spesa pubblica."


"L'abito non fa il monaco" e l'edizione non fa il libro è il caso di dire per questa raccolta di articoli apparsi sul "Sole 24 Ore" tra l'aprile 2011 e il giugno 2012 a firma Fabrizio Galimberti e venduta in allegato al giornale il 24/08/2012. Questo libretto dall'aspetto modesto (per cui mi è capitato di perderlo più e più volte durante le svariate riletture) e dall'apparenza inconsistente è in realtà un concentrato di riflessioni illuminanti e spregiudicate (senza pregiudizi) sulla situazione politico economica del nostro paese in uno degli anni peggiori della nostra storia recente.
Di economia mi interesso da poco eppure vi posso assicurare che non era facile, nel periodo in cui scriveva Galimberti, trovare riflessioni come quella che ho scelto di citare in questo post. Sapere che ci sono componenti della spesa pubblica che sono intoccabili, avere la conferma che in Italia si spede poco in servizi ai cittadini e scoprire che quella che ci viene descritta come la causa primaria dei nostri problemi, potrebbe invece diventare uno stimolo alla ripresa è una grande opportunità per provare a guardare le cose in maniera diversa. E' come per "il problema dei nove punti": non si arriva alla soluzione finché non si abbandonano i vincoli percettivi che, pur non essendo "dati" del problema, condizionano i nostri tentativi di problem solving. 
Di riflessioni di questo tipo Galimberti ne fa tante come quando afferma che: "Quando l'economia va male si creano deficit "ad alto potenziale", finanziati stampando moneta. Quando l'economia va bene si creano surplus e la moneta che affluisce nelle casse dello Stato viene distrutta. In questo modus operandi delle politiche economiche il debito pubblico diventa irrilevante." 
Voi mi direte: "ma che dice Galimberti?! Non sa forse che siamo in Europa e che non possiamo fare come ci pare?" Qui viene il bello perché Galimberti sa bene che L'Europa c'è e le sue politiche economiche e fiscali ci vincolano in modo pesante ma questa consapevolezza non gli impedisce di analizzare i fatti in maniera critica: in un immaginario dialogo tra Goethe e la Merkel, all'indomani di un altrettanto immaginario (ma non per questo improbabile) crollo dell'euro e dell'Unione monetaria, il Goethe galimbertiano così rimprovera la Merkel: "Se avete una moneta unica dovete avere anche un sistema finanziario unico, un regolatore delle banche unico e un'unica gestione del debito [...] Avete trascinato il mondo e voi stessi in un'altra recessione e spento le speranze dell'Europa verso un cammino di pace e di integrazione. Avete diviso invece di unire.
Ricordo stimati economisti parlare di "incalcolabilità" del danno che sarebbe potuto venire da un'uscita della Grecia dall'euro, di un effetto domino che avrebbe travolto tutti gli altri paesi dell'eurozona, Italia in primis. Senza pregiudizi scientifici né morali Galimberti si affaccia su un simile scenario e nell'articolo "euro al bivio tra crollo e rilancio" delinea uno quadro che, per quanto grave, non ha nulla di apocalittico registrando anzi una ripresa dell'economia greca insieme, però, ad un inevitabile ridimensionamento dell'Unione e rimarcando ancora una volta tutte le attuali lacune di questo ambizioso progetto. Tuttavia c'è anche spazio per lo scenario opposto che, in ossequio alla convinzione che l'Unione europea possa progredire proprio sotto lo stimolo delle crisi che saprà affrontare, giunge ad un suo rafforzamento dove c'è ancora posto anche per la Grecia.
Il tutto tenendo sempre ben presenti le potenzialità e i pesanti limiti del tessuto sociale, economico e politico italiano: la crescita che non c'è, il "pregiudizio anti-industriale", l'organizzazione dello stato ma anche la nostra vitalità e creatività.
Insomma tanti spunti di riflessione regalati al lettore, con tatto e intelligenza,  affinché egli possa elaborarli e trovare le sue risposte quando in questo dialogo arriverà il momento, per lui, di prendere la parola. 
E, credetemi, questo momento, molto presto, arriverà.


venerdì 18 gennaio 2013

Ricreazione!!!

Orsù: alzate il volume


Non sembra anche a voi che la musica sia una tra le migliori invenzioni dell'uomo?


sabato 15 dicembre 2012

Ma un par di fatti vostri, mai?

Ci sono parole che, quando escono dalla bocca di un bambino, fanno un effetto sgradevole, al limite del volgare.
Da giorni ormai Matteo usa l'aggettivo "morto". Quando gli ho chiesto dove avesse sentito quella parola mi ha risposto: "all'asilo, la maestra mi ha detto che quando le persone vanno in cielo, come nonno L., moiono".
Ecco appunto: nonno L. morto un anno prima che Matteo nascesse e per questo, per reazione a questa cosa che ho sempre considerato un'ingiustizia, da sempre presente nelle nostre conversazioni. "Nonno L. è in cielo, non può tornare qui, ma dal cielo ti guarda sempre perché ti vuole tanto bene e quando fai le ninne lui viene a trovarti e con la sua macchina speciale che vola ti porta a spasso tra le nuvole".
Ogni tanto qualche accenno a chi era, alle tante cose che sapeva fare, alle sue passioni. Poco però, perché credo sia più giusto che a raccontare il nonno che è in cielo siano il papà, la nonna e gli zii di Matteo. Io mi limito a colmare un vuoto che l'assurdità di una morte non ancora accettata e metabolizzata rischiava di creare.
Sono infastidita da questa "ingerenza" della maestra. Mi si dirà che è normale, che i bambini prima o poi incontrano anche gli aspetti sgradevoli della realtà, che così crescono, che questa maestra, alla fine, mi ha fatto un favore, che poco importano le parole quando la realtà che esse significano è tanto incontrovertibile e definitiva.
Sarà, ma io questa tendenza a far scontrare i bambini, anche molto piccoli, col principio di realtà, non l'ho mai condivisa.
Mia cognata ha comprato a mia nipote (5 anni) un CD in cui viene spiegato come nascono i bambini. E' stato molto imbarazzante ma ho dovuto dirle che non lo facesse vedere a Matteo; il gigantino pensa ancora che i bambini li porti  la cicogna. Suppongo che la prima volta che si accorgerà di una donna in avanzato stato di gravidanza, avrò molto da ingegnarmi ma inventerò qualcosa. Come quando  mi ha chiesto cosa fosse l'ombelico e io: "Ti ricordi quando ti ha portato la cicogna? Lei ti teneva per una specie di cordicella attaccata al tuo pancino, prima di volar via l'ha tagliata e ha fatto un nodino, ecco quello è l'ombelico!".
Sui fatti importanti della vita bisogna dare ai bambini, ma anche agli adulti, spiegazioni che siano in grado di gestire non semplici parole, per quanto precise. 
Quest'estate all'ennesimo discorso su nonno L. che sta in cielo, papà camp si è sentito porre da Matteo la seguente richiesta: "papà se nonno L. sta in cielo, allora prendiamo un aereo che va in alto, altissimo e andiamo a trovarlo!". Dove abbia trovato la prontezza di spirito per rispondere, non so (a me è venuto da piangere quando me lo ha raccontato e anche adesso che ci ripenso) ma papà camp ha replicato: "no Matteo, non possiamo andare a trovare nonno L. perché se si va in cielo poi non si può più tornare indietro".
Una bella esperienza quella chiacchierata tra padre e figlio, franca e senza menzogne pur non avendo mai usato la parola "morto".


sabato 24 novembre 2012

Assaggi di saggi: "S.O.S Economia ovvero la crisi spiegata ai comuni mortali" - Fabrizio Galimberti

"Ma se il cavallo non beve? Abbiamo ricordato più volte questa disperante eventualità. Tutto quello che può fare la politica monetaria è di mettere soldi a basso costo a disposizione di chi vuol spendere. Può curare un sistema finanziario malato, fare una diagnosi giusta e trovare una terapia efficace. Ma non può obbligare famiglie e imprese a spendere. Cosa fare, allora, se il cavallo non beve?
Semplice: bisogna portare all'abbeveratoio un cavallo assetato. Se non lo si trova fra i "privati", questo cavallo deve venire da un'altra scuderia, quella pubblica. Già nel Capitolo 7 ho scritto:  - se famiglie e imprese non spendono, bisogna che qualcun altro spenda, altrimenti tutto si ferma: questo "qualcun altro" non può essere che lo stato -.
L'arma più diretta - le altre possono essere potenti ma sono indirette- per contrastare la recessione sta nelle entrate e nelle spese del bilancio pubblico. E più nelle spese che nelle entrate. Se si riducono le tasse, lasciando più soldi nelle tasche dei contribuenti, si rischia di ricadere nel problema del cavallo che non beve. Non c'è alcuna garanzia che le minori tasse diventino maggiore spendita dei privati. Invece, nel caso della spesa pubblica, la garanzia c'è per definizione. Riduzioni d'imposte e aumenti di spese costituiscono una politica di bilancio "anticiclica", detta così perché va a contrastare la tendenza spontanea del ciclo; nel nostro caso, la spirale recessiva che è andata avviluppando l'economia mondiale a partire dalla seconda metà del 2008.
Non mette conto fare la cronaca delle misure espansive che sono state adottate nel corso di questa crisi. Sto scrivendo in corso d'opera, e qualsiasi cronaca sarebbe ben presto incompleta. Basti dire che l'America è stata la prima e la più generosa (o la più avventata, secondo alcuni), ma anche in diversi paesi europei e asiatici i bilanci pubblici sono andati tingendosi di rosso. Le misure messe in opera in America sono massicce: il grafico 11 fa vedere come il deficit di bilancio previsto per il 2009 negli Stati Uniti sia più che doppio rispetto a quelli registrati negli anni del New Deal per contrastare la Grande Depressione (i successivi enormi deficit degli anni 1942-45 sono "fisiologici" in tempo di guerra).
Ci sono pericoli in queste misure espansive? Certamente si. Sono pericoli che vale la pena di correre ? Certissimamente si. Questa crisi, in cui sono confluite malattie della finanza e malattie dell'economia, è così brutta che bisogna correre al soccorso con qualsiasi mezzo; e delle conseguenze di questo "pronto soccorso" ci preoccuperemo dopo: a ogni giorno la sua pena. Questo non vuol dire, naturalmente, che bisogna ignorare i problemi che si potranno porre. Bisogna, al contrario, averli ben presenti, e disegnare le misure espansive in modo acconcio: così che abbiano la massima efficacia adesso, e causino il minimo danno in futuro. Ma quali sono questi problemi?"



Premessa: questo libro è stato stampato nel maggio 2009 dunque, necessariamente, esso non parla della crisi economica dell'eurozona che si è resa evidente, in Italia,  solo a partire dalla seconda metà del 2011. Questo libro parla invece della crisi finanziaria che ha colpito gli Stati Uniti d'America tra il 2007 e il 2008, all'inizio conosciuta come "crisi dei mutui subprime" e che, della "nostra" crisi, può essere considerata uno dei fattori scatenanti.*


Per prima cosa fatemi dire che questo è un libro che realizza le aspettative che il lettore medio, digiuno d'economia, si fa leggendone il titolo: alla fine saprete tutto della crisi dei mutui subprime e in più vi sarete fatti una prima idea di cosa sia l'economia e di come essa funzioni.
Non so a voi ma a me, che a malapena conoscevo la differenza tra "debito" e "credito", questo sembra già un risultato notevole. Io che alla domanda di mio marito: "ma perché non stampano più soldi?" rispondevo scandalizzata: "perché altrimenti aumenta l'inflazione!" (senza peraltro averne ben compreso le ragioni), ho scoperto che il premio Nobel per l'economia Milton Friedman ipotizzò che, al limite, per far ripartire un'economia in recessione si potrebbe ingaggiare una flotta di elicotteri che lanciasse dall'alto sacchi pieni di soldi. Chiaramente una provocazione, nonché una soluzione poco equa, ma comunque uno spunto di riflessione sul fatto che, in economia, quando si tratta di superare una crisi, si può essere machiavellici.
Dicevo che leggendo questo libro i profani iniziano a farsi un'idea di cosa sia l'economia. La mia personale idea è che l'economia non sia una scienza come la fisica  che sta lì ad aspettare che il genio di turno scopra le leggi che la regolano. L'economia è nata con l'umana invenzione dello scambio e si è evoluta per tentativi ed errori. Da questo punto di vista le crisi economiche sono eventi "normali" che saranno di volta in volta fronteggiati cercando di evitare errori già commessi in passato (uno degli errori della prima politica economica di Roosevelt, le prime due settimane della sua prima presidenza, fu quello di attuare riduzioni della spesa nel tentativo di realizzare il pareggio del bilancio pubblico, che era stato un tema della sua campagna elettorale; subito dopo tuttavia adottò una politica di segno opposto caratterizzata da una notevole spesa in deficit principalmente finalizzata alla realizzazione di opere pubbliche. Obama non ha mai ceduto all'argomento dell'eccessiva spesa pubblica e anzi, interrogato da David Letterman in piena campagna elettorale, afferma candidamente [dal minuto 4 circa] di non ricordare neppure con precisione a quanto ammonti il debito pubblico americano).
Lo sapevate che alcune nazioni hanno creato delle "bad bank"? Banche di proprietà dello stato nelle quali mettere in quarantena i famosi "titoli tossici" la cui permanenza sul mercato avrebbe potuto bloccare l'attività finanziaria e che, un giorno chissà, quei titoli potrebbero anche portare dei guadagni?
Per uscire da una crisi, insomma, si possono fare tante cose e Galimberti fa un'analisi puntuale di tutto ciò che il governo americano e la Federal Reserve hanno fatto. Già solo per questo, questo libro andrebbe letto: son cose poco comuni per noi europei abituati ai lacci e lacciuoli con cui il Trattato di Maastricht ha irretito l'azione della BCE (ma questo lo dico io, non Galimberti).
Ma se adesso mi metto a parlare di tutte le cose che ho capito leggendo questo libro va a finire che lo dovrò citare tutto. Faro meglio a dirvi perché, se come me siete ignoranti in economia, dovreste leggerlo:


  • Questo è un libro scritto con chiarezza ed onestà intellettuale (se Galimberti ha delle convinzioni politiche personali, di certo non le troverete espresse qui).
  • Questo è un libro dove anche i concetti apparentemente più semplici vengono comunque spiegati.
  • Questo è un libro che spinge a porsi delle domande. Ad esempio: ma siamo sicuri che l'inflazione che investe una economia in crescita ha gli stessi effetti di quella che si verificasse in una economia in recessione? (Se qualcuno conosce la risposta a questa domanda è pregato di "rivelarmela").
  • Questo è un libro che, come ho già detto, analizza una crisi economica ma nel farlo spiega i principi base che regolano l'economia e svela il lato interessante di questa scienza. Preso per mano da Galimberti il lettore viene accompagnato nei gironi infernali di una crisi che è abbastanza "vecchia" da essere stata studiata da schiere di economisti e, nondimeno, attuale al punto da avere avuto ricadute sull'economia di mezzo mondo, Europa compresa (ahimé!).

Personalmente sono partita con una certa titubanza diventata timore di aver buttato i miei soldi già   nell'introduzione, alla lettura delle seguenti parole: "Come tutte le crisi che si rispettano, questa ci tocca non solo e non tanto come notizia, ma anche e soprattutto come persone che la soffrono e ne soffrono. C'è chi  non trova lavoro, chi l'aveva e l'ha perso, ci sono i precari cui non viene rinnovato il contratto, le famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, i produttori che vedono crollare gli ordini e i risparmiatori che vedono crollare i risparmi. Io, ad esempio, sono fra questi ultimi, ma, come economista, ho una strana consolazione: considero il gruzzolo che si assottiglia come un biglietto da pagare per assistere a uno spettacolo affascinante: il dispiegarsi di questa crisi, che mi attrae come un'eclissi di sole o un'aurora boreale  [...] Un giorno la racconterò ai nipotini."
Debbo confessare di aver dubitato della salute mentale del Dott. Galimberti. Arrivata all'ultima pagina, però, ero ormai irreversibilmente contagiata dallo stesso interesse. E l'ho ricominciato daccapo. E poi l'ho consultato ancora e ancora.
Per essere il primo libro di economia che leggo direi che è stato un successo.

*Mi auguro che il dott. Galimberti voglia riscrivere questo libro integrandolo con la trattazione della crisi dell'eurozona, magari facendo un comparazione tra le strategie attuate dagli Stati Uniti e dall'Europa. Personalmente correrei ad acquistarlo.

martedì 23 ottobre 2012

Farneticazioni mattutine

Questo è un post di sfogo solo che non ne ho ben chiari gli argomenti dunque è molto probabile che ne venga fuori qualcosa di vago, indefinito e vagamente lamentatorio quindi vi dispenso formalmente dai commenti (ma se vorrete farli vi benedirò dal profondo del cuore).
Sono nervosa e irritabile. 
Si potrebbe pensare sia l'autunno che su certe tipologie di personalità fa sempre qualche effetto notevole. I primi freddi, le piogge, la luminosità diurna che diminuisce. Non fosse che non fanno che ripeterci che quest'autunno è insolitamente caldo e la gente la domenica va al mare come fossero i primi di settembre.
Saranno i problemi con Matteo. Macché! Ci vuole coraggio a dire che il gigantino crei problemi oltre a quelli  naturalmente connessi al dover gestire, da sola, un concentrato di energia e voglia di giocare. Coi bambini è così: "tutti li vogliono ma nessuno se li prende", mai nessuno che si presentasse all'uscio di questa casa dicendo "tranquilla, rilassati un po', Matteo questo pomeriggio sta con me". Io poi non lascio trasparire nulla e non chiedo aiuto salvo poi, all'improvviso, adottare l'espressione "tieniti a una distanza di almeno due metri da me, è per il tuo bene" e cominciare a sbattere tutto quello che mi trovo per le mani. A quel punto però è già troppo tardi.
Ieri sera ho visto "La solitudine dei numeri primi", avevo letto il libro senza trovarlo tutto questo caso letterario che è stato. Il film invece mi ha colpita molto. In particolare il cambiamento fisico dei personaggi principali dalla prima giovinezza alla prima età adulta. Alba Rohrwacher (cui consiglierei senz'altro di cambiare cognome) in particolare è incredibile. Passare dai ventiquattro anni pieni di presunzione di forza e insicurezze controllate ai trentuno in cui ci si è fatti totalmente travolgere da tutto il dolore cui nel frattempo non si è riusciti a dare una spiegazione era difficile, lei è stata credibilissima. Insomma mi è venuta in mente quella frase di Svevo (mi pare) "la vita è una malattia" sempre mortale, aggiungerei. E il corpo registra infallibilmente le cicatrici che questo morbo ci lascia. Certo per alcuni la malattia è blanda ma altri ne verranno travolti e il loro corpo ne riceverà segni indelebili.
FINE PRIMA PARTE (tra un po' si pranza, arrivederci a quando potrò per le farneticazioni seguenti).
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