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venerdì 18 marzo 2016

Ode alla mamma a tempo pieno

Avevo provato un sincero moto di stima per Giorgia Meloni quando ha annunciato la sua indisponibilità a candidarsi a sindaco di Roma perché incinta. Ma è durato poco.
Partendo dal presupposto che questa sua subitanea esternazione sia stata sincera e non dovuta ad oscuri calcoli politici, mi era sembrata una scelta coraggiosa "arrendersi" alla grandiosità dell'evento che sta vivendo tanto da mettere in secondo piano tutto il  resto. "Che bello", ho pensato, "finalmente una donna che affronta la gravidanza con sacro terrore e con rispetto, concedendosi il lusso di dedicarle ogni sua energia". Ma subito una schiera di super donne e super mamme ha iniziato ad inveire: "ma la gravidanza non è mica una malattia...", "ma migliaia di donne diventano mamme senza rinunciare al loro lavoro...", "ma questo è un insulto a schiere di donne che fanno i salti mortali per essere buone madri e continuare a lavorare...", "ma questo Paese di questo passo..." e via discorrendo.
Forse anche a causa di questa sollevazione ma, più probabilmente, per ragionatissime e rispettabilissime motivazioni personali la Meloni ha cambiato idea e si avvia a diventare l'ennesima "supermamma". Auguro di cuore a lei e al suo bimbo ogni bene però, che peccato!
Tantissime donne in Italia sono costrette per esigenze economiche a lavorare e tuttavia non vogliono rinunciare alla maternità, il più delle volte la loro vita è complicatissima e faticosa per non parlare di quelle a cui la maternità costa il posto di lavoro. 
Poi ci sono le "mamme a tempo pieno", come me, che si dedicano completamente ai figli e alla famiglia. Privilegiate, in apparenza, la loro vita sembrerebbe facile e comoda perché nessuno  pensa mai alle rinunce, alla solitudine, all'insoddisfazione che lo svolgere, per scelta o per mancanza di alternative,  un ruolo spesso non apprezzato comporta. Noi siamo quelle fortunate anche se poi, non essendo tutte facoltose-agiate-annoiate privilegiate, magari prima di comprarci un paio di scarpe nuove ci pensiamo dieci volte e non possiamo mai permetterci di essere stanche perché "e ma tu mica lavori..." e, spesso, quello che facciamo è "dovuto" e se pensiamo al futuro e alla vecchiaia ci tremano le gambe. Noi siamo quelle che, mediamente, non penseremo mai, guardando i nostri figli cresciuti, che gli anni sono volati, perché quegli anni li abbiamo vissuti momento per momento in prima persona, nel bene e nel male.
Entrambe le categorie di mamme, insomma, hanno i loro problemi ed entrambe possono contenere esemplari  di madri ottime o pessime. Del resto, a parer mio, ogni donna deve sentirsi libera di complicarsi la vita come meglio crede.
Quello che non tollero però è questa tendenza, tanto più odiosa quanto più è espressa da altre donne, a voler considerare quello della "supermamma" come unico modello di madre socialmente accettabile e desiderabile. Questo dannarsi l'anima per reclamare un sacrosanto e necessario riconoscimento dei diritti e delle difficoltà delle madri lavoratrici senza però spendere una sola parola a favore delle donne che fanno scelte diverse e che mettono la maternità al primo posto. Che progresso sociale e civile può nascondersi dietro questa visione selettiva dei diritti della donna?
Quanto sarebbe stato più utile che la Meloni (o qualsiasi altra  politica italiana nella sua stessa posizione) avesse scelto di prendersi un giustissimo periodo di pausa e fosse poi tornata in campo rivendicando il valore sociale ed economico delle donne che "non lavorano", che non potrà certo essere uguale a quello di chi si alza tutte le mattine ed esce di casa per lavorare ma che non può neppure essere ridotto a zero?
Mia madre che non ha mai percepito uno stipendio, pur avendo fatto e continuando a fare un lavoro monumentale, mi diceva quando ero adolescente: "figlia mia studia e trovati un lavoro e se ti innamorerai convivi così sarai libera, se le cose andranno male, di fare quello che vuoi". Poiché coi figli l'esempio conta più delle parole, io ho fatto l'esatto contrario. A ripensarci adesso mi colpisce che in questo discorso non fossero menzionati i figli. Quale collocazione avrebbero dovuto avere rispetto a me e alla mia autonomia? Colpevole omissione quella di mia madre perché, ripensando alla sua vita, so che, al cospetto di un figlio, qualsiasi concetto di autonomia si sarebbe sciolto come neve al sole. 
Questo è stato il suo esempio: il lavoro immenso e impagabile di una donna e una madre che ha saputo sopportare e supportare l'insopportabile, che invece di salvare se stessa e i suoi figli da situazioni a volte insostenibili ha insegnato loro che le persone non si abbandonano alla prima difficoltà e nemmeno alla centesima. Mia madre mi ha insegnato che le persone non sono perfette e purtuttavia questo non ci autorizza ad abbandonarle al loro destino. 
Se avesse potuto studiare e lavorare oggi avrei di certo altri motivi per essere orgogliosa di lei e grata del suo esempio e magari sarei comunque la persona (e la mamma) mediamente equilibrata e matura che sono, ma io non avrei voluto avere niente di diverso dalla mamma che ho avuto e non la ringrazierò mai abbastanza per esserci stata sempre: quando mi svegliava la mattina, quando mi accoglieva al ritorno da scuola, quando stavo male, quando ero preoccupata, quando ero felice, quando ho avuto grandi dubbi e fallaci certezze, quando c'era bisogno di qualcuno che fosse orgoglioso di me e quando ho avuto paura di non essere all'altezza, quando sono stata forte e quando ho fatto tutto il contrario, perché nessuno è perfetto...
Si, mia madre non ha mai percepito uno stipendio ma nessuno si permetta di dire che non ha mai lavorato o che il suo lavoro sia stato facile e comodo.




venerdì 31 ottobre 2014

II° comandamento

Quella del contadino è una vitaccia; non importa l'impegno che metta nel suo lavoro perché in ogni momento il risultato della sua fatica è alla mercé di una forza troppo grande per essere tenuta sotto controllo: la natura.
Sarà per questo che Abele era il fratello buono e benevolo: lui di mestiere faceva il pastore!
Quest'anno la calamità naturale del momento si chiama bactrocera oleae che, complice l'estate umida e piovosa, ha recato danni anche in zone dove solitamente non ne faceva. 
Non è bello arrivare al momento della raccolta e ritrovarsi con olive bucherellate e striminzite, andare a cogliere (con tutta la fatica del caso) sperando non sia stato tutto sudore sprecato, guardare con sospetto questo liquido verde pensando a tutte le voci allarmistiche sulla sua qualità (addirittura c'è chi ha detto che l'olio di quest'anno sarebbe cancerogeno!).
Non è bello soprattutto dover rinunciare alla raccolta perché il parassita in questione ha reso l'olio immangiabile ma per fortuna non è questo il nostro caso. Avremo poco olio, sicuramente di qualità inferiore ma comunque edibile.
"'n'grazia a Dio" cioè "ringraziando Dio", come ha prontamente esclamato mia madre al ritorno dal frantoio, l'olio anche quest'anno l'abbiamo "rifatto", poco importa se a malapena basterà per tutta la famiglia: staremo attenti a non sprecarlo.
Se io dovessi scegliere una frase per descrivere mia madre, sceglierei "'n'grazia a Dio" non tanto per la frequenza quanto per la scelta dei momenti in cui lei la usa.
Tutto va male, stai perdendo finanche la voglia di reagire ma datele un valido motivo per pensare positivo ed ecco che mia madre affermerà "'n'grazia a Dio...".
Cara mamma, sempre qui tutti concentrati su papà, sui suoi problemi e i suoi drammi esistenziali, dando la tua presenza per scontata, operosa rammendatrice di trame consumate e di strappi apparentemente insanabili,
cara mamma, volevo dirti che hai fatto un gran bel lavoro e che quel poco di equilibrio mentale che mi ritrovo, di certo, lo debbo a te.
Cara mamma, 'n'grazia a Dio sei stata e continui ad essere una buona madre.
Grazie (a te, questa volta).







domenica 22 giugno 2014

Se questo è un lavoro

Anche se l'ultima volta non mi ha portato fortuna, ho da darvi una notiziona:

STO LAVORANDO!

Ma siccome sono un pochino scaramantica, vi do il lieto annuncio a pochi giorni dalla scadenza del contratto.
Le cose sono andate così: si era in febbraio e una sera mi chiama mio fratello (un uomo che per me è più di un fratello, difatti è anche un cugino) che fa l'autista di scuolabus, e mi chiede se potevo dargli una mano dal momento che l'assistente che lavorava con lui aveva bisogno di qualche giorno di stop per un'improvvisa malattia che aveva colpito sua madre. Più per fargli un favore che per altro, accetto; purtroppo le condizioni di salute della signora si sono dimostrate più gravi del previsto e la ragazza si è licenziata, dunque io ho preso il suo posto.
Funziona così: sveglia alle sei e un quarto, alle sette si parte e si inizia il giro dei bambini delle elementari. Io li aiuto a salire, vigilo che non si arrampichino sui sedili, che non inscenino incontri di pugilato, che non mangino (il soffocamento è una delle prime cause di morte tra i bambini), soccorro i malati e gli affetti da improvvisi malesseri (per lo più di natura psicosomatica) e, infine, li consegno a scuola sani e salvi. Quindi si ricomincia coi bambini della scuola dell'infanzia. Il tutto dura circa due ore. Poi torno a casa, dove mi aspettano le consuete attività domestiche, e riparto alle 13 per le elementari e alle 15 per l'asilo. Alle 16.30 circa ho finito. Amen.
Detta così è l'attività perfetta ma c'è qualcosa che mi sfugge, cos'è?
Ah si: Matteo!
Dio benedica le nonne delle mamme lavoratrici (anche part time)!
Non avrei nemmeno potuto pensare di lavorare (neanche part time) se non ci fosse stata mia madre ad occuparsi di Matteo. E così, mentre io ogni mattina do il buongiorno a circa sessanta bambini, lei lo dà all'unico a cui io vorrei sinceramente augurarlo. Per non parlare dei giorni in cui il piccolo è stato male, di quelli di chiusura dell'asilo, di entrata posticipata o di uscita anticipata: un vero percorso a ostacoli!
Giustamente Matteo all'inizio era scettico:
"Mamma perché vai al lavoro? Rimani con me."
"Amore ma mamma va al lavoro per guadagnare i soldini."
"Ma tanto se vai sul pulmino i soldini non te li da nessuno."
"Ma no amore, ti sbagli."
"No mamma: perché io ci vado tutti i giorni sul pulmino e a me i soldini non me li da nessuno."
La ferrea logica dei bambini.
Ma procediamo con ordine.
Dopo un mese di prova sono riuscita ad estorcere ottenere un contratto.
Tipico contratto part time, capolavoro di insigni giuslavoristi, politici e sindacalisti che dormiranno sonni tranquilli convinti di aver garantito un minimo di tutele a lavoratori che altrimenti non sarebbero stati tali o, al più, avrebbero lavorato in nero.
Bello davvero questo contratto se solo fosse tutto vero quello che c'è scritto. Nella realtà si finisce per andare a lavorare anche con trentanove di febbre e ad essere pagati solo per le ore effettivamente lavorate. Da questo punto di vista i mesi di aprile e maggio, tra festività, ponti, elezioni e gite scolastiche, sono stati un disastro.
Però intanto con questo "lavoro" perderemo le detrazioni per il coniuge a carico avendo io superato la fatidica soglia di 2840,51 euro di reddito LORDO annue.
Cose da pazzi, tanto vale lavorare in nero, simulare (ma neanche tanto) una condizione d'indigenza e ricevere il "giusto" sostegno standosene comodamente a casa!
Lavorare stanca e, nel mio caso, non paga.
Infatti aveva ragione Matteo, nella sua ignara ingenuità: ad oggi ho ricevuto solo un "acconto" pari a neanche due mensilità.
Mi dico che, nella mia situazione, non ho niente da perdere, a parte la fatica, e che comunque bisogna accontentarsi. Mi sembro la versione "italiana" della convintamente rassegnata Veronica


del resto cosa posso rimproverare al mio "donatore di lavoro": tra la concorrenza spietata, le tasse, la manutenzione dei veicoli, i ritardi nei pagamenti, le spese per i carburanti è chiaro che le retribuzioni dei dipendenti sono l'ultimo dei suoi problemi.
Sta di fatto che, come dice mio fratello (scapolo), "se uno con un lavoro del genere dovesse camparci una famiglia, starebbe fresco!".
Io posso permettermi di aspettare (perché il datore di lavoro di mio marito ancora ce la fa a pagarlo, anche se poco, ogni mese) e debbo aspettare, ché tanto c'è una fila così di gente che aspira a sostituirmi. Difatti, nonostante siano tutti soddisfatti di me, a settembre al mio posto ci sarà un'altra persona. Sarebbe un po' lungo spiegarvi perché, ma è sicuro.
Ecco, carissimi, vi ho appena illustrato, con parole semplici, quella che in economia si chiama "svalutazione interna" e che, dal momento che mi preme molto voi capiate quali cause e implicazioni abbia, vi chiarirò usando le parole del prof. Alberto Bagnai, autore del libro "Il tramonto dell'euro" che vi invito caldamente a leggere, nonché animatore del blog "goofynomics" che, pure, vi invito a seguire:

"Supponiamo che dagli Stati Uniti arrivi una raffica: la recessione globale. L'esempio non è scelto a caso: è quel che ci è capitato appena quattro anni fa. Cala la domanda mondiale, e quindi un Paese X vede diminuire le esportazioni (dall'estero comprano di meno), e si trova in deficit di partite correnti.
A questo punto i casi sono due: se il cambio è flessibile, si svaluterà naturalmente. Se invece il Paese ha un cambio fisso, l'aggiustamento è più doloroso e soprattutto più lento. Il calo della domanda estera, infatti, non può essere contrastato da un rapido adattamento del cambio. Dato che ora il prezzo della valuta è fisso, l'aggiustamento incombe sui prezzi dei beni, che sono più rigidi verso il basso, per un  preciso motivo: per diminuire i prezzi, occorre tagliare i costi, e in primo luogo quello del lavoro, cioè i salari. E' quella che oggi si chiama "svalutazione interna": la svalutazione del salario, alla quale è giocoforza ricorrere quando non si può svalutare il cambio.
Avrete intuito quale sia il metodo per far accettare questi tagli: reprimere diritti e garanzie dei lavoratori, in particolare aumentando la "flessibilità in uscita", grazioso eufemismo che indica la facilità di licenziare. Questa serve ad aumentare la disoccupazione, in modo che anche sul mercato del lavoro entri in gioco la legge della domanda e dell'offerta. Quando le persone che si offrono di lavorare sono molte più dei posti disponibili, i salari calano. Ma con il taglio dei salari cala la domanda interna, calano i redditi, e con la caduta dei prezzi, il valore reale dei debiti da rimborsare cresce. Del resto, la deflazione fa sì che il debitore guadagni di meno (tagli dei salari), ma non riduce l' importo contrattuale del debito, che quindi diventa più oneroso a mano a mano che l'aggiustamento va avanti. Questo vale anche per il governo, che a causa del rallentamento dell'attività economica vede ridurre le entrate fiscali e aumentare le uscite, ed è costretto a infierire con nuove tasse per mantenere i conti in equilibrio, il che, ovviamente, non migliora la situazione dei debitori privati.
Vi ricorda qualcosa? Si, è proprio  la stagdeflazione della quale parlava Roubini (2006). Stagnazione, perché l'economia rallenta; deflazione, perché prezzi e salari scendono. Perché succede? Semplicemente perché l'aggiustamento dei prezzi e dei salari, che dovrebbe rilanciare la competitività e far ripartire l'economia grazie alla domanda estera (esportazioni), uccide la domanda interna prima di riuscire a rilanciare quella estera. Questo è ciò cui stiamo assistendo nell'Eurozona, e il legame con  la rigidità del cambio dovrebbe essere abbastanza evidente.
Ecco, ora lo sapete: le leggi economiche non possono essere represse impunemente. Se sopprimete la legge della domanda e dell'offerta nel mercato valutario, inseguendo il sogno della stabilità del cambio, poi dovrete lasciarla agire sul mercato del lavoro, dove si presenterà come incubo della disoccupazione, o dell'emigrazione."
A. Bagnai, "Il tramonto dell'euro", Imprimatur, 2012, p.p. 79, 80.

Ecco uno dei motivi (magari fosse il solo) per i quali ce l'ho tanto con l'euro e perché vorrei che si diffondesse la consapevolezza generale che l'euro non è solo una moneta ma una precisa modalità di gestione economica e politica di un'intero continente, che sta portando ampie fette di popolazione sull'orlo del baratro.
A quelli di voi che stanno pensando che sono catastrofista ricordo che sono in buona compagnia, come i risultati delle scorse elezioni europee dimostrano, magari siete voi ad essere un tantino fuori dal mondo, pardon, dall'Europa.
Vi prego, per me e per voi, informatevi lasciando da parte i vostri pregiudizi: ne va del vostro benessere e di quello dei vostri figli. 
Di questo passo, un giorno, neanche troppo lontano, potreste essere voi a dire "se questo è un lavoro" e sareste ancora delle persone fortunate, perché potrebbe anche darsi il caso che il vostro lavoro lo perdiate. 
Questo è quello che sta accadendo, ogni giorno, a centinaia di italiani, questo è un destino che l'Italia non merita e che possiamo cambiare a patto di iniziare a guardare la realtà in maniera diversa, più pragmatica e realista.
Proviamoci.


mercoledì 13 novembre 2013

IV comandamento





E' la cosa più sensata che mi è venuta in mente dovendo spiegarmi cosa ci facessi, in equilibrio instabile, su una pianta di ulivo abbastanza giovane da potersi spezzare da un momento all'altro.
Fortuna che peso poco, la foto inganna.

Addendum 15 novembre: Ripensandoci: non ho detto "albero", ho detto "pianta" ergo la cultura contadina dei miei genitori mi ha permeata più di quanto pensassi; 
difatti ieri è arrivato il primo olio: 125 litri e siamo circa alla metà del raccolto.
In effetti ero inerpicata lì sopra anche per questo.



venerdì 17 febbraio 2012

Il grande gelo: effetti collaterali ;(

Nevica così una volta ogni trent'anni, proprio adesso che avevo trovato un lavoro. Due giorni di assenza e: licenziata! Anzi, per essere precisa, in stand-by in attesa che ad una delle mie colleghe passi il nervosismo per essersi trovata ad affrontare tutto il lavoro da sola, "soprassediamo un pò" mi ha detto la mia datrice di lavoro, "sai Samantha è per me indispensabile e mi ha detto che non ti rivolgerà mai più la parola e tu capisci che in questo clima non potete lavorare bene". Ma io lo so che tanto è finita qui, perché la Samantha, giovine resa dura dalle difficoltà che una vita in terra straniera (con figlio adolescente a carico) comporta, su di me ci ha messo una croce. Me l'ha detto quando l'ho chiamata pensando di doverle chiedere scusa anche se non ce ne era motivo, pensando che se fossi riuscita a farle capire la mia buona fede, magari la mia datrice di lavoro ci avrebbe ripensato. Il bello è che a forza di pensare ero riuscita davvero a trovare qualcosa di indelicato nel mio comportamento e ne ero sinceramente rammaricata; invece da quella telefonata (che adesso rimpiango di aver fatto) si è capito che

  1. la Samantha è una vera s....za la quale s'è n'è fregata delle mie lacrime e delle mie suppliche e ha anzi trovato la lucidità mentale per elencare tutte le mie carenze tecniche, oltre che umane. Tutto ciò che non mi è stato detto quando poteva essermi utile, mi è stato rinfacciato quando ormai serviva solo a farmi stare male.
  2. Nonostante l'aspetto delicato e comprensivo e i temporeggiamenti, la "padrona" deve essere a sua volta insoddisfatta di me altrimenti non avrebbe permesso ad una sua dipendente, per quanto brava e servile, di decidere del futuro lavorativo dell'altra.
  3. Le persone possono raggiungere livelli di ipocrisia che, nonostante le esperienze accumulate, continuo a registrare in costante aumento.
E adessso considero che è meglio non avere niente a che fare con gente che, nonostante l'abbondanza di immagini sacre che riesce a stipare dentro casa, alla fine è intimamente convinta che la sua vita valga di più di quella degli altri (perchè c'era davvero da rischiare ad uscire di casa in quelle condizioni e nonostante io lo abbia fatto per due giorni la cosa non è stata significativa) e mi dico "anche se mi dovessero richiamare io non ci torno a lavorare con una che è talmente incattivita da vedere in ogni persona che incontra un nemico, una che pensa di avere il monopolio delle difficoltà della vita solo perché ha commesso qualche errore quando era poco più che una bambina".
Però rimane il fatto che il lavoro l'ho perso e non ho ancora nemmeno avuto il primo stipendio (dice che la neve ha ritardato la compilazione delle busta paga, ma dai!?) e che la mia autostima l'ho intravista mentre si nascondeva sotto il tappeto all'ingresso qualche giorno fa e non ho cuore di andare a vedere se è ancora lì o se nel frattempo si è buttata dalla tromba delle scale.
Come si fa a perdere un lavoro così semplice dopo poco più di un mese dall'assunzione?
Intanto sto aspettando che la "signora" mi convochi per liquidarmi, magari ci capirò qualcosa di più, per adesso posso dire solo che ci sono rimasta malissimo e tanta è la mia delusione e il mio abbattimento che dispenso voi, cari lettori e care lettrici, da qualsiasi vano tentativo di consolarmi o incoraggiarmi.
Non ce la potete fare! Non adesso perché non ho ancora finito di rimproverarmi, autocommiserarmi e disperarmi, debbo ancora toccare il fondo e quando ci sarò arrivata potrò finalmente da passare da questo


che rende bene l'idea di come mi sento adesso, a questo


e io lo so che ce la posso fare! Prima o poi.




giovedì 26 gennaio 2012

Mi toccherà cambiare il sottotitolo del blog!

Anno nuovo, grandi novità: mamma camp lavora!!!
Part time: quattro giorni a settimana per quattro ore e mezzo al giorno, fanno diciotto ore a settimana, salvo straordinari. Che lavoro faccio? Diciamo che sono nel terziario non avanzato, servizi alla persona; la definizione corretta è collaboratrice domestica.
Delusi? Questa reazione l'ho già registrata dunque ho già pronta la risposta: ragazzi ma di questi tempi bisogna accontentarsi. A me che ho sempre pensato che uno dei problemi di questo paese sia la metodica e superficiale sottovalutazione del lavoro manuale, direi che questo lavoro sta bene. A parte la grande fortuna di averlo trovato proprio quando lo stavo cercando, trattasi di occupazione che comporta responsabilità minime (avrei preferito nulle, ma non è che si può avere tutto) e mi permette di dedicarmi a Matteo quasi come prima: di solito lavoro mentre lui è a scuola; peccato che abbia iniziato durante le vacanze di natale per cui è accaduto che lui era a casa e io dovevo uscire (grazie papà camp per il tuo aiuto) e mi sono commossa a sentirlo dire "mamma mi sei mancata tanto". 
In questi giorni mi sono domandata spesso se valga la pena faticare tanto (perché c'è un sacco da fare) per lo stipendio che andrò a prendere (uno dei motivi per cui viviamo il paradosso che ci sono molti lavori che, pur in tempi di crisi, non interessano a nessuno) e mi sono detta: SI, ne vale la pena.
Intanto il prof. Monti mi ha mandato in ansia e avere un' entrata in più, per quanto piccola, mi restituisce un po di tranquillità; poi, quei soldi che sembrano essere pochi e che non mi permetterebbero mai, da soli,  di campare in Italia, in altri posti del mondo potrebbero garantire la sopravvivenza per un mese a circa quattordici bambini, questo me li fa considerare con molto rispetto. Infine è gratificante pensare di poter fare cose che, per quanto io sia un tipo anticonsumista anche per scelta, ad un certo punto rimangono sempre da fare e vanno fatte. Ah la lista delle cose che dovrei acquistare con la mia prima busta paga! I dolci vagheggiamenti che finalmente stanno per trasformarsi in realtà: regali a Matteo, libri , libri , libri, il sospirato letto che mi permetterà di sigillare il divano  in funzione diurna, tutti i regali che non ho fatto e avrei voluto tanto fare.
Praticamente ho già speso tutto ma solo nella mia fantasia ché, nella realtà, una minima parte sarà per tutto ciò perché il più andrà per le spese di casa. Mio marito lavora tantissimo e soprattutto produce molta ricchezza ma a lui ne rimane ben poca dunque la nostra famiglia è una di quelle che arriva pari pari alla fine del mese (quando non ci sono spese impreviste), e poi avevamo sempre detto che un figlio dovrebbe avere un genitore che gli si possa dedicare a tempo pieno. Purtroppo ci siamo convinti che questo semplicissimo progetto di vita non è per noi praticabile e questo, personalmente, non lo perdonerò mai a quelli che ci hanno precipitato in questa crisi del cavolo. 
Tuttavia, nonostante l'amarezza di entrambi,  poterlo guardare negli occhi e sorridendo dirgli: "stai tranquillo a questa spesa ci penso io" è una cosa che non ha prezzo o meglio che vale tutto il prezzo della fatica con cui la pago.
Che volete: mi sento fortunata!
Evviva.

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