Visualizzazione post con etichetta degustazioni letterarie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta degustazioni letterarie. Mostra tutti i post

giovedì 6 giugno 2013

Degustazioni letterarie: "Il valzer degli addii" - Milan Kundera


"Jakub trovò l'amico nel suo studio, appena tornato dal policlinico. Gli fece i complimenti per l'esibizione della sera prima e si scusò per non averlo aspettato dopo il concerto.
-Mi è molto dispiaciuto- disse il dottor Skreta. -E' l'ultimo giorno che passi qui e la sera te ne vai a spasso chissà dove. Avevamo tante cose da dirci. Ma il peggio è che sei stato sicuramente con quella ragazzina pelle e ossa. Devo constatare che la riconoscenza è un bruttissimo sentimento-.
-Ma quale riconoscenza! Perché dovrei esserle riconoscente?-.
-Mi hai scritto che suo padre aveva fatto molto per te-.
Quel giorno il dottor Skreta non doveva fare visite e il lettino ginecologico in fondo alla stanza era vuoto e inoperoso. Gli amici si sedettero in poltrona, uno di fronte all'altro.
-Ma no- disse Jakub riprendendo il discorso. -Volevo soltanto che tu la prendessi a cuore e mi era sembrato più semplice dirti che avevo un debito di riconoscenza con il padre. Ma in realtà le cose non stanno affatto così. Visto che ormai taglio i ponti col passato, te lo posso dire. Sono finito in prigione, quella volta, col pieno consenso di suo padre. Fu suo padre a farmi condannare a morte. Ma sei mesi dopo fu lui stesso a finire così, e io invece ebbi fortuna e la scampai-.
-In altre parole, è la figlia di un porco'- disse il dottor Skreta.
Jakub alzò le spalle: -Era convinto che io fossi un nemico della rivoluzione. Tutti glielo ripetevano e lui ci credette-.
-E perché mi hai detto che era un tuo amico?-.
-Eravamo amici. E tanto più importante è stato per lui votare per il mio arresto. In quel modo dimostrava di porre gli ideali più in alto dell'amicizia. Quando mi ha denunciato come traditore della rivoluzione gli è parso di far tacere il proprio interesse personale in nome di qualcosa di superiore e ha vissuto la cosa come la grande azione della sua vita-.
-Ed è questa la ragione per cui vuoi bene a quella ragazza bruttina?-.
-Ma lei non ha niente ha che vedere con questo. Lei è innocente-.
-Di innocenti come lei ce n'è a migliaia. Se l'hai scelta in mezzo a tutte è sicuramente perché è la figlia di suo padre-.
Jakub alzò le spalle e il dottor Skreta continuò: -In te c'è qualcosa di perverso esattamente come in lui. Ho l'impressione che anche tu vivi la tua amicizia per quella ragazza come la più grande azione della tua vita. Hai soffocato dentro di te l'odio naturale, il disgusto naturale, per provare a te stesso che sei generoso. E' bello, ma è anche contro natura e del tutto inutile-.
-Non è così- protestò Jakub. -Non ho voluto soffocare niente dentro di me e non ho cercato di mostrarmi generoso. Ho semplicemente avuto pietà di lei. Subito, la prima volta che l'ho vista. Era ancora una bambina quando l'hanno cacciata di casa, ha vissuto con la madre da qualche parte in un villaggio di montagna, la gente aveva paura di parlare con loro. Per molto tempo non le hanno permesso di studiare, anche se è una ragazza dotata. E' ignobile perseguitare i figli a causa dei genitori. Dovevo odiarla anch'io a causa di suo padre? Ho avuto pietà di lei. Ne ho avuto pietà perché le avevano giustiziato il padre e ne ho avuto pietà perché suo padre aveva mandato a morte un amico-."


Rileggere un libro è un'operazione che dovrebbe essere fatta solo con quelli autorevolmente certificati come classici, altrimenti si rischia di trovarsi a fare i conti con un sé che potrebbe non esistere più, piuttosto che con un'opera che ci rimanda ad un rassicurante senso di continuità esistenziale.
Ho letto la prima volta "Il valzer degli addii" circa quindici anni fa. Allora l'ho trovato uno dei libri più belli di Kundera, dopo "L'insostenibile leggerezza dell'essere"; mi pareva gioviale, al limite dell'allegro, sicuramente toccato da una vena di straordinario che tanto stride con il realismo cupo e malinconico di altri libri dello scrittore ceco.
Oggi mi domando seriamente: "ma chi ero per aver avuto una tale impressione?" 
Ero una ragazza, con poca esperienza della vita e dunque intimamente convinta che essa fosse una cosa indicibilmente seria.
Ero giovane e quindi, per definizione, innamorata di una visione romantica dell'essere umano, naturalmente e giustamente, pensavo, destinato a vivere tragicamente ogni aspetto della propria esistenza.
Non ero, ne pensavo sarei mai diventata, una madre.
Tutto ciò che ero ed adesso non sono più, basta, oggi, a spiegare perché la rilettura di questo libro mi abbia lasciato un senso di momentanea delusione: il tempo passa, ci cambia e io non amo i cambiamenti.
Ma Kundera esige uno sforzo ulteriore e l'abbandono di una prospettiva troppo personalistica perché egli è il cantore del dramma di un intero popolo che, dal 1939 fino al 1989, non ha avuto possibilità di autodeterminarsi. Da qui il senso del tragico che investe tutta l'opera di Kundera e la galleria di personaggi drammatici che popolano i suoi romanzi.
"Il valzer degli addii" non fa eccezione: questo romanzo, ambientato in una cittadina termale boema dove le vite di svariati protagonisti si intrecciano rimanendone indelebilmente segnate, è anzi un esempio lampante di come l'individualità sia spesso travolta senza riguardo alcuno dalla storia e dai suoi eventi, come se le vicende che hanno segnato la storia di questa nazione conservino una carica distruttiva residua che si abbatte sulla vita di tutti anche di quelli che non le hanno vissute personalmente.
E così troviamo Ruzena la giovane infermiera che, rimasta incinta, decide la paternità del suo bimbo sulla base di un calcolo che le permetta di cambiare finalmente vita, di fuggire da un luogo in cui non vuole vivere.
O Klima famoso trombettista dedito al tradimento seriale, unico mezzo per riscoprire, ogni volta, l'amore che prova per sua moglie.
E che dire di Skreta, ginecologo che cura giovani donne apparentemente infertili fecondandole, a loro insaputa, col suo seme nella convinzione che la procreazione è atto da riservare a pochi eletti? 
O ancora di Jakub, prossimo ad un agognato espatrio dopo aver sopportato il peso di rivoluzioni e controrivoluzioni (con il loro carico di morti e tradimenti), con la sola forza datagli da una compressa di veleno che per anni porterà con sé per poi separarsene in maniera sciocca e fin troppo leggera?
E Olga, figlia di un rivoluzionario condannato a morte dopo "la primavera", che si accanirà nel tentativo di sedurre Jakub, suo padre putativo, non riuscendo a limitarsi a nutrire per lui sentimenti di semplice  riconoscenza.
Si potrebbe pensare che Kundera esageri nel delineare personaggi così originali e contorti, che questo sia un suo peculiare vezzo tuttavia basta ripensare all'"Utz" di Chatwin (il collezionista ceco di porcellane che rinuncerà per esse alla possibilità di espatriare e sottrarsi alle restrizioni del regime comunista salvo poi distruggerle per non lasciarle nelle mani di rozzi burocrati) per capire che quanto più i regimi totalitari cercano di soffocare l'individualità tanto più questa tende a crescere ripiegandosi su se stessa, aggrovigliandosi in strane e intricate configurazioni così difficili da comprendere per chi non abbia fatto la stessa esperienza. 
Prova ne sia, per tornare a "Il valzer degli addii", che l'unico personaggio avulso da questo senso del tragico è Bertlef un villeggiante americano capace di trovare la bellezza nell'animo di chi incontra e di rendergliela manifesta; unico anche a poter contare su una dimensione spirituale e religiosa del suo sé, in grado di collocare la sua vita su un piano più alto rispetto agli altri. Ma Bertlef è appunto un villeggiante americano e come è arrivato in Cecoslovacchia, ignaro dei drammi che vi si sono consumati, così se ne andrà. Gli altri rimarranno sempre indissolubilmente legati alle storie della loro nazione.
Quale sia stata la storia della Cecoslovacchia nel secolo scorso si potrà comprenderlo studiandola sui libri ma se si vuole capire cosa ha significato viverla allora, senza dubbio, bisognerà leggere Kundera. 
Alla fine di questa recensione, mi accorgo di aver sbagliato all'inizio: non è vero che questo libro non è un classico, ero solo io ad esser troppo giovane la prima volta che l'ho letto.



venerdì 24 agosto 2012

Degustazioni letterarie: "Teresa Batista stanca di guerra" - Jorge Amado


"Durante quella giornata vuota e torbida insieme, avvenne un mutamento sottile nei rapporti tra i due amanti, impercettibile tanto per gli estranei che per gli intimi. Teresa per il dottor Emiliano cessò di essere un giocattolo, un caro trattenimento, una fonte di piacere, il passatempo di un ricco vecchietto con la mania dei libri e dei vini o del raffinato gran signore disposto a trasformare un'ignorante ragazzina di campagna in una perfetta signora con una vernice di buone maniere, di delicatezza, di buon gusto, di eleganza: guidandola, anche a letto, dall'esplosione violenta dell'istinto alla sapienza delle carezze prolungate, al piacere raffinato che sa sfruttare l'istante sino in fondo, fino alla scoperta e alla conquista delle illimitate gradazioni della voluttà; facendo di Teresa al contempo una femmina eccezionale e una signora di qualità. Un passatempo appassionante, ma pur sempre un passatempo, un capriccio.
Fino a quel giorno di cenere Teresa si era considerata essenzialmente in debito verso il dottore e la gratitudine occupava un posto preponderante tra i sentimenti che la legavano all'industriale. Egli l'aveva fatta liberare dal  carcere, era andato poi personalmente a prenderla in una miserabile stanza di un postribolo per farne la sua amante; l'aveva trattata come se lei fosse qualcuno, una persona, con bontà e interesse. Le aveva dato calore umano, tenerezza, tempo e attenzione, sollevandola dall'ignominia e dalla indifferenza verso il proprio destino , insegnandole ad amare la vita. Teresa aveva visto nel dottore un santo, un dio, qualcosa di molto al di sopra di tutti gli altri e questo la rendeva umile davanti a lui. Non era la sua pari, né lei né nessun'altro lo era. Soltanto a letto, nell'ora dell'abbandono essa lo considerava un uomo di carne ed ossa, ma pur sempre superiore agli altri nel dare e nel ricevere. Né alla stregua dei sensi, né a quella dei sentimenti esisteva per lei chi gli si potesse comparare. 
Ma quando aveva scelto tra il dottore e la vita che le inturgidiva il ventre, Teresa, senz' accorgersene, aveva riscattato il suo debito. Nel crudo e freddo istante in cui aveva dovuto rinunciare al figlio e aveva disposto della vita e della morte di un altro essere essa non poteva esitare e non aveva esitato. In un attimo aveva dovuto mettere sulla bilancia i massimi valori umani e aveva collocato il suo amore di donna al di sopra dell'amore di madre; non c'è dubbio che la gratitudine aveva svolto un ruolo molto importante in quella scelta."

Come si fa a spiegare perché è una bella esperienza leggere Amado? Bisogna leggerlo e perdersi nei suoi mondi, lasciarsi trasportare tra le strade e le storie della sua Bahia, ammirando la ricchezza della sua narrazione, la fertilità dei suoi protagonisti: ogni persona che incontrano diventa storia essa stessa. 
Questo libro intesse le storie di Teresa Batista, femminea entità dalla sovrumana (divina?) forza; capace di superare prove terribili eppure donna in carne e viscere dove la morte è entrata, non una, ma ben due volte.
Certo se fosse esistita realmente, Teresa sarebbe stata davvero un'"encantada", una divinità venuta a ricordarci che la Vita mai si ferma, ad aspettare d'estinguersi. Paradossalmente Teresa è tutto nella sua vita: schiava, signora, prostituta, guaritrice, ballerina ma mai madre, quasi a ricordarci che la maternità ha più a che fare con la Vita che con i figli. Sembra una bestemmia, sulle dolci labbra di Teresa, che si possa sacrificare un figlio all'amore per un uomo. Lei lo fa. Alla fine della storia però, tutto getterà in mare, il male e il bene, ma "colui che non era arrivato ad essere" quello lo lascerà dentro di se, per ridarlo alla vita, nella sua nuova vita, tanto desiderata, cercata e, infine, trovata.
Eppure se Amado comparisse qui davanti a me gli chiederei, dopo doveroso inchino, perché mai niente ha risparmiato alla già provata Teresa, neanche il dolore più insanabile? E lui forse mi ricorderebbe le parole di Lulù: "Teresa Batista assomiglia al popolo e a nessun'altro: al popolo brasiliano così rassegnato, mai sconfitto: Che quando lo credono morto, risorge ancora dalla bara".




giovedì 10 maggio 2012

Degustazioni letterarie: "La mossa del cavallo" Andrea Camilleri

"Patre Artemio Carnazza era un omo che stava a mezzo tra la quarantina e la cinquantina, rosciano, stacciùto, amava mangiari e bìviri. Con animo cristiano era sempre pronto a prestare dinaro ai bisognevoli e doppo, con animo pagano, si faceva tornare narrè il doppio e macari il triplo di quello che aveva sborsato. Soprattutto, patre Carnazza amava la natura. Non quella degli acidruzzi, delle picorelle, degli àrboli, delle arbe e dei tramonti, anzi di quel tipo di natura egli altissimamente se ne stracatafotteva. Quella che a lui lo faceva nèsciri pazzo era la natura della fìmmina che, nella sua infinita varietà, stava a cantare le lodi alla fantasia del Criatore: ora nìvura come l' inca, ora rossa come il foco, ora bionda come la spica del frumento, ma sempre con sfumature di colore diverse, con l'erbuzza una volta alta che sontuosamente oscillava al soffio del suo fiato, un'altra volta corta corta come appena falciata, un'altra volta ancora fitta e intrecciata come un cespuglio spinoso e sarvaggio. Sempre si meravigliava quanno che ne vedeva una nova, perché nova novissima era veramente con tutto il suo particulare da scoprire, da percorrere centilimetro appresso centilimetro fino alla grotticella càvuda e ùmita dintra alla quale trasìre a lento a lento, adascio, che doppo era la grotticella istessa ad afferrarti stretto, a inserrarti le sue pareti intorno, a portarti fino al fondo più fondo in dove che stimpagna l'acqua di vita." 

Sicilia, 1877: sull'isola sbarca Giovanni Bovara da Genova, funzionario statale del neonato (ma già fiscalmente organizzato) Regno d'Italia col compito di vigilare sulla riscossione della tassa sul macinato. Siciliano d'origine, ma trasferitosi a Genova all'età di tre mesi, con stupore e indignazione tipicamente genovesi, il Bovara scopre e solertemente denuncia una sistematica truffa ai danni dell'erario. Da quel momento si innescherà un carosello di eventi che lo porteranno ad essere accusato dell'ultimo omicidio verificatosi in paese. Il povero Bovara non c'entra nulla , ma quale occasione migliore per toglierselo di torno? Ogni tentativo di autodifesa sembra peggiorare la sua situazione finché il giovane non capisce che l'unica sua possibilità di salvezza consiste nel recupero del dialetto siciliano. Per farsi capire? No, piuttosto per pensare come i suoi accusatori e dunque, come in una partita a scacchi, prevederne le mosse.
Nel passaggio da "Voi mi state facendo impazzire coi vostri cavilli" del primo interrogatorio a "lu sapi com'è ca succedi, signor giudice? Ca unu parla e riparla sempri di l'istissa cosa e cchiù ne parla e cchiù la cosa si acclarisce dintra di lui. A mia sta capitando accussì" l'intendente comunica di aver compreso le regole e di essere capace di giocare. Infatti si salverà benché tutto, alla sua dipartita, continuerà come prima.
Ve ne sarete accorti: questo libro è scritto quasi tutto in dialetto siciliano e, dove non c'è il siciliano, c'è il genovese. Ma tranquilli perché il siciliano è patrimonio linguistico di qualsiasi italiano, lo si capisce, per lo più e lo si può contestualizzare. Stessa cosa non si può dire del genovese, davvero ostico. E come mai l'editore non ha preteso note a margine con traduzione? Tanto più che l'unico  ad usarlo è il protagonista del romanzo? Forse perché l'intento dello scrittore era quello di far emergere un modalità emotiva di comprensione del linguaggio. Difatti, per chi non conosca questo dialetto, l'unica cosa sensata è quella di affidarsi al ritmo, alla musicalità correlandoli al senso delle poche parole che si conoscono e immaginando tutto il resto. 
E infatti in questo romanzo Camilleri dimostra una padronanza assoluta del linguaggio: Il "Faldone A" e il "Faldone B", che contengono la parte documentale (perché scritta) della vicenda, sono un caleidoscopio linguistico: dalle lettere dell'intendente Bovara ai superiori a quelle dei deputati ai ministri, dai rapporti dei Carabinieri ai richiami alla "christiana charitas" del Vescovo, passando per gli articoli dei giornali collusi e le richieste di trasferimento di procuratori scomodi. A ciascuno il suo linguaggio con i suoi registri, toni, formule, ammiccamenti. Il tutto al comando del mago Camilleri.

Se un giorno finalmente la smetteremo, noi italiani, di essere bacchettoni come siamo, se un giorno i programmi di studio diventassero un po’ più interessanti (non sarà mai troppo presto), allora quel giorno si potrà confrontare la figura di Don Abbondio con quella di Padre Carnazza, traendo le consone (all’evoluzione culturale e civile del momento) conclusioni sulle “invarianti dell’italianità", le costanti caratteriali (forse geneticamente determinate?) per cui i secoli passano ma i difetti restano.
Fortuna che resta pure il genio letterario, allora quello di Manzoni, adesso quello di Camilleri.

venerdì 13 aprile 2012

Degustazioni letterarie: "Bambini nel tempo" Ian McEwan

"Da giorni ormai sentiva il desiderio di fare un salto al negozio di giocattoli, a una decina di minuti a piedi dall'appartamento. Un'idea ridicola. Una sorta di parodia del lutto. La sofferenza volontaria che ne derivava lo faceva gemere ad alta voce. Si sarebbe trattato di una recita, la messa in scena di una follia non autentica. Intanto però il pensiero si faceva più insistente. Si trovava magari a passeggiare in quella direzione e immaginava il genere di cose che avrebbe comprato. Era pazzia, debolezza, gli avrebbe procurato un inutile dolore. Ma il pensiero continuava a crescere e una mattina, all'edicola, prese un rotolo di carta coloratada pacchi e la porse al commesso prima di avere il tempo di cambiare idea. L'acquisto di un giocattolo avrebbe distrutto due anni di adattamenti, sarebbe stato irrazionale, malato, autolesionistico e debole, soprattutto debole. Di quella debolezza che impedisce di conservare la linea di confine tra il mondo com'è e come si desidera che sia: non essere debole, si ripeteva, cerca di sopravvivere. Butta via quella carta, non franare nelle fantasticherie, non prendere quella china. Potresti non tornare più indietro. E resisteva, ma non poteva impedirsi di desiderarlo.
La solitudine aveva aumentato in lui la tendenza alla superstizione, alle interpretazioni magiche della realtà. Le pratiche superstiziose avevano finito con l'aderire ai cerimoniali quotidiani e, nel costante silenzio della compagnia di se stesso, si erano fatte sempre più rigorose. Si sbarbava sempre prima la guancia sinistra, non incominciava mai a lavarsi i denti se non aveva rimesso il tappo al tubetto del dentifricio, azionava lo sciacquone del water con la mano sinistra benché gli fosse scomodo e, ultimamente, faceva attenzione a poggiare entrambi i piedi a terra scendendo dal letto. Tale struttura magica del pensiero trovò modo di razionalizzare una visita al negozio di giocattoli.
Prima di tutto, avrebbe rappresentato un atto di fede nella sopravvivenza della sua bambina. Dal momento che di sicuro lei non avrebbe celebrato quel giorno, sarebbe stato come riconfermare la  sua precedente esistenza e reale discendenza, ribadire la verità circa la sua nascita: chissà quante bugie le avevano raccontato a questo proposito. L'osservanza di un mistero avrebbe scatenato ignote combinazioni del tempo e del caso, i numeri magici delle date di nascita si sarebbero messi in funzione producendo una serie di avvenimenti che, altrimenti, non si sarebbero mai realizzati. Comprando un regalo avrebbe dimostrato di non essersi ancora dato per vinto, di potere ancora mettere in atto qualcosa di sorprendente e di vivo. Lo avrebbe fatto con gioia anziché con dolore, nello spirito di un'affettuosa stravaganza e, portandolo a casa per impacchettarlo, avrebbe celebrato un'offerta al fato, o lanciato una sfida al destino: ecco qui, io ho portato il regalo, ora voi riportatemi la bambina. Se l'acquisto gli avesse procurato della sofferenza, sarebbe stata quella necessaria alla realizzazione di un sacrificio. Dopo aver esaurito tutte le possibilità sul piano materiale, battendo a tappeto le strade, pubblicando sui giornali locali inserzioni nelle quali offriva generose ricompense in cambio di informazioni, incollando ingrandimenti fotografici alle fermate degli autobus e sui muri, ormai aveva solo più senso agire a livello simbolico e oracolare, unirsi a quelle forze sconosciute che regolano le leggi della probabilità, che distribuiscono gli atomi rendendo solidi i corpi solidi, che mettono in atto gli avvenimenti fisici e compiono i personali destini di tutti gli individui. Del resto che cosa aveva da perdere?"



Immaginate di essere al supermercato con la vostra bambina di tre anni: è vicinissima, vi voltate un attimo a parlare con la cassiera e quando rigirate la testa, lei non c'è più. Voi la cercate dapprima con leggerezza, poi più   preoccupati, poi spaventati, poi disperati. E passano ore, giorni e mesi. Anni, addirittura, e di lei niente. Non so voi ma io non ci riuscirei mai.
Lo ha fatto, invece, Ian McEwan e in modo magistrale. La disperazione di un padre, Stephen, che si ritrova a vivere un'esistenza all'improvviso priva di significato, il suo viaggio doloroso e coraggioso, aggrappato al niente, verso l'accettazione del dolore e il ritorno alla vita. Già per questo varrebbe la pena leggere questo libro e tuttavia il motivo più importante sta da un'altra parte; uno potrebbe spaventarsi a pensare all'angoscia che uno scrittore alle prese con un tema così, ci riverserà addosso. E invece no: si prova empatia per questo padre, si soffre insieme a lui tuttavia se ne rimane sempre ad una distanza tale da non essere annientati noi stessi dal suo dolore. E' un chiaro intento dello scrittore: mentre il dramma del protagonista viene presentato senza omissioni o edulcorazioni, continuano a far capolino personaggi complementari o secondari, eventi apparentemente senza importanza, che ci distolgono dalla contemplazione del dolore. Solo alla fine ci si rende conto che ogni "pezzo" (anche le stranissime e apparentemente incongrue citazioni all'inizio di ogni capitolo) era proprio dove doveva essere affinché il lettore capisse che il senso ultimo di questo libro trascende il dramma umano del protagonista per offrire una bellissima visione dell'infanzia come risorsa primaria di ciascun individuo. 
"Child in time" non è la figlia perduta, lei anzi è immobile nel tempo, è invece il papà che torna continuamente alla sua infanzia e ne trae le risorse per "rinascere". Si può anche trovare il modo di attraversare il tempo a patto che ad attenderci ci sia qualcuno. Perché "Child in time" è anche l'amico del papà, disperato pure lui, che questo viaggio non è mai riuscito a farlo, rimanendo così irrimediabilmente privo del senso fondante la sua stessa vita.
Ne discende che non si "smette" mai di essere bambini, anzi l'infanzia è considerata il nucleo esistenziale essenziale di ogni individuo. Non a caso nel percorso di "rinascita" Stephen si affiderà al pensiero magico, alla creatività, alla corporeità e, soprattutto, alla ricerca dell'originaria accettazione da parte di sua madre.
Ma a cosa serve che io svilisca questo bellissimo romanzo, parlandone? Dovendo oltretutto stare attenta a non rivelarvi particolari che vi sciuperebbero il piacere di navigare a vista, secondo la vostra personale rotta.
Leggetelo perché questa è grande letteratura, leggetelo soprattutto se siete genitori.

venerdì 9 settembre 2011

Degustazioni letterarie: "Enigma in luogo di mare" Fruttero & Lucentini

"Il frutto, ammette con un sorriso, è talvolta davvero durissimo, lo si sente perfino attraverso la punta di una robusta scarpa. Un brav'uomo, povero Bonanno, ma non per questo meno pericoloso, anzi. Meglio non pensare alle sue iniziative nel campo dell'agricoltura e foreste; uno che, non per arroganza ma per mera cecità, è stato capace di piantare 45 tuje alla Gualdana, uno così insensibile alle discrepanze botaniche, non esiterebbe in perfetta buona fede a riempire Roma di abeti, a spargere cipressi nella campagna lombarda, lungo le rive del Nilo. Un pasticcione, un seminatore d'incongruo...
Solo però quando rientra in casa e si siede annoiato sul sofà aspettando l'ora del "trattenimento musicale", il Monforti prova a immaginare cosa succederebbe se Bonanno fosse membro della commissione parlamentare dei puzzle. Mescolanze impossibili di palme e di pini, di cammellieri e benzinai, di sabbie e grattacieli, che sarebbero allora ben più difficili da distinguere, separare, scoprporare. Forse in qualche iniziatico negozio di Londra già esistono giochi così preparati, o più semplicemente esistono fanatici del difficile che comprano due, tre, cinque puzzle senza immagine, vuotano i sacchetti sul tavolo e li rimestano e confondono alla cieca, un Rembrandt con una veduta di Grosseto con la vetrina di un supermarket con un ghiacciaio svizzero. Non sarebbe questa del resto un'immagine più fedele della vita, gioco d'infinite sovrapposizioni e contaminazioni, di inestricabili escrescenze e ritagli anomali come i topi di Bonanno?
Ed è in fondo proprio lui, l'onorevole, a suggerire al Monforti la prima idea della procedura da seguire per raccapezzarsi tra gli enigmi della Gualdana. Perché tutto a un tratto il teorico della pigna appare estricabilissimo. Non uno dei pezzi del suo mistero può concepibilmente combaciare con gli altri, combinarsi in qualsiasi modo con Delaude, con Orfeo, con gli Zeme, col Romito, con Katia. E' un mistero che si può, si deve espungere da tutto il mucchio eterogeneo dei ritagli. E' un intruso, un abusivo, venuto come le tuje a creare incongruenza e di cui occorre sbarazzarsi al più presto. La procedura dello scorporo, ecco ciò che serve per cominciare a vederci chiaro."


Bello questo giallo dove si viene investiti da una serie di vicende relative ad una strana comunità di vacanzieri fuori stagione. Tutto potrebbe costituire un enigma, all'inizio, tanto che la domanda vera è: "qual'è l'enigma?". La risposta a questa domanda arriva per gradi e si porta dietro la soluzione del mistero principale e di quelli accessori tramite una narrazione leggera ma per niente piatta. La via italiana al giallo passa anche per libri come questo dove proprio la lingua italiana, con le sue inesauribili potenzialità espressive, costituisce un valore aggiunto. Libri come questo riescono a far sperimentare "il piacere della lettura" anche a chi non lo conosca.
Unico consiglio: a dispetto del titolo, non portatevi questo libro in spiaggia, aspettate invece il primo fresco autunnale, sicuramente la lettura sarà più piacevole.


mercoledì 17 novembre 2010

Degustazioni letterarie: "La fine è il mio inizio" Tiziano Terzani

"mi piacerebbe vedere che i miei nipoti vivono in un mondo di cui si sorprendono, in cui c'è dovunque qualcosa di meraviglioso da osservare. Ho visto ieri sera la prima lucciola e sono stato lì, a guardarla. Nel buio della notte la vedevo fare ti-ti-ti...Una gioia ti piglia!
FOLCO: Dov'era?
TIZIANO: Lì, su quella pietra, sai, dove c'è quel brutto arbusto che dobbiamo tagliare. Mi ricordo di quante storie i miei mi raccontavano sulle lucciole quando ero piccolo. Dicevano che se ne acchiappavi una e la mettevi sotto il bicchiere, la mattina dopo ci trovavi una monetina. Loro ce la mettevano, la monetina, e il mio mondo si arricchiva. Allora, perchè ai miei nipoti non far vedere le lucciole perchè si stupiscano della meraviglia del mondo?
Nell'Himalaya c'erano dei bruchi luminosi. Sai, quei bruchi che nella notte fanno una luce verde come quella di un lampione. Sono incredibili. Non sarebbe bello a un bambino raccontargli delle favole su questo bruco? Il mondo gli si anima, no? La natura gli si anima, la vita gli si arricchisce, vive in più dimensioni. Altro che la televisione e andiamo a mangiare la pizzettina! E' da lì che partono tutti i discorsi sulla violenza. Ogni giorno la violenza ce la facciamo noi. Basterebbe dire "Basta!" Pigli il bambino e lo porti la notte a vedere le lucciole. Punto e basta.
FOLCO: Dov'è che sbagliamo? E' difficile dirlo.
TIZIANO: [...] Siamo sempre di corsa, sempre di corsa, non ci fermiamo. Chi si prende più degli spazi vuoti, del tempo per il silenzio? La sera al bambino gli danno da mangiare, lo mettono un pò davanti alla televisione e poi a letto, perchè questi vogliono vedere un film, quelli vogliono andare dagli amici. Sarebbe così semplice dire " Fermi tutti. Stasera si va a vedere le lucciole!"
Non è così complicato, non è una congiura, siamo noi a metterci nei guai. Capisco la congiura del consumismo, che è una macchina che ti fagocita, ma qui non c'è nessuna congiura. Sei tu, che puoi scegliere se andare in pizzeria o se portare il bambino a vedere le lucciole.
Onestamente, Folco, questo mondo è una meraviglia. Non c'è niente da fare, è una meraviglia. E se riesci a sentirti partre di queasta meraviglia- ma non tu, con i tuoi due occhi e i tuoi due piedi; se Tu, questa essenza di te, sente d'essere parte di questa meraviglia- ma che vuoi di più, che vuoi di più? Una macchina nuova?

lunedì 25 ottobre 2010

Degustazioni letterarie: "Dona Flor e i suoi due mariti" Jorge Amado

"E qui finisce la storia di dona Flor e dei suoi due mariti, narrata in tutti i suoi particolari e in tutto il suo mistero, chiara e oscura come la vita stessa. Tutto è accaduto come è stato narrato, chi non ci vuol credere non ci creda. E' accaduto a Bahia, dove tali cose magiche avvengono senza causare meraviglia. Se ne dubitate, domandatelo a Cardoso e S.a e lui vi potrà dire se è o non è vero. Potrete trovarlo sul pianeta Marte o all'angolo di una qualsiasi strada nei quartieri poveri della città."
Dona Flor e i suoi due mariti - Jorge Amado




Questo è un brano tratto da uno dei libri che ho letto ultimamente, l'ho trovato divertentissimo e veramente ben scritto, uno di quei romanzi che, quando inizi a leggerlo, ti sembra di conoscere personalmente i protagonisti, tanto sono ben tratteggiati, e di esserci tu lì, in qualche angolo, ad osservarli.
La storia poi ruota attorno al mistero e alla magia della Donna e dell'Amore.
Ne parlo qui, come ho deciso che farò con ogni libro che leggerò, perche penso che ai libri bisogna dare la possibilità di farsi conoscere, saranno poi loro a sapersi fare amare.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...