Matteo compie gli anni a fine novembre e quest'anno ha ricevuto in regalo un oggetto che desiderava da molto; un po' per il costo, un po' per somministrargli una sana dose di frustrazione, infatti, ne rimandavamo da tempo l'acquisto. La felicità che ha provato quando ha aperto il pacco è stata grande, gli occhi sbrilluccicanti, si è profuso in bacetti e ringraziamenti a genitori e zii, noncurante del fatto di aver ricevuto un unico regalo.
A metà dicembre constatando un'insolita assenza di richieste di doni a Babbo Natale, ho esordito:
"Matteo ma non sarebbe ora di scrivere la letterina a Babbo Natale? Lo sai che poi all'ultimo momento gli elfi non ce la fanno a costruire tutti i regali, dai su inizia a scriverla. Ma poi, cosa chiederai?"
E lui: "Mamma io quest'anno non chiedo niente a Babbo Natale."
E io: "Come non chiedi niente?!"
"Si mamma io ho avuto quello che desideravo per il mio compleanno e adesso non mi serve niente.".
"Matteo ma sei sicuro? Ma poi la mattina del 25, quando non troverai niente sotto l'albero, non è che ci rimarrai male?".
"No mamma, stai tranquilla".
E io tranquilla sono stata, finché la mattina del 24, dopo un insolita attività e un sospetto traffichio con fogli e penne, Matteo si presenta con un pezzo di carta che con estrema cura adagia accanto al presepe, vicino ad una fetta di panettone e una carota.
Dico: "cos'è Matteo?"
E lui raggiante: "la letterina per Babbo Natale e la merenda per lui e le sue renne, stasera ci mettiamo anche un bicchiere di latte".
In un attimo la mia mente è stata occupata da immagini elfi in febbrile attività, operai Amazon in sciopero, file interminabili alle casse di ipermercati saccheggiati e angosciosi eco di "Fate Presto!". Un tantino tremante mi avvicino e leggo:
Avrei voluto abbracciarlo e dirgli che bambino speciale è, invece, ancora un po' intontita gli ho detto:
"Ma Matteo che l'hai scritta a fare questa lettera? Non hai chiesto niente, Babbo Natale non verrà".
Lui prontamente mi ha risposto:
"Mamma mica Babbo Natale viene solo se gli chiedi qualcosa, piuttosto ricordiamoci di spegnere il camino stasera".
La mattina successiva, appena alzato è andato a controllare e porgendomi "la letterina" raggiante e un po' saccente m' ha apostrofato:
"Vedi mamma che avevo ragione io!" :
Caro Matteo un giorno ti racconterò di tutte le terribili cose che sono accadute quando eri piccolo e aspettavi Babbo Natale.
Di come ci sentivamo tutti impauriti e arrabbiati, di quanto nonostante ci dessimo da fare non arrivassimo mai a sentirci soddisfatti e tranquilli.
Di come illustri uomini ci invitassero ad essere affamati e folli, a primeggiare, a non accontentarci mai e di come altri, meno illustri, ci rimproverassero di non essere all'altezza di vivere in quella nuova e magnifica realtà.
Di quanto il mondo fosse sull'orlo di un baratro e invece di aiutarci a spezzare le catene che ci tenevano legati l'uno all'altro, tutti eravamo impegnati a proteggere i pochi centimetri di spazio a nostra disposizione.
Un giorno ti racconterò delle paure, i dubbi e le insicurezze di una mamma semplice che pensava a come cambiare tutto ciò o almeno a come proteggere suo figlio e di come quel bambino, la mattina di una vigilia di Natale, le abbia riempito il cuore di speranza.
Avevo provato un sincero moto di stima per Giorgia Meloni quando ha annunciato la sua indisponibilità a candidarsi a sindaco di Roma perché incinta. Ma è durato poco.
Partendo dal presupposto che questa sua subitanea esternazione sia stata sincera e non dovuta ad oscuri calcoli politici, mi era sembrata una scelta coraggiosa "arrendersi" alla grandiosità dell'evento che sta vivendo tanto da mettere in secondo piano tutto il resto. "Che bello", ho pensato, "finalmente una donna che affronta la gravidanza con sacro terrore e con rispetto, concedendosi il lusso di dedicarle ogni sua energia". Ma subito una schiera di super donne e super mamme ha iniziato ad inveire: "ma la gravidanza non è mica una malattia...", "ma migliaia di donne diventano mamme senza rinunciare al loro lavoro...", "ma questo è un insulto a schiere di donne che fanno i salti mortali per essere buone madri e continuare a lavorare...", "ma questo Paese di questo passo..." e via discorrendo.
Forse anche a causa di questa sollevazione ma, più probabilmente, per ragionatissime e rispettabilissime motivazioni personali la Meloni ha cambiato idea e si avvia a diventare l'ennesima "supermamma". Auguro di cuore a lei e al suo bimbo ogni bene però, che peccato!
Tantissime donne in Italia sono costrette per esigenze economiche a lavorare e tuttavia non vogliono rinunciare alla maternità, il più delle volte la loro vita è complicatissima e faticosa per non parlare di quelle a cui la maternità costa il posto di lavoro.
Poi ci sono le "mamme a tempo pieno", come me, che si dedicano completamente ai figli e alla famiglia. Privilegiate, in apparenza, la loro vita sembrerebbe facile e comoda perché nessuno pensa mai alle rinunce, alla solitudine, all'insoddisfazione che lo svolgere, per scelta o per mancanza di alternative, un ruolo spesso non apprezzato comporta. Noi siamo quelle fortunate anche se poi, non essendo tutte facoltose-agiate-annoiate privilegiate, magari prima di comprarci un paio di scarpe nuove ci pensiamo dieci volte e non possiamo mai permetterci di essere stanche perché "e ma tu mica lavori..." e, spesso, quello che facciamo è "dovuto" e se pensiamo al futuro e alla vecchiaia ci tremano le gambe. Noi siamo quelle che, mediamente, non penseremo mai, guardando i nostri figli cresciuti, che gli anni sono volati, perché quegli anni li abbiamo vissuti momento per momento in prima persona, nel bene e nel male.
Entrambe le categorie di mamme, insomma, hanno i loro problemi ed entrambe possono contenere esemplari di madri ottime o pessime. Del resto, a parer mio, ogni donna deve sentirsi libera di complicarsi la vita come meglio crede.
Quello che non tollero però è questa tendenza, tanto più odiosa quanto più è espressa da altre donne, a voler considerare quello della "supermamma" come unico modello di madre socialmente accettabile e desiderabile. Questo dannarsi l'anima per reclamare un sacrosanto e necessario riconoscimento dei diritti e delle difficoltà delle madri lavoratrici senza però spendere una sola parola a favore delle donne che fanno scelte diverse e che mettono la maternità al primo posto. Che progresso sociale e civile può nascondersi dietro questa visione selettiva dei diritti della donna?
Quanto sarebbe stato più utile che la Meloni (o qualsiasi altra politica italiana nella sua stessa posizione) avesse scelto di prendersi un giustissimo periodo di pausa e fosse poi tornata in campo rivendicando il valore sociale ed economico delle donne che "non lavorano", che non potrà certo essere uguale a quello di chi si alza tutte le mattine ed esce di casa per lavorare ma che non può neppure essere ridotto a zero?
Mia madre che non ha mai percepito uno stipendio, pur avendo fatto e continuando a fare un lavoro monumentale, mi diceva quando ero adolescente: "figlia mia studia e trovati un lavoro e se ti innamorerai convivi così sarai libera, se le cose andranno male, di fare quello che vuoi". Poiché coi figli l'esempio conta più delle parole, io ho fatto l'esatto contrario. A ripensarci adesso mi colpisce che in questo discorso non fossero menzionati i figli. Quale collocazione avrebbero dovuto avere rispetto a me e alla mia autonomia? Colpevole omissione quella di mia madre perché, ripensando alla sua vita, so che, al cospetto di un figlio, qualsiasi concetto di autonomia si sarebbe sciolto come neve al sole.
Questo è stato il suo esempio: il lavoro immenso e impagabile di una donna e una madre che ha saputo sopportare e supportare l'insopportabile, che invece di salvare se stessa e i suoi figli da situazioni a volte insostenibili ha insegnato loro che le persone non si abbandonano alla prima difficoltà e nemmeno alla centesima. Mia madre mi ha insegnato che le persone non sono perfette e purtuttavia questo non ci autorizza ad abbandonarle al loro destino.
Se avesse potuto studiare e lavorare oggi avrei di certo altri motivi per essere orgogliosa di lei e grata del suo esempio e magari sarei comunque la persona (e la mamma) mediamente equilibrata e matura che sono, ma io non avrei voluto avere niente di diverso dalla mamma che ho avuto e non la ringrazierò mai abbastanza per esserci stata sempre: quando mi svegliava la mattina, quando mi accoglieva al ritorno da scuola, quando stavo male, quando ero preoccupata, quando ero felice, quando ho avuto grandi dubbi e fallaci certezze, quando c'era bisogno di qualcuno che fosse orgoglioso di me e quando ho avuto paura di non essere all'altezza, quando sono stata forte e quando ho fatto tutto il contrario, perché nessuno è perfetto...
Si, mia madre non ha mai percepito uno stipendio ma nessuno si permetta di dire che non ha mai lavorato o che il suo lavoro sia stato facile e comodo.
Per moltissimi potrebbe non essere una notizia degna di nota ma ci tenevo comunque a diffonderla.
Perché sono più di cinque mesi che non scrivo niente e, benché io non sia una grafomane ne una sostenitrice della scrittura a prescindere dalla comunicazione di un qualche contenuto, non vorrei mai seguire la sorte dei tanti blogger che abbandonano la loro attività senza dare del fatto esauriente spiegazione. Non che io voglia abbandonare questo piccolissimo blog nella vastità del cyberspazio, tuttavia scrivere (come dice la maggior parte degli Scrittori) è questione di metodo: mettiti alla tastiera e qualche cosa salterà fuori, poi lavoraci e lavoraci e lavoraci (ma questa parte posso evitarmela: mica io sono Scrittrice) e avrai scritto qualcosa degno di nota.
La verità è che tutto è relativamente tranquillo ma in questi mesi mi son dedicata ad altro e adesso mi è venuta una gran voglia di gettare un messaggio nella bottiglia e vedere chi lo legge e cosa ne pensa. Ma l'unica cosa che posso scrivere è "sono viva" e, come si diceva, il fatto potrebbe non interessare moltissimi.
Ma interessa me e quei pochissimi che mi leggono e mi rispondono (Plotina ma tu? Tutto ok? E scrivici qualche cosa ogni tanto...) e questo basta.
Che meraviglia è internet: tra cent'anni se ne parlerà come lo strumento di una nuova rivoluzione tecnologica e culturale e noi ci siamo dentro. Quanto è bello poter comunicare una propria esperienza, un'opinione, una convinzione a persone che nella vita "reale" non avremmo mai potuto incontrare e ricevere un feedback.
A cosa comunicare ci pensiamo la prossima volta, del resto così fan molti: scrivono cose insignificanti, se non inutili, prendendosi meticolosamente sul serio, per una volta anche io...ma senza prendermi sul serio ché c'ho messo una mezza vita a disimparare a farlo.
La settimana scorsa è stata dura per mio padre e per me, è successo di tutto: lo stent si è bloccato, la cute peristomale si è lacerata rendendo difficoltosa l'adesione della placca (che sta ad uno stomizzato come la sedia a rotelle ad un paraplegico), lo stent si è sfilato. Una settimana scandita da dolore, ansia, preoccupazione e molta fatica, per inciso ho stabilito il mio record assoluto di veglia: 42 ore intervallate da involontari crolli della durata media di 10 minuti. Adesso va meglio anche se il problema della sensibilizzazione cutanea non è ancora del tutto risolto e lo stent continua ad ostruirsi.
Certe volte mi domando come faccia mio padre a sopportare tutto quello che la sua malattia gli riserva: gli interventi, il dolore, gli imprevisti , i controlli ancora frequenti, le sortite improvvise al P.S. (e la varia disumanità che vi si incontra) e l'ansia che in ogni momento potrebbe accadere di tutto.
Decisamente mio padre è un uomo coraggioso ma ultimamente ho come la sensazione che questo coraggio sia stia esaurendo:
"Dai papà tutto sommato sei fortunato: con due tumori, un linfonodo attaccato dalla malattia e a più di cinque anni dall'intervento, sei ancora qui a raccontarlo, non capita a tutti. E' vero hai tanti problemi però è solo questione di affrontarli via via che si presentano."
"Si ma io sono stanco di stare sempre male, così non si può vivere e se arrivasse la morte sarebbe meglio".
Il bello di quando, diventato adulto, un figlio si rapporta ad un genitore, è la sincerità estrema che caratterizza il rapporto. Essendo ormai cresciuto il figlio, il genitore non sente più il peso di mostrargli una versione edulcorata della realtà e, d'altra parte, il figlio gode finalmente della sincerità che decine e decine di volte aveva avuto la sensazione mancasse, inefficacemente sostituita da un soffocante senso di rassicurazione cosmica.
Io poi ho in grande considerazione questo cambiamento qualitativo perché per una vita ho "dialogato" con mio padre quasi sempre nella posizione di chi doveva conquistare terreno su fronti considerati dall'altro pericolosi e dunque difficilmente conquistabili. Il più delle volte la cosa si risolveva in una serie di autoritari "no" proferiti come atto di estrema difesa e tuttavia quelle continue negoziazioni sono state un'occasione preziosa per affinare le mie doti dialogiche ed oratorie. Poco importa se a vincere (o ad esser convinto di aver vinto) era quasi sempre lui. Oggi che i pericoli paventati dal genitore sono scomparsi o si sono materializzati rivelandosi, tutto sommato, meno perniciosi del previsto, siamo entrambi più rilassati e possiamo permetterci di mostrare quel lato umano che prima nascondevamo considerandolo un temibilissimo punto debole. Tutto molto bello e soddisfacente tuttavia, a volte, insopportabile. E così, in risposta alla paterna affermazione su esposta, sono rimasta qualche secondo in silenzio, ho ricontrollato medicazione e diuresi, ho augurato la buonanotte e me ne sono andata.
Per quanto io sia brava ad ascoltare, a cogliere gli aspetti positivi di situazioni anche molto difficili (e questa settimana, nella tragedia siamo stati anche molto fortunati) e quindi a consolare, questa volta non ce l'ho fatta.
Come fa un figlio a sentire il proprio padre, la persona che gli ha dato la vita, invocare la morte?
Questo è troppo anche per me.
Io capisco il suo stato d'animo e anche se mi vengono in mente decine di motivi per cui la sua vita vale ancora la pena di essere vissuta, mi astengo dal ricordarglieli perché rispetto quest'uomo che, prima ancora di essere mio padre, è una persona con una dotazione specifica di sensibilità e di risorse emotive che potrebbero essere in via d'esaurimento, a prescindere da tutto il resto.
"La persona prima di tutto" è il mio motto, che sia padre o figlio e tuttavia io non posso rimanere ad ascoltare mio padre che mi dice che, tutto sommato, "sarebbe meglio".
Che ne parli con mia madre, con gli altri figli, con amici o parenti ma con me no. Io ho da pensare a come curarlo perché, qualsiasi cosa dica, nei suoi occhi vedo ancora un fortissimo istinto di sopravvivenza in azione e perché, in certi casi, il coraggio non si può prendere dagli altri ma bisogna trovarlo, se ancora c'è, in se stessi.
Caro Matteo è equivoco frequente, soprattutto in gioventù, considerare i propri genitori esseri semi-onnipotenti, forti più di quel che sono, altruisti più di quel che la loro natura umana gli conceda d'essere, coraggiosi come fossero nati direttamente adulti. Insomma, e te lo dico da figlia, spesso i genitori tendono ad essere sopravvalutati dai figli che si aspettano da loro sempre il massimo. Il genitore lo sa e, il più delle volte, per quanto gli sia possibile, tende a corrispondere a queste aspettative vivendole come occasione di crescita e maturazione personale nonché come esempio di vita concreto per il proprio figlio. Tuttavia ci sono circostanze, che fatalmente aumentano al progredire degli anni, in cui anche un genitore, nonostante l'amore che nutre per i figli, sente di essere, prima che padre o madre, una persona, carica di limiti e imperfezioni e si sente autorizzato a vivere pienamente tali sentimenti. Di solito il figlio reagisce male sperimentando un profondo senso di delusione, arrivando a sentirsi tradito, pensando che la vita glia abbia destinato genitori di poco valore. Si può rimanere per anni in questo limbo emotivo finché, a sua volta, il figlio non inizia a sperimentare, per quanto ancora giovane e forte, i sentimenti di cui sopra. Allora avviene, quando davvero si è stati amati, una sorta di piccolo miracolo: proprio l'umanità dei nostri genitori rende prezioso e grande tutto ciò che loro ci hanno donato, sofferenze comprese. E' una cosa difficile da spiegare ma sicuramente capiterà anche a te e ne verrai fuori nel migliore dei modi perché sei un tipo in gamba e perché il tuo papà ed io ci stiamo impegnando molto per crescerti forte ed equilibrato.
La cosa invece che potrebbe crearti grandi problemi è accettare che ci sono dei limiti a quello che un figlio può chiedere al proprio genitore e che la disposizione alla vita è una di queste cose. A volte succede questo, caro Matteo, che per quanto la vita di una persona sia piena di cose belle e importanti ella non trovi più interesse nel viverla. Questa cosa potrebbe accadere anche a me, perché sono nata guardando la morte in faccia e perché sono figlia di mio padre. Per quanto questo possa sembrarti assurdo, vorrei che tu ti convincessi che se una tal cosa dovesse accadere questo non avrebbe nulla a che fare con l'amore che io provo per te essendo invece qualcosa di più vicino alla natura unica e irripetibile della mia esistenza. Ultimamente alcuni scienziati si stanno chiedendo se il blu oltremare che vedo io sia lo stesso che vedi tu (tipi curiosi questi scienziati!) mentre ormai sanno benissimo che il mio modo di percepire l'esistenza potrebbe essere diversissimo dal tuo, forse anche perché percepiamo il blu oltremare in modo diverso, chissà. Ci sono individui che vivono la vita come un dono ed altri che ne portano il peso fin quando sentono di poterlo fare. La cosa che devi aver chiara è che nel secondo caso non c'è niente e nessuno, al di là dell'interessato, che possa alleviare tale peso.
Se un giorno capirai, perché io avrò la delicatezza di non dirtelo direttamente, che la tua mamma ha perso la voglia di vivere non sentirti, per questo, "non amato" e non pensare che la tua vita valga poco perché a dartela è stata una persona che stima la sua così, ripensa piuttosto al blu oltremare e chiediti com'è che lo vedono quelli a cui vuoi bene. E' l'unica cosa sensata che potrai fare.
E così anche tu, cara zia Maria, te ne sei andata, in un giorno d'estate.
E mi dispiace di non esser stata lì, in quel momento, dopo che per tutta la notte, la tua ultima notte su questa terra, mi hai sentita dire: "eccoci zia, siamo qui" quando il dolore ti risvegliava per un attimo dalla grande fatica di smettere di vivere.
Ma io lo so che a modo nostro ci siamo salutate: ero sul balcone, pensando a chi poter affidare Matteo per correre da te quando all'improvviso, da un punto imprecisato dell'anima è sgorgato un pianto profondo e addolorato. Parlando con chi c'era, ho poi capito che quello deve essere stato il momento in cui le forze e la coscienza ti abbandonavano, poco dopo sei morta.
Mi dispiace per non essere stata lì a tenerti la mano ma non mi sento in colpa perché tu sei stata e sempre rimarrai, prima di ogni altra cosa, una madre e da madre avrai capito la premura illusoria di tener lontano un figlio dai dolori della vita.
Quando ho scoperto dell'esistenza di Matteo, io, che mai mi ero immaginata madre, ho cercato di capire cosa fosse e cosa dovesse fare una buona mamma. Ho letto tanti libri, ho tanto pensato e riflettuto ma, alla fine, ho deciso che il mio modello di madre ideale si basava sull'esempio di persone come te; tanti luminari, tanti studiosi e tanti esperti non avrebbero potuto insegnarmi nulla di più di quanto hai fatto tu, umile e semplice, con la forza del tuo esempio.
Adesso che sei in cielo salutami quell'altra grande donna che è mia nonna, tua madre, e dille che, benché io l'abbia appena conosciuta, il suo ricordo mi è stato tramandato da chi l'ha amata e continua ad amarla.
Veglia dal cielo su tua sorella come lei ha vegliato te qui in terra e assistimi quando a vegliare lei sarò io. Ti ascolteremo quando ci dirai: "eccomi, sono qui."
Caro Matteo è inutile girarci attorno: la morte c'è e non risparmia nessuno.
Per alcuni è la fine e il fine della vita, per altri è un passaggio obbligato verso un'esistenza diversa e migliore. Personalmente ho le idee confuse: da un lato penso che siamo solo animali un po' più evoluti e che l'unica vita sia quella in cui siamo immersi, dall'altro mi pare inconcepibile che tutto possa finire nel giro di un attimo.
Comunque tu la potrai pensare al riguardo, è certo che tutti siamo destinati a morire, anche io e te; spero di ricevere la grazia di fare questa esperienza prima di te perché mi dicono che non c'è dolore più grande di sopravvivere ad un figlio mentre, per quanto doloroso, è abbastanza naturale che un figlio perda un genitore.
Ma non è questo il punto.
Caro Matteo la morte è strana: a volte arriva prepotente e inopportuna, senza preavviso, portandosi via persone giovani, devastando l'esistenza di intere famiglie, cambiandone i destini. In questi casi il dolore è potente e lo smarrimento totale fin quando, e non saprei dirti quanto tempo basti, non ci si abitua a vivere senza la persona che è morta. Altre volte, invece, la morte è paziente e pedante, sceglie una persona e le si piazza vicino per mesi o anni, senza fretta, prosciugando la sua vitalità, togliendole l'aria fino al punto che anche chi gli sta vicino arriva a percepirla, a sentirne il potere sconfinato e a pregare che se ne vada il prima possibile col suo carico di vita.
Contro la morte non si può nulla, è bene che tu ne sia consapevole e, tuttavia, fino all'ultimo secondo di vita, la morte deve rimanere all'angolo; fino all'ultimo respiro, quello che ogni persona può fare è rimanere accanto a chi la sta lasciando. Si chiama "compassione" ed è, per me, una delle virtù più grandi dell'essere umano.
Il punto è, caro Matteo, che se anche tu diventassi una persona grande, ricca, potente o sapiente saresti sempre un piccolo uomo se non avessi la capacità di tenere la mano ad una persona che sta morendo.
E anche se l'ortografia è perfezionabile, la logica interna discutibile e la trama un tantino troppo essenziale, tutte osservazioni che terrò per me, dal momento che l'ultima volta che ho espresso le mie critiche ti sei chiaramente risentito:
(dimostrando così di saper anche mettere i puntini sulle "i"),
decisamente, caro stellocchietto, da oggi il mondo è tuo e non c'è limite a ciò che potrai imparare e comunicare.
Io sarò accanto a te, a distanza di sicurezza, a guardarti stupefatta e a insegnarti, se vorrai, quel poco che so, nell'attesa che un giorno sia tu a insegnarmi quello che avrai scoperto.
E questo spiega perché mi hai visto piangere il giorno in cui ho capito che sapevi leggere.
Dunque: appena una settimana fa mi accingevo a scrivere un post su quanto mi sentissi fortunata e su quanto, in fondo, non mi manca nulla. Cioè: "ci sono tante cose che mi mancano ma, guardando all'essenziale, ho tutto quello che mi serve", mi dicevo soddisfatta. Ero piena di energie, mi dedicavo alla sperimentazione di nuove ricette (imbroccandole tutte al primo colpo) e dispensavo amore a destra e a manca (cioè: a marito e figlio). Poi il post non l'ho scritto, non avendo trovato tempo per farlo, e oggi mi ritrovo a pensare "preferirei di no" non solo riguardo al post ma un po' in generale:
"debbo rifare quei biscotti al cioccolato che sono piaciuti tanto, ma no, tutto sommato, preferirei di no",
"sarebbe proprio ora di risistemare l'armadietto dei medicinali, ma preferisco di no",
"bellissimo questo post, adesso scrivo un commento, ma no, lasciamo perdere", "debbo farmi il riflessante ma, in fondo, preferisco di no" e via dicendo.
E una stanchezza, un'apatia...
Sarà l'imminente primavera ma potrebbe essere una depressione bipolare (appena ho un po' di soldi e ne trovo uno bravo, vado a farmi visitare) o, forse, l'effetto collaterale della mia tendenza alla ricerca dell'essenziale.
Quando vivi, un po' per necessita un po' per scelta, concentrata sull'essenziale corri il rischio di irrigidirti alquanto. "Respiro, mangio, sto bene, quelli a cui tengo stanno bene, che mi manca? Solo quello che, in fondo, è ininfluente". Però che piattume, che realismo estremo, che grigia essenzialità!
Ci vorrebbe un po' di sana follia (tra poco è primavera), qualche colpo di testa, un capovolgimento prospettico, anche in ambiti marginali, un quattro-cinque ore di conversazione no stop a base di voli pindarici il più lontano possibile da argomenti concreti, ci vorrebbero minuti di risate da rimanere senza respiro per togliermi il triste "preferirei di no" dalla testa.
Intanto potrei iniziare col mettere da parte Haruki Murakami e le sue realtà parallele (quando è troppo, è troppo, anche con la genialità) e riprendere Tom Robbins e il suo misticismo sostenibile, potrebbe aiutare, è quasi primavera...
Comunque, stellocchietto, stai tranquillo: è tutto sotto controllo!
La tua mamma è periodicamente soggetta a questi repentini e inspiegabili cambi d'umore e, ormai sa gestirli (più o meno).
Piuttosto: si capisce lontano un miglio che, per quanto il tuo viso somigli al mio, il tuo carattere è di altro tipo e di questo sono intimamente e profondamente felice; tuttavia potresti, con gli anni, assorbire qualche aspetto di questa mia tendenza all'altalenismo emotivo dunque mi preme dirti una cosa: stai tranquillo, se riesco a gestirlo io, non ho dubbi che saprai farlo anche tu.
E poi riuscire a sentire la disperazione più cruda come l'entusiasmo più inconcludente può aiutare di questi tempi, sapessi com'è mediamente complicata la gente! Devi solo aver cura di non sommergere il prossimo con la tua emotività, per lo più non capirebbe né tanto meno apprezzerebbe. In cambio di questa tua estrema sensibilità, però, devi pretendere che ti lascino in pace quando avrai bisogno di chiuderti in te stesso per ritrovare l'orientamento. Per cui impara a mettere un bel cartello con su scritto "chiuso per manutenzione ordinaria" fuori dalla porta e, soprattutto, impara bene a fingere di non sentire quando a quella porta inizieranno a bussare offrendoti, magari, il loro aiuto. Anzi al cartello aggiungi "in caso di bisogno chiamo io" ché tanto nessuno ti capirà meglio di te stesso (voglio sperare).
Insomma Matteo, qualunque sarà il tuo carattere, impara a far pace con te stesso, prima di tutto.
Ps: la mia collezione di Robbins (in fieri) sarà comunque a tua disposizione.
E vabbé: io proprio non ce la faccio a far passare le feste senza esprimere la mia grande tristezza. Ci avevo provato su consiglio di papà camp il quale mi aveva fatto notare: "ma ogni anno di natale devi scrivere che il natale ti angoscia, ma basta!". E così via il post deprimente, mi son fatta un'esame di coscienza considerando che sono molte le persone che faticano ad entrare nello spirito natalizio e che non è bello, a pochi giorni dalla festa in questione (la più sentita, la più bella, la più magica), riportarli dritti, dritti allo spirito del 2 novembre.
Ma è durato poco: il natale è passato, già si avvicina l'anno nuovo e con esso i buoni propositi che poi, siccome io non sono un tipo ambizioso, diventano "il buon proposito".
Dunque il mio buon proposito per l'anno nuovo mi è venuto in mente ieri sera mentre guardavo con Matteo (papà camp era a cena con amici, da cui il fatto che adesso dorme profondamente e che io posso star qui a scrivere, amen) "Alice in wonderland" di Tim Burton (film solo apparentemente per bambini); ebbene quasi alla fine, quando la protagonista deve decidere se combatterà o meno contro un terribile mostro per liberare i suoi amici dalla tirannia della regina rossa, non essendone per niente convinta, la saggia regina bianca le dice una cosa più o meno così: "non si vive per accontentare gli altri".
BUM!
E poi dicono che vedere la tv è diseducativo...
Ecco per l'anno prossimo mi riprometto solennemente di vivere accontentando me stessa nella profonda consapevolezza che se uno sta bene va da sé che poi riesca a far star bene pure gli altri.
Certo detta così pare facile ma contestualizzando mi toccherà mostrare il peggio di me perché, e credo si sia ormai capito, io non sono una persona nella media. Non voglio dire di essere sopra o sotto (di che, poi?) ma diciamo che sto "spostata" rispetto alla media. Certo chiedendo a Matteo se è contento della sua mamma lui dice di si, e le mie amiche (ciao Fra) rimangono tali nonostante gli anni passino, per non parlare di papà camp (infatti: non ne parliamo) tuttavia ci sono aspetti del mio carattere che rimangono sconcertanti per molti:
io non cerco le persone care per telefono, io non le invito a casa per pranzi cene o aperitivi, io non amo la vita sociale e dunque, sono completamente sprovvista della naturalezza di comportamento che normalmente l'essere umano dimostra nei rapporti con gli altri.
E ancora io tendo al pessimismo cosmico strategico (se ti aspetti sempre il peggio la realtà potrebbe rivelarsi più facile da affrontare) e non amo i facili entusiasmi, di norma ho una dotazione limitata di energia fisica e mentale, ne consegue che non sono molto capace di fingere: se sono arrabbiata o di cattivo umore se ne accorgono tutti anche se non dirò mai cosa mi turba e questo
1. per non angosciare il prossimo mio e
2. perché se a qualcuno interessa, allora può pure fare uno sforzo per arrivarci da solo.
Sono fermamente convinta di aver vissuto, quando non avevo gli strumenti per capirle, situazioni che la maggior parte delle persone non riuscirebbe a immaginare nemmeno se gliele spiegassi; io le ho affrontate e, in qualche modo, ne sono uscita tuttavia questo ha bruciato per sempre buona parte della mia innata dotazione di allegria e spensieratezza. Su questo non transigo: chi s'azzarda a farmi pesare la mia sostanziale "seriosità" precipita dalla graduatoria delle persone cui voglio bene, unica eccezione: il vecchio saggio ( il quale peraltro si sarà nel frattempo smaterializzato e reincarnato in decine di esseri viventi e adesso vattelo a pesca dove potrebbe essersi cacciato).
Ho una serie molto limitata ma estremamente limitante di fobie che mai nessuno è riuscito a farmi superare: smettetela di pensare di essere il Freud di turno e lasciatemi vivere la mia imperfezione, chiamo io, in caso.
Mi vesto come mi pare e piace: gonna e tacchi l'ho indossati il giorno del matrimonio di mio fratello, se non c'eravate mia cognata sara entusiasta di mostrarvi le inconfutabili prove dell'evento.
Matteo non è battezzato per i motivi che conoscete e se non li capite me ne farò una ragione, io ascolto i vostri tentativi di convincermi dell'opportunità di farlo: fa parte dei vostri doveri di buoni cristiani ma, per favore, evitate l'argomento "e se succedesse qualcosa?" perché prima o poi potrei farvi riflettere sul fatto che un dio che non avesse pietà di un bambino vittima delle condotte dei suoi genitori avrebbe poco di divino.
La lista è lunga e l'aggiornerò di sicuro (vedi stellocchietto come tutto è relativo: quella mamma di cui hai insomma una buona impressione, sarebbe ottima se giocasse un pochino di più con te, in realtà è un essere pieno di difetti ma con almeno il buon gusto di ammetterli) ma il succo del discorso è questo:
Io sono così, prendere o lasciare, me ne sono fatta una ragione, fatevela anche voi (mondo) se credete, altrimenti arrivederci e grazie, non mi mancherete, tanto io non sarò mai quella che per voi sarebbe più rassicurante io fossi. Questo è uno sforzo che, ragionevolmente, potrei fare per una sola persona al mondo ma, per mia fortuna, l'unico sforzo che lei mi chiede è di giocare un po' di più.
Ci sono momenti in cui anche una mamma come me, sempre autocritica e spesso dubbiosa, sente che le scelte che sta facendo sono giuste.
Ieri ci stavamo abbracciando, Matteo ed io; era da poco tornato da scuola quando all'improvviso si blocca e guardandomi fisso negli occhi mi dice:
"mamma ma quando mi scusi per stamattina?"
voi penserete "ma che bambino ben educato, avrà combinato qualche marachella e adesso starà cercando il perdono della mamma" ma, causa un improprio uso delle particelle pronominali (l'italiano è una lingua complessa anche per un bimbo che l'ascolta da più di sei anni e la parla da almeno cinque), state sbagliando.
Matteo ha usato un "mi" al posto di un "ti". Dunque quello che stava chiedendo era che IO mi scusassi con lui.
In effetti aveva ragione: la mattina ero stata un po' brusca perché stavamo rischiando di far tardi a scuola e, contrariamente a quanto faccio sempre, non mi ero scusata. A distanza di più di cinque ore lui me l'ha fatto notare!
Questa cosa mi ha riempita d'orgoglio: il mio bambino è capace di capire quando qualcuno non lo tratta con rispetto o peggio lo aggredisce (come avevo fatto io con la mia fretta) ed è capace di pretendere da questo qualcuno delle scuse.
Il fatto che ieri quel "qualcuno" fossi io, mi scalda il cuore.
Io non ho mai creduto nell'istinto materno o meglio non ho mai creduto che una donna, dal momento in cui apprende di star per diventare madre, subisca una metamorfosi che la trasforma istantaneamente in una buona madre. L'istinto materno non è la polverina magica di Trilly che ti permette di volare nei cieli limpidi e sereni della maternità. Buone madri si diventa, iniziando da prima che un figlio nasca e finendo quando si muore. E le difficoltà iniziano da subito. Nessuno come una madre (come ogni madre) sa che proprio lei è la persona che nutre la più forte ambivalenza nei confronti del proprio figlio, anche se sono in poche ad ammetterlo. Io l'ho ammesso subito; all'inizio mi sono colpevolizzata, poi, lentamente, ho scoperto che nulla di ciò che provavo era sbagliato e che fondamentale, per la salute mia e di Matteo, era imparare a gestire questi sentimenti. Allora bando alla violenza fisica ma anche, nei limiti delle mie debolezze, a quella psicologica e, nel caso si ceda, chiedere seriamente e sinceramente scusa. Allora mostrare il proprio lato umano a un figlio, imparare a dirgli: "oggi per mamma è una giornataccia" piuttosto che provare a far finta di niente per poi crollare miseramente alla prima cosa che va storta. Allora chiedere aiuto e sostegno ai propri cari quando da soli non ci si riesce. E infine guardare mio figlio chiedendomi: "è felice?" essendo felice con lui, se la risposta è "si" e sforzandosi di rispettarlo, se la risposta è "no" perché l'amore vince sempre.
Questo è davvero uno strano momento: dicevo due post fa di quanto io debba a mia madre e adesso ho l'occasione di renderle in parte il favore.
Mamma si è infortunata, una caduta le ha provocato un'infrazione alla testa del femore per la cui guarigione è necessario un lungo periodo di assoluto riposo. E siccome io abito al piano superiore, va da se, che mi sia praticamente trasferita a casa sua. Sembrerebbe un cambiamento da poco non fosse che le nostre routine giornaliere sono tutte diverse col risultato che mi ritrovo a fare su e giù quaranta volte al giorno (il che ha anche aspetti positivi sulla mia forma fisica, come ha prontamente notato papà camp), a passare ore e ore a cucinare e a non avere più tempo da dedicare a me stessa.
Che stanchezza! Che stress! Che amarezza!
Si perché la mia non è mica una famiglia normale: sul fratello cugino celibe non ci si può contare che già avrebbe bisogno lui di una mano con la mamma zia; sull'altro fratello idem, alla di lui moglie che lavora dal lunedì al sabato e che la domenica deve riposarsi non potrei chiedere nulla, pena pericolose incrinazioni dei sacri vincoli familiari e, dunque, sono sola. Oltretutto coi soliti problemi di malattie, medici e ospedali.
Pensare che mi sono fatta centinaia di ragionamenti sul fatto che Matteo sia figlio unico, su quanto possa sentirsi solo e su quanto la sua vita risentirà di questa nostra scelta!
Mah!
Che amarezza.
Oltretutto tra poco sarà il compleanno di Matteo e per una volta che mi ero messa d'impegno, già da metà ottobre, a pensare e iniziare ad organizzare la sua festa di compleanno (perché me l'aveva chiesta lui, coi suoi compagni di scuola), ho dovuto abbandonare tutto. Dicevo che i supereroi non mi stanno molto simpatici e proprio io non sono fatta per tollerare alti livelli di stress. Poiché mi ero messa in testa di affittare la sala, preparare il rinfresco, organizzare l'animazione ho dovuto prendere atto che non ce l'avrei mai fatta. Ne ho parlato con Matteo: l'ha presa abbastanza bene (certe volte questo bimbo mi fa davvero preoccupare), penserò a qualcosa di speciale da fare noi tre quel giorno (sempre se trovo qualcuno che mi "sostituisca") che è poi il modo che io preferisco per festeggiare il compleanno di Matteo.
Mi dico (in piena sindrome di Pollyanna) che questa è la cosa più giusta per me ma anche per Matteo, perché la vita è questa: spesso si mette di traverso e bisogna sapersi adattare. Pedagogia delle piccole cose.
Però che amarezza!
E quando le cose si complicheranno? Due genitori non più giovani e non in perfetta salute (ad essere precisi per papà si potrebbe usare l'espressione "sopravvivente per miracolo"), cosa accadrà?
Spero solo di fare in tempo a far crescere Matteo, con tutto il bene che voglio ai miei genitori, lui dovrebbe venire prima di chiunque altro.
P.S: per i motivi di cui sopra, non vi meravigliate e non vi preoccupate, cari preziosi lettori abituali, se in questo periodo non rispondo subito ai vostri commenti o se latito dai vostri blog: non ho davvero tempo ma ci sono e vi penso, tra un accudito e l'altro.
Addì 13/11/14, dopo lunga ed emozionante attesa Matteo ha perso il suo primo dentino da latte (incisivo centrale inferiore).
Attendiamo impazienti la visita del topino dei dentini sperando di sfruttare il momento per dare finalmente risposta alla domanda che ha tormentato la nostra infanzia:
ma sto topino con tutti sti dentini cosa accidenti ci fa?
Quella del contadino è una vitaccia; non importa l'impegno che metta nel suo lavoro perché in ogni momento il risultato della sua fatica è alla mercé di una forza troppo grande per essere tenuta sotto controllo: la natura.
Sarà per questo che Abele era il fratello buono e benevolo: lui di mestiere faceva il pastore!
Quest'anno la calamità naturale del momento si chiama bactrocera oleae che, complice l'estate umida e piovosa, ha recato danni anche in zone dove solitamente non ne faceva.
Non è bello arrivare al momento della raccolta e ritrovarsi con olive bucherellate e striminzite, andare a cogliere (con tutta la fatica del caso) sperando non sia stato tutto sudore sprecato, guardare con sospetto questo liquido verde pensando a tutte le voci allarmistiche sulla sua qualità (addirittura c'è chi ha detto che l'olio di quest'anno sarebbe cancerogeno!).
Non è bello soprattutto dover rinunciare alla raccolta perché il parassita in questione ha reso l'olio immangiabile ma per fortuna non è questo il nostro caso. Avremo poco olio, sicuramente di qualità inferiore ma comunque edibile.
"'n'grazia a Dio" cioè "ringraziando Dio", come ha prontamente esclamato mia madre al ritorno dal frantoio, l'olio anche quest'anno l'abbiamo "rifatto", poco importa se a malapena basterà per tutta la famiglia: staremo attenti a non sprecarlo.
Se io dovessi scegliere una frase per descrivere mia madre, sceglierei "'n'grazia a Dio" non tanto per la frequenza quanto per la scelta dei momenti in cui lei la usa.
Tutto va male, stai perdendo finanche la voglia di reagire ma datele un valido motivo per pensare positivo ed ecco che mia madre affermerà "'n'grazia a Dio...".
Cara mamma, sempre qui tutti concentrati su papà, sui suoi problemi e i suoi drammi esistenziali, dando la tua presenza per scontata, operosa rammendatrice di trame consumate e di strappi apparentemente insanabili,
cara mamma, volevo dirti che hai fatto un gran bel lavoro e che quel poco di equilibrio mentale che mi ritrovo, di certo, lo debbo a te.
Cara mamma, 'n'grazia a Dio sei stata e continui ad essere una buona madre.
Due domeniche fa, in piena ansia da "giorno prima del primo giorno della prima elementare del nostro primo figlio (seguirà, giusto il tempo di focalizzare meglio, specifico post sull'evento) così, tanto per stemperare l'ansia, abbiamo portato Matteo al pronto soccorso. Il bimbo cresce in altezza e peso e, stavolta, il classico salto dal divano gli ha provocato un forte dolore al tallone destro. S'è subito capito che la cosa era degna di nota perché ha pianto, cosa che di solito non fa, anche quando prova dolore. Siamo subito intervenuti, papà camp ed io, col ghiaccio, abbiamo atteso circa mezz'ora ma il dolore non diminuiva e Matteo non riusciva a poggiare il peso sul piedino tanto da camminare in maniera sbilenca. Dunque abbiamo deciso di recarci al P.S. Siamo andati prima in quello dell'ospedale più vicino (per ora: si vocifera infatti di una sua chiusura) ma l'infermiera mi ha informato che le macchine per la radiografia erano rotte. Strano: tre sale radiografiche tutte inutilizzabili! Comunque dato che nel frattempo il dolore persisteva, ci siamo diretti all'ospedale del capoluogo. Siamo arrivati in P.S. alle 18.30 circa, ci ha accolto un'infermiera che ha aperto la cartella clinica invitandoci ad attendere nell'apposita sala. Così abbiamo fatto; debbo dire che Matteo è un bambino abbastanza paziente: ha iniziato a dare i primi segni di insofferenza solo alle 20.30, circa un'ora dopo rispetto al papà e alla mamma, i quali, anche in considerazione del fatto che ormai il bambino non sentiva più tanto dolore e aveva ripreso a camminare quasi normalmente, avevano deciso di aspettare al massimo sino alle 21.00. Invece, poco dopo ci hanno chiamato. Siamo entrati, il medico ha visitato il piccolo e ha valutato la probabile assenza di lesioni ossee ma ha tuttavia deciso per una radiografia, a suo dire, "dirimente". Ho accompagnato io Matteo in sala radiografia dove è stato accolto da un tecnico e un medico. Il medico ha visionato il piede quindi il tecnico lo ha invitato a sedersi sul lettino dell'apparecchio. Matteo ha eseguito ma rimaneva seduto quindi il tecnico l'ha apostrofato in maniera un po' rude invitandolo ad allungarsi. Allora con tono leggero ho detto:
"Non faccia così, altrimenti mi si spaventa e in ospedale non vorrà più metterci piede", e lui
"ah ma questa sarebbe una buona cosa, significherebbe che suo figlio sta bene" e io
"eh si, sarebbe proprio una bella cosa, magari!"
Ultimamente mi capita di dire o scrivere cose che vengono interpretate in maniera esattamente contraria a quello che volevo intendere. C'avrò Saturno contro, capita!
Fatto sta che il tecnico cambia completamente tono e inizia:
"si, perché la colpa non è dei bambini che giocano e si fanno male, la colpa è dei genitori che li portano subito all'ospedale per fargli fare esami inutili e dannosi, perché queste sò radiazioni, mica caramelle."
Giuro che ho pensato: "questo, o sta in astinenza da nicotina o è leggermente brillo" ma ho deciso di soprassedere però lui ha insistito:
"si perché i genitori sò contenti di portà i figli all'ospedale e se il medico gli dice -sta tutto a posto- loro ci rimangono male e pretendono la radiografia".
A quel punto ho perso la pazienza: "scusi ma non l'ho mica detto io al medico di fare la radiografia, sarei stata ben contenta di evitarla, ma se l'ha chiesta lui forse era necessario farla", a quel punto il medico radiologo alza gli occhi dal monitor e con sguardo comprensivo mi fa:
"purtroppo signora oggi spesso i medici prescrivono esami che potrebbero essere evitati per tutelarsi; è accaduto infatti che bambini nella situazione di suo figlio, dopo essere usciti dal P.S. senza aver effettuato radiografie si siano poi fatti male sul serio e i genitori siano tornati affermando che le lesioni non fossero state viste al primo accesso, lei capisce che una radiografia, in questi casi tutela il medico" e io:
"lo capisco ma questo non è un mio problema" e lui:
"in effetti no".
Dopo questo tentativo di distensione il medico si è alzato e se ne è andato in un'altra stanza e si poteva finirla lì invece il tecnico è tornato alla carica:
"i genitori di oggi sò tutti stupidi: non sanno riconoscere un problema serio da una stupidaggine" e io (tanto con me ce l'aveva):
"vede il fatto è che io non sono laureata in medicina e nemmeno in scienze infermieristiche e nel dubbio..."
"ma quale dubbio" incalza lui
"forse suo padre quando lei era piccola l'ha portata in ospedale ogni volta che si è fatta male? E' che oggi a stì ragazzini gli date troppo spago".
"ah ecco" penso io "siamo difronte al classico modello pedagogico -cerca di non farti male sennò ti do pure il resto-, ma questo da dove è uscito oggi" ma invece dico:
"guardi che io in vita mia ho frequentato abbastanza ospedali da..."
"eh ma signora le esperienze nella vita possono rendere più intelligenti o più stupidi e nel suo caso..."
"...capire che sono ambienti da far frequentare il meno possibile ad un bambino ma tanto lei non ascolta quindi pensi quello che le pare".
Come è facile immaginare l'atmosfera si era fatta un tantino pesante e anche Matteo, nel frattempo sceso dal lettino, guardandomi preoccupato cercava di distogliermi dalla conversazione: "mamma abbiamo fatto? Ce ne possiamo andare, vero?".
"Si amore solo un attimo per mandare gentilmente a quel paese questo lavoratore pubblico indisponente e maleducato che pensa che io sia una madre degenere che proietta tendenze ipocondriache sull'incolpevole figlio",
"si amore non appena il signore ci autorizza".
"Ma si: vada, vada che non c'è niente come nell'ottanta per cento delle radiografie che vede qui" e, accompagnandoci alla porta:
"io l'ho capito appena entrato che suo figlio non c'aveva niente, si vedeva da come camminava"
"le assicuro che due ore fa non camminava così"
"eh vabbé"
Come volevasi dimostrare la radiografia era negativa; quando siamo tornati dalla sala radiografia il medico che aveva visitato Matteo non c'era: l'infermiera ci ha spiegato che l'aveva autorizzata a chiudere la cartella in caso di referto negativo, lui intanto stava visitando altri pazienti "purtroppo deve pensare, da solo, ai codici verdi e a quelli gialli" e io, che avevo visto la sala d'attesa piena: "ma come fate a lavorare in queste condizioni?" L'infermiera molto seriamente e cordialmente (si vede che nel frattempo, Saturno s'era spostato) mi fa: "che dobbiamo fare, signora? Lavoriamo più del dovuto e in condizione di forte stress. Io, quando torno a casa sono stanchissima e trascuro tutto, anche i miei figli; del resto, io devo riposare perché il mio lavoro richiede molta attenzione, non posso permettermi errori". Non ho trovato parole per rispondere, l'ho ringraziata e siamo tornati a casa Anche il mio umore era nero e tale è rimasto per tutta la serata. La nottata, però, è peggiorato: avevo messo in preventivo la nottata in bianco ma perché era quella che precedeva il primo giorno di scuola di Matteo non pensavo che, invece, l'avrei passata ad interrogarmi sulle motivazioni che hanno spinto un perfetto sconosciuto ad aggredirmi gratuitamente.
Comunque dopo lunga analisi sono arrivata alla seguente conclusione:
il tecnico mi ha aggredito come ha fatto non perché sia un uomo interessato alla salute e al benessere dei bambini (lo dimostra la rudezza con cui ha trattato il suo piccolo paziente) nel qual caso avrei da rimproverargli solo il modo in cui si è espresso; no, il tecnico in questione era visibilmente scocciato dal dover affrontare una domenica di super lavoro per il fatto che il vicino ospedale aveva il reparto di radiologia bloccato. Probabilmente la rabbia del tecnico è aumentata quando ha realizzato che, se l'ospedale in questione venisse chiuso, non solo TUTTE le sue domeniche lavorative ma anche i giorni feriali, avrebbero potuto avere lo stesso ritmo.
Voi mi direte: "e tu che c'entravi?"
Io c'entro eccome perché va insinuandosi in molti italiani (tanto più in quelli che sono interni all'ambiente come il mio tecnico) la convinzione che se la sanità italiana in molte regioni non funziona bene è perché ci sono troppi sperperi: gente che assume medicinali come fossero caramelle, altri che, non sapendo come passare il tempo, intasano ambulatori e pronto soccorsi inutilmente, addirittura persone sane che, credendo nella prevenzione, vanno in ospedale ancor prima di ammalarsi! Naturale che poi le regioni non ce la facciano più e inizino a tagliare e chiudere.
Caro tecnico sei proprio sicuro che le cose stiano così?
A me risulta di no, infatti le spese sanitarie italiane sono inferiori alla media Ocse
Dunque, carissimo, il tuo ragionamento non regge ma, siccome ti devo un favore (mi hai rovinato una giornata importante ma mi hai anche dato la possibilità di dimostrare a mio figlio cosa si deve fare quando qualcuno ci attacca in maniera ingiusta e gratuita), voglio fartene uno anche io:
tu hai detto che l'80% delle radiografie che hai fatto quel giorno erano negative; allora supponiamo che da domani questi esami scompaiano perché quelle persone, casualmente, sono tutte laureate in medicina, specializzate in ortopedia e affette da una mutazione genetica per cui posseggono la visione a raggi x. Insomma persone che possono fare a meno di recarsi in P.S.
Mi dirai "ma questa è fantascienza!", "ma questo non è il punto (e meno male per te)" ti risponderei, il punto è che se accadesse una cosa del genere il tuo lavoro si ridurrebbe dell'80% e se ciò succedesse anche ai tecnici delle altre tre sale radiologiche del tuo ospedale, avremmo un'utenza totale pari all'ottanta per cento delle utenze di una sola sala originale. Tu capisci che il direttore sanitario responsabile o l'assessore regionale alla sanità coscienzioso non potrebbero tollerare un simile spreco di risorse pubbliche.
Mi dirai: "ma io sono un dipendente pubblico!" giusto ma non so se te ne sei accorto: ultimamente si vocifera di abolizione dell'art. 18, di cambio di mansione, di obbligo di trasferimento entro 50 km, poi c'è il prepensionamento, rinunciando, va da sé, a straordinari e festività.
Vabbé, al limite, ci sono gli ambulatori privati anche se lì il datore di lavoro non gradirebbe un dipendente che si permettesse di dire la qualunque al paziente cliente.
Insomma carissimo tecnico l'idea che per salvare la sanità italiana bisogna tagliare è, come dire, densa di implicazioni non solo per i pazienti ma anche per i dipendenti.
"Allora" dirai tu "che fare?" e io, che in fondo sono una profana come te (anche se un tantino più lungimirante) ti rispondo con le parole di uno che di gestione di strutture ospedaliere se ne intende (tenendo in piedi ospedali d'eccellenza in tutto il mondo e finanziandoli solo con donazioni)
Non è tagliando che si risolveranno i problemi della sanità italiana, di chi ci lavora e di chi è costretto ad usufruirne.
Fino a un po' di tempo fa consideravo i suoi colleghi degli eroi perché costretti a lavorare in condizioni difficili, oggi, francamente, li condanno: il loro lavoro è troppo importante perché possa essere svolto in condizioni di disagio; se commettono un errore le implicazioni potrebbero essere gravissime ergo hanno, avete, il dovere di rivendicare tutto quanto sia necessario perché il vostro lavoro venga svolto al meglio.
Ma voi non lo fate, preferite lavorare male o sacrificarvi in maniera eroica.
Ma questo paese è ormai fin troppo pieno di eroi laddove quello di cui avrebbe davvero bisogno è solo normalità.
Per finire la saluto con l'augurio che sempre rivolgo agli operatori sanitari che mi trattano male:
"se ti sentirai male e ti recherai in ospedale quando sarai in vacanza, lontano chilometri e chilometri dai tuoi amici e colleghi, ti auguro buona fortuna, ne avrai bisogno."
Addendum del 01/10/14: non sono io che sono pessimista, è la realtà italiana che funziona così perché non c'è più un euro, ma tagliare AUMENTA i problemi di dipendenti e pazienti:
Ci sono cose che accadono con frequenza decennale, le vacanze in casa camp sono una di queste e, quest'anno, l'evento si è verificato: siamo stati al mare, una settimana, giusto il tempo di scurirci un po' (al ritorno c'è stata gente che non mi riconosceva), in una casa in affitto (in albergo ci andremo quando saremo in pensione). Nonostante io non ami particolarmente il mare (mi viene sempre un po' difficile abituarmi a questo speciale ambiente carnevalesco che è la spiaggia) siamo stati bene, ci siamo divertiti e con un'altra settimana ci saremmo pure riposati ma il budget era esiguo e le ferie al termine.
Matteo ha un rapporto col mare che ogni volta mi stupisce: sembra ci abbia vissuto dalla nascita, non si spaventa quando è agitato, non lo ferma l'acqua fredda, non è minimamente impensierito dal non saper ancora nuotare: deve aver ripreso da papà camp!
E sentirlo gridare "sono il bambino più felice del mondo!" non ha davvero prezzo!
"Ma" direte voi (che ormai mi conoscete) "dove sta il ma?".
Il "ma" c'è e consiste nel fatto che le vacanze o si fanno in posti sconosciuti o in posti noti abitati da gente cui si vuole bene. Personalmente propendo per la prima ipotesi: vivere, anche pochi giorni, in un posto dove nessuno ci conosce è estremamente rilassante, ci si sente più leggeri, si può giocare a fare gli "altri", si guarda in faccia la gente senza porsi il problema di interessarsene. Questa si che è vacanza!
Invece noi abbiamo scelto di cercare casa in una località di mare frequentata molti mesi l'anno da mia cognata e dal suo compagno vuoi perché ci hanno aiutato a trovare la dimora, vuoi perché per Matteo mare = zia, che gli anni passati l'ha spesso ospitato.
Mia cognata e il suo compagno sono stati deliziosi: hanno trovato del tempo per stare con noi, pur non essendo in ferie, si sono dedicati a Matteo (è una fortuna avere una zia come mia cognata) e ci hanno dato una serie di consigli su usi e costumi del posto.
Tuttavia, probabilmente in un eccesso di ospitalità, hanno commesso una gentilezza di troppo presentandoci alla "bella gente" che un po' per lavoro, un po' per piacere sono soliti frequentare.
Cosa intendo per "bella gente"?
Trattasi della elite occupante i più bei lidi del luogo,
sempre bella (ché la bellezza se non ce l'hai ormai la puoi pure comprare),
sempre allegra (ché i soldi, si sa, non fanno la felicità ma aiutano parecchio nel trovarla),
sempre in affari (nonostante la crisi dilagante o forse proprio grazie ad essa) ché un buon investimento non bisogna mai farselo scappare (non c'è vacanza che tenga),
sempre ben fornita di sorrisi di circostanza e risate (rigorosamente a denti stretti) da distribuire anche a noi, visibilmente di un altro livello sociale.
Potrei continuare ma credo di essermi spiegata tanto più che già solo a considerare le qualità fin qui elencate a me è venuta l'orticaria.
Mamma mia che disagio con i miei costumini vecchi di dieci anni (seppur in buono stato per il minimo utilizzo), le mie mises vero radical chic e la mia totale impossibilità di partecipare a scambi di opinione su mete turistiche nazionali e internazionali alla moda!
Vabbè: avranno pensato (non discostandosi troppo dalla realtà) "questa qui è un po' asociale" ma rimane il fatto che a me 'sta "bella gente" m'ha rovinato le vacanze: io che ancora speravo che quando la crisi fosse arrivata a colpire questa tipologia di persone, le cose sarebbero cambiate iniziando ad andare per il verso giusto, ho potuto verificare che questo non accadrà mai. La "bella gente" non è minimamente lambita dai venti di crisi che sferzano la "pora gente" e anche se lo fosse, non ha la minima preoccupazione essendo in essa radicata la convinzione che, ciò che ha, se l'è guadagnato, faber est suae quisque fortunae" e tanto peggio per i mediocri e (appunto) per gli sfigati.
In questa gente non c'è pietà, non c'è solidarietà solo un minimo di disagio estetico per le masse di vacanzieri che affollano le spiagge amene coi loro pranzi al sacco e gli ombrelloni da balcone.
Hai ragione tu, papà camp, "sei più signore tu di tutti questi imballati di soldi che non sanno più che farsene e che, tuttavia, evadono le tasse per principio" (sono felice che tu me l'abbia detto prima che io te lo dicessi, anche se l'ho sempre pensato) e ti ringrazio per avermi regalato questa vacanza ma l'anno prossimo, se dio vuole, la meta la decido io.
Quando muore una tal persona si rimane sempre un po' perplessi se poi muore in agosto, la tristezza aumenta e di sicuro fornisce un motivo ulteriore per scrivere un post come questo, tanto più che è da un po' di tempo che ci penso.
Insomma: sono quasi quattro anni che ho aperto questo blog e che ci scrivo, con frequenza bassa e altalenante, ma ci scrivo.
Spesso mi sono interrogata sul senso di questa mia attività "parallela e segreta" (al di fuori di papà camp, e della mia più cara amica, che peraltro l'ha appreso da pochi giorni, nessuno sa che ho questo blog). I miei pochi lettori fissi non sanno chi io sia e forse non lo sapranno mai per quanto io comunichi loro i miei pensieri più intimi ricevendone, spesso, spunti di riflessione che neanche chi mi "conosce" da una vita riuscirebbe a donarmi.
Grazie cari miei lettori: i vostri commenti sono graditi e preziosi ma se anche voi non ci foste, continuerei a scrivere.
Difatti, principalmente, io scrivo per me e per Matteo; scrivo, quando l'emozione è ancora limpida e chiara nella mia testa, di cose che un giorno vorrei poter raccontare vividamente al ragazzo o all'uomo che sarà.
Per questo giorni fa ho fatto a papà camp il seguente discorso:
"Amore mio ho una cosa importante da dirti ma tu non ti sconvolgere, ti prego.
Dunque, carissimo, in caso di mia morte improvvisa e prematura ti prego di stampare, in duplice copia, tutti i post del mio blog e di rilegarli. Provvederai poi a inserirne una copia nella mia bara mentre l'altra la consegnerai solennemente a Matteo nel momento in cui riterrai giusto farlo. Queste è ciò che ti chiedo, ti prego di prendermi sul serio."
Bisogna dire che papà camp era talmente serio da aver avuto la lucidità di ripondermi:
"Ma scusa della tua copia che te ne farai, pensi che da morta ti verrà voglia di leggere?".
Al che io:
"Vabbè ho capito: alle stampe ci penso io che già non ti vedo molto convinto e poi in certe circostanze ci si deve occupare di un sacco di cose e non vorrei che non avessi tempo per ricordarti delle mie ultime volontà".
E qui il discorso è terminato ché papà camp è avvezzo a questo genere di comportamenti e col tempo ha capito che è meglio (per lui ) soprassedere.
Dunque d'ora in poi inizierò a stampare in duplice copia e gelosamente custodire tutto ciò che scriverò sul blog e dovrò pure trovare il tempo di stampare i post precedenti, fortuna che non sono molti e pazienza per la carta impunemente sacrificata sull'altare della mia immotivata presunzione: del resto se ogni anno si sprecano tonnellate di carta patinata per migliaia di aspiranti politici...
Bisogna essere realisti: la vita è complicata, la gente muore ogni giorno e, forse perché frequento troppo ambienti medici, comincio a non sentirmi molto bene.
Caro gigantino eccola qui, la tua mamma: sempre a pensar male; e adesso novello diciottenne, in viaggio di nozze o magari (non ho ancora deciso) avendo appena conosciuto il tuo primo figlio, starai sicuramente ridendo di me ma, sai, la vita è strana e bisogna essere previdenti.
Spero si capisca, caro Matteo, l'amore, l'energia, la pazienza e l'umiltà che ci ho messo ma, soprattutto, il grande regalo che sei stato per me.
Spero di esser stata una buona madre.
Per eventuali risposte (non richieste ma gradite) puoi passare quando vuoi o, nella peggiore delle ipotesi, sussurrarle al cielo in plenilunio.