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venerdì 18 marzo 2016

Ode alla mamma a tempo pieno

Avevo provato un sincero moto di stima per Giorgia Meloni quando ha annunciato la sua indisponibilità a candidarsi a sindaco di Roma perché incinta. Ma è durato poco.
Partendo dal presupposto che questa sua subitanea esternazione sia stata sincera e non dovuta ad oscuri calcoli politici, mi era sembrata una scelta coraggiosa "arrendersi" alla grandiosità dell'evento che sta vivendo tanto da mettere in secondo piano tutto il  resto. "Che bello", ho pensato, "finalmente una donna che affronta la gravidanza con sacro terrore e con rispetto, concedendosi il lusso di dedicarle ogni sua energia". Ma subito una schiera di super donne e super mamme ha iniziato ad inveire: "ma la gravidanza non è mica una malattia...", "ma migliaia di donne diventano mamme senza rinunciare al loro lavoro...", "ma questo è un insulto a schiere di donne che fanno i salti mortali per essere buone madri e continuare a lavorare...", "ma questo Paese di questo passo..." e via discorrendo.
Forse anche a causa di questa sollevazione ma, più probabilmente, per ragionatissime e rispettabilissime motivazioni personali la Meloni ha cambiato idea e si avvia a diventare l'ennesima "supermamma". Auguro di cuore a lei e al suo bimbo ogni bene però, che peccato!
Tantissime donne in Italia sono costrette per esigenze economiche a lavorare e tuttavia non vogliono rinunciare alla maternità, il più delle volte la loro vita è complicatissima e faticosa per non parlare di quelle a cui la maternità costa il posto di lavoro. 
Poi ci sono le "mamme a tempo pieno", come me, che si dedicano completamente ai figli e alla famiglia. Privilegiate, in apparenza, la loro vita sembrerebbe facile e comoda perché nessuno  pensa mai alle rinunce, alla solitudine, all'insoddisfazione che lo svolgere, per scelta o per mancanza di alternative,  un ruolo spesso non apprezzato comporta. Noi siamo quelle fortunate anche se poi, non essendo tutte facoltose-agiate-annoiate privilegiate, magari prima di comprarci un paio di scarpe nuove ci pensiamo dieci volte e non possiamo mai permetterci di essere stanche perché "e ma tu mica lavori..." e, spesso, quello che facciamo è "dovuto" e se pensiamo al futuro e alla vecchiaia ci tremano le gambe. Noi siamo quelle che, mediamente, non penseremo mai, guardando i nostri figli cresciuti, che gli anni sono volati, perché quegli anni li abbiamo vissuti momento per momento in prima persona, nel bene e nel male.
Entrambe le categorie di mamme, insomma, hanno i loro problemi ed entrambe possono contenere esemplari  di madri ottime o pessime. Del resto, a parer mio, ogni donna deve sentirsi libera di complicarsi la vita come meglio crede.
Quello che non tollero però è questa tendenza, tanto più odiosa quanto più è espressa da altre donne, a voler considerare quello della "supermamma" come unico modello di madre socialmente accettabile e desiderabile. Questo dannarsi l'anima per reclamare un sacrosanto e necessario riconoscimento dei diritti e delle difficoltà delle madri lavoratrici senza però spendere una sola parola a favore delle donne che fanno scelte diverse e che mettono la maternità al primo posto. Che progresso sociale e civile può nascondersi dietro questa visione selettiva dei diritti della donna?
Quanto sarebbe stato più utile che la Meloni (o qualsiasi altra  politica italiana nella sua stessa posizione) avesse scelto di prendersi un giustissimo periodo di pausa e fosse poi tornata in campo rivendicando il valore sociale ed economico delle donne che "non lavorano", che non potrà certo essere uguale a quello di chi si alza tutte le mattine ed esce di casa per lavorare ma che non può neppure essere ridotto a zero?
Mia madre che non ha mai percepito uno stipendio, pur avendo fatto e continuando a fare un lavoro monumentale, mi diceva quando ero adolescente: "figlia mia studia e trovati un lavoro e se ti innamorerai convivi così sarai libera, se le cose andranno male, di fare quello che vuoi". Poiché coi figli l'esempio conta più delle parole, io ho fatto l'esatto contrario. A ripensarci adesso mi colpisce che in questo discorso non fossero menzionati i figli. Quale collocazione avrebbero dovuto avere rispetto a me e alla mia autonomia? Colpevole omissione quella di mia madre perché, ripensando alla sua vita, so che, al cospetto di un figlio, qualsiasi concetto di autonomia si sarebbe sciolto come neve al sole. 
Questo è stato il suo esempio: il lavoro immenso e impagabile di una donna e una madre che ha saputo sopportare e supportare l'insopportabile, che invece di salvare se stessa e i suoi figli da situazioni a volte insostenibili ha insegnato loro che le persone non si abbandonano alla prima difficoltà e nemmeno alla centesima. Mia madre mi ha insegnato che le persone non sono perfette e purtuttavia questo non ci autorizza ad abbandonarle al loro destino. 
Se avesse potuto studiare e lavorare oggi avrei di certo altri motivi per essere orgogliosa di lei e grata del suo esempio e magari sarei comunque la persona (e la mamma) mediamente equilibrata e matura che sono, ma io non avrei voluto avere niente di diverso dalla mamma che ho avuto e non la ringrazierò mai abbastanza per esserci stata sempre: quando mi svegliava la mattina, quando mi accoglieva al ritorno da scuola, quando stavo male, quando ero preoccupata, quando ero felice, quando ho avuto grandi dubbi e fallaci certezze, quando c'era bisogno di qualcuno che fosse orgoglioso di me e quando ho avuto paura di non essere all'altezza, quando sono stata forte e quando ho fatto tutto il contrario, perché nessuno è perfetto...
Si, mia madre non ha mai percepito uno stipendio ma nessuno si permetta di dire che non ha mai lavorato o che il suo lavoro sia stato facile e comodo.




sabato 13 dicembre 2014

Scusa

Ci sono momenti in cui anche una mamma come me, sempre autocritica e spesso dubbiosa, sente che le scelte che sta facendo sono giuste.
Ieri ci stavamo abbracciando, Matteo ed io; era da poco tornato da scuola quando all'improvviso si blocca e guardandomi fisso negli occhi mi dice:
"mamma ma quando mi scusi per stamattina?"
voi penserete "ma che bambino ben educato, avrà combinato qualche marachella e adesso starà cercando il perdono della mamma" ma, causa un improprio uso delle particelle pronominali (l'italiano è una lingua complessa anche per un bimbo che l'ascolta da più di sei anni e la parla da almeno cinque), state sbagliando.
Matteo ha usato un "mi" al posto di un "ti". Dunque quello che stava chiedendo era che IO mi scusassi con lui.
In effetti aveva ragione: la mattina ero stata un po' brusca perché stavamo rischiando di far tardi a scuola e, contrariamente a quanto faccio sempre, non mi ero scusata. A distanza di più di cinque ore lui me l'ha fatto notare!
Questa cosa mi ha riempita d'orgoglio: il mio bambino è capace di capire quando qualcuno non lo tratta con rispetto o peggio lo aggredisce (come avevo fatto io con la mia fretta) ed è capace di pretendere da questo qualcuno delle scuse.
Il fatto che ieri quel "qualcuno" fossi io, mi scalda il cuore.
Io non ho mai creduto nell'istinto materno o meglio non ho mai creduto che una donna, dal momento in cui apprende di star per diventare madre, subisca una metamorfosi che la trasforma istantaneamente in una buona madre. L'istinto materno non è la polverina magica di Trilly che ti permette di volare nei cieli limpidi e sereni della maternità. Buone madri si diventa, iniziando da prima che un figlio nasca e finendo quando si muore. E le difficoltà iniziano da subito. 
Nessuno come una madre (come ogni madre) sa che proprio lei è la persona che nutre la più forte ambivalenza nei confronti del proprio figlio, anche se sono in poche ad ammetterlo. Io l'ho ammesso subito; all'inizio mi sono colpevolizzata, poi, lentamente, ho scoperto che nulla di ciò che provavo era sbagliato e che fondamentale, per la salute mia e di Matteo, era imparare a gestire questi sentimenti.
Allora bando alla violenza fisica ma anche, nei limiti delle mie debolezze, a quella psicologica e, nel caso si ceda, chiedere seriamente e sinceramente scusa. 
Allora mostrare il proprio lato umano a un figlio, imparare a dirgli: "oggi per mamma è una giornataccia" piuttosto che provare a far finta di niente per poi crollare miseramente alla prima cosa che va storta. 
Allora chiedere aiuto e sostegno ai propri cari quando da soli non ci si riesce.
E infine guardare mio figlio chiedendomi: "è felice?" essendo felice con lui, se la risposta è "si" e sforzandosi di rispettarlo, se la risposta è "no" perché l'amore vince sempre.

A Veronica.  






mercoledì 19 novembre 2014

Amarezza

Questo è davvero uno strano momento: dicevo due post fa di quanto io debba a mia madre e adesso ho l'occasione di renderle in parte il favore.
Mamma si è infortunata, una caduta le ha provocato un'infrazione alla testa del femore per la cui guarigione è necessario un lungo periodo di assoluto riposo. E siccome io abito al piano superiore, va da se, che mi sia praticamente trasferita a casa sua. Sembrerebbe un cambiamento da poco non fosse che le nostre routine giornaliere sono tutte diverse col risultato che mi ritrovo a fare su e giù quaranta volte al giorno (il che ha anche aspetti positivi sulla mia forma fisica, come ha prontamente notato papà camp), a passare ore e ore a cucinare e a non avere più tempo da dedicare a me stessa.
Che stanchezza! Che stress! Che amarezza!
Si perché la mia non è mica una famiglia normale: sul fratello cugino celibe non ci si può contare che già avrebbe bisogno lui di una mano con la mamma zia; sull'altro fratello idem, alla di lui moglie che lavora dal lunedì al sabato e che la domenica deve riposarsi non potrei chiedere nulla, pena pericolose incrinazioni dei sacri vincoli familiari e, dunque, sono sola. Oltretutto coi soliti problemi di malattie, medici e ospedali.
Pensare che mi sono fatta centinaia di ragionamenti sul fatto che Matteo sia figlio unico, su quanto possa sentirsi solo e su quanto la sua vita risentirà di questa nostra scelta!
Mah!
Che amarezza.
Oltretutto tra poco sarà il compleanno di Matteo e per una volta che mi ero messa d'impegno, già da metà ottobre, a pensare e iniziare ad organizzare la sua festa di compleanno (perché me l'aveva chiesta lui, coi suoi compagni di scuola), ho dovuto abbandonare tutto. Dicevo che i supereroi non mi stanno molto simpatici e proprio io non sono fatta per tollerare alti livelli di stress. Poiché mi ero messa in testa di affittare la sala, preparare il rinfresco, organizzare l'animazione ho dovuto prendere atto che non ce l'avrei mai fatta. Ne ho parlato con Matteo: l'ha presa abbastanza bene (certe volte questo bimbo mi fa davvero preoccupare), penserò a qualcosa di speciale da fare noi tre quel giorno (sempre se trovo qualcuno che mi "sostituisca") che è poi il modo che io preferisco per festeggiare il compleanno di Matteo. 
Mi dico (in piena sindrome di Pollyanna) che questa è la cosa più giusta per me ma anche per Matteo, perché la vita è questa: spesso si mette di traverso e bisogna sapersi adattare. Pedagogia delle piccole cose.
Però che amarezza!
E quando le cose si complicheranno? Due genitori non più giovani e non in perfetta salute (ad essere precisi per papà si potrebbe usare l'espressione "sopravvivente per miracolo"), cosa accadrà?
Spero solo di fare in tempo a far crescere Matteo, con tutto il bene che voglio ai miei genitori, lui dovrebbe venire prima di chiunque altro.

P.S: per i motivi di cui sopra, non vi meravigliate e non vi preoccupate, cari preziosi lettori abituali, se in questo periodo non rispondo subito ai vostri commenti o se latito dai vostri blog: non ho davvero tempo ma ci sono e vi penso, tra un accudito e l'altro.




venerdì 31 ottobre 2014

II° comandamento

Quella del contadino è una vitaccia; non importa l'impegno che metta nel suo lavoro perché in ogni momento il risultato della sua fatica è alla mercé di una forza troppo grande per essere tenuta sotto controllo: la natura.
Sarà per questo che Abele era il fratello buono e benevolo: lui di mestiere faceva il pastore!
Quest'anno la calamità naturale del momento si chiama bactrocera oleae che, complice l'estate umida e piovosa, ha recato danni anche in zone dove solitamente non ne faceva. 
Non è bello arrivare al momento della raccolta e ritrovarsi con olive bucherellate e striminzite, andare a cogliere (con tutta la fatica del caso) sperando non sia stato tutto sudore sprecato, guardare con sospetto questo liquido verde pensando a tutte le voci allarmistiche sulla sua qualità (addirittura c'è chi ha detto che l'olio di quest'anno sarebbe cancerogeno!).
Non è bello soprattutto dover rinunciare alla raccolta perché il parassita in questione ha reso l'olio immangiabile ma per fortuna non è questo il nostro caso. Avremo poco olio, sicuramente di qualità inferiore ma comunque edibile.
"'n'grazia a Dio" cioè "ringraziando Dio", come ha prontamente esclamato mia madre al ritorno dal frantoio, l'olio anche quest'anno l'abbiamo "rifatto", poco importa se a malapena basterà per tutta la famiglia: staremo attenti a non sprecarlo.
Se io dovessi scegliere una frase per descrivere mia madre, sceglierei "'n'grazia a Dio" non tanto per la frequenza quanto per la scelta dei momenti in cui lei la usa.
Tutto va male, stai perdendo finanche la voglia di reagire ma datele un valido motivo per pensare positivo ed ecco che mia madre affermerà "'n'grazia a Dio...".
Cara mamma, sempre qui tutti concentrati su papà, sui suoi problemi e i suoi drammi esistenziali, dando la tua presenza per scontata, operosa rammendatrice di trame consumate e di strappi apparentemente insanabili,
cara mamma, volevo dirti che hai fatto un gran bel lavoro e che quel poco di equilibrio mentale che mi ritrovo, di certo, lo debbo a te.
Cara mamma, 'n'grazia a Dio sei stata e continui ad essere una buona madre.
Grazie (a te, questa volta).







mercoledì 26 marzo 2014

VIII° comandamento


Sabato notte ho avuto grandi difficoltà ad addormentarmi (e in questo periodo non me lo posso proprio permettere): pensavo e ripensavo a quanto accaduto nel pomeriggio. Si era, Matteo, papà camp ed io, ad una festicciola di compleanno organizzata in un luogo che mi ispira spesso profonde riflessioni. Tutto nella norma: bambini festanti, genitori parlottanti, tavolo del rinfresco, musica allegra ed estrema confusione. Però in un angolo, semi sommerso da cappotti, sciarpe e cappellini, un oggetto che non poteva non attirare l'attenzione dei bambini: un biliardino cioè un tavolo per il gioco del calcio balilla; non di quelli da bambini, proprio uno grande, da adulti, con le sbarre che, spinte, si allungano verso l'avversario invece di rientrare all'interno del campo di gioco come nella versione per i piccoli. Alla sua vista subito un bambino mi ha chiesto il permesso di giocarci, io gli ho detto che doveva chiedere alla mamma della festeggiata, la quale, avendo a cuore prioritariamente la buona riuscita della festa, ha subito risposto di si. Mentre si radunava, attorno all'insolito oggetto, una folla di aspiranti giocatori (e io cercavo invano, quant'è asociale questo bimbo, di convincere Matteo a partecipare al gioco) le loro mamme si trovavano a pochi metri di distanza intente a cicalecciare del più e del meno. Persa ogni speranza di coinvolgere il gigantino, che invece aveva deciso di limitarsi ad assistere al gioco degli amici e a segnare il punteggio, ho deciso di rimanere a guardare anche io. 
Dalle prime battute mi è subito stato chiaro che, non solo i bambini non avevano una ferrea conoscenza delle regole del gioco (la squadra blu continuava ad esultare e a segnar punti nonostante la pallina entrasse nella sua porta, suscitando lo sdegno ilare di Matteo) ma che ignoravano gli aspetti "pericolosi" dello stesso. Allora, da brava mamma, ho richiamato l'attenzione dei piccoli (cinque, seienni) e dopo aver esposto sommariamente le regole del gioco col mio mio miglior tono didattico (autorevole ma non saccente) ho esordito: 
"Allora bambini, in questo gioco ci sono cose pericolose a cui fare attenzione: 
1. il campo di gioco, nel quale non dovete mai mettere le manine mentre si sta giocando, altrimenti qualche omino potrebbe sbatterci sopra, facendovi molto male. Quindi se avete bisogno di prendere la pallina, aspettate sempre che tutti i giocatori siano fermi.
2. Le sbarre. Vedete che se io spingo una sbarra in avanti, questa va verso il bambino che ho difronte? Ecco allora dovete stare attenti..."
Ma mentre così parlavo vedo con la coda dell'occhio una mamma, improvvisamente ricordatasi dell'esistenza di suo figlio, alzarsi dalla convention di cicale, avvicinarsi al biliardino e con gesto da vera prestidigitatrice, appropriarsi, non vista, della pallina. 
"ma guarda questa che stronza!"
"che la sbarra non vi sbatta contro, tenetela sempre d'occhio e mantenete un po' di distanza da lei"
"poveri bambini!"
"Allora bambini avete capito bene?"
"Si, si, si, si"
"Ok allora ricominciate"
Ricominciate una mazza: subito i poverini capiscono che la pallina è scomparsa; allora iniziano a cercarla dentro le porte, sul pavimento, nelle immediate vicinanze, finanche addosso agli incolpevoli amici esclusi dal gioco. Ma niente, a poco a poco iniziano ad accettare l'ineluttabile, per quanto inspiegabile, realtà: la pallina è scomparsa. Qualcuno trova subito altre attività, altri, tra cui Matteo, continuano a cercare. 
Io lo guardo è penso: "lascia stare Matteo non la troverai mai, la tua fatica non vale il prezzo del sapone che ci vorrà per smacchiare i pantaloni che stai invano sporcando su questo ormai unto pavimento". Però gli dico:
"ma questo è un mistero, eppure era qui!"
La mamma illusionista intanto mi rivolge un compiaciuto sguardo d'intesa, faccio finta di rispondere a qualcuno e mi giro dall'altra parte.
Basterebbe già questo e invece si è andati oltre: dopo circa dieci minuti la mamma ingannatrice ha fatto ricomparire la pallina ed ha iniziato a giocare con le colleghe cicale (evidentemente ormai rimaste a corto di argomenti). Come è facile immaginare i bambini, così vigliaccamente ingannati, hanno iniziato a protestare reclamando il loro diritto a continuare il gioco prematuramente interrotto. 
Cosa abbiano risposto le mamme non so: mi sono allontanata proprio per non saperlo (ma quant'è asociale sta mamma!) posso dire però che dieci minuti dopo erano ancora lì, i figli dispersi, a divertirsi.
Non è solo perché io posseggo abbondantemente quell'inutile qualità definita "sensibilità" che sono rimasta sconvolta da questa scena è anche perché sono un minimo intelligente e qualcosa ho letto anch'io.
Ho letto ad esempio di quanto sia importante l'imitazione nel bambino piccolo e di quanto, dunque, i genitori debbano impegnarsi ad essere il miglior modello possibile per i propri figli. E allora che modello è un genitore che inganna il proprio figlio? 
Non venite a dirmi, vi prego, che la mamma in questione ha agito come ha fatto per il bene del proprio figlio, nel tentativo di evitare che si facesse male. Suvvia: alla suddetta mamma, secondo me, importava ben poco del bene di suo figlio, quello che veramente le importava era evitare la scocciatura di un infortunio e le noie legate a probabilissime, insistenti proteste. E allora meglio tagliare la testa al toro evitando pericoli e proteste e pazienza se il piccolo rimarrà a domandarsi come possa un oggetto scomparire nel nulla.
Pessimo esempio: quel bambino crescerà e, se la sua mamma continua così, presto imparerà anche lui a mentire. Allora, se un giorno non avrà voglia di andare a scuola, piuttosto che parlarne con la mamma, uscirà di casa, come al solito, per andare a fare tutt'altro convinto che questa sia la scelta migliore: niente tensioni inutili, niente discussioni che potrebbero turbare la cara mamma.
Ma questo non è nemmeno l'aspetto peggiore della faccenda. La mamma che inganna il proprio figlio sta, oggettivamente, coltivando in lui un'attitudine ad essere ingannato. La pallina è sparita, dematerializzata, punto. Non protestare, non fare domande, rassegnati.
Mi si dirà che un giorno quel bimbo crescerà e, da adulto, saprà andar oltre, avrà un'autonomia di giudizio e di ragionamento che gli permetteranno di ingannare, se necessario, ma giammai di essere ingannato.
Sarà, ma come ho detto qualcosa io ho letto e mi son fatta l'idea che non esista un momento, o un periodo, in cui si smette di essere bambini e si diventa adulti; il bambino che siamo stati non ci abbandona mai e spesso si affaccia a guardare il mondo coi nostri occhi, a parlare con la nostra voce e a dar moto al nostro corpo. 
E mentre noi siamo tutti presi dalla nostra vita adulta lui sta ancora lì a pensare che, alle volte, gli oggetti scompaiono nel nulla.


sabato 21 dicembre 2013

5 ANNI!!!


Matteo ha compiuto 5 anni!




E come ogni anno si è ripresentato il problema di festeggiare il suo compleanno.
Si perché per me questa cosa rappresenta una scocciatura, un peso, un impegno che tenderei ad evitare. Mi rendo conto che un simile atteggiamento, se non denuncia qualcosa di patologico, quantomeno evidenzia un che di significativo ma, per quanto io ci pensi su, non riesco davvero a scoprirne le cause. Ogni anno aggiungo pezzettini di spiegazioni: quest'anno mi son detta che sono una persona incapace di sopportare l'ansia, anche quella minima connessa all'organizzazione di una festicciola di compleanno e che, a ben guardare, questo problema avrei dovuto affrontarlo tanti anni fa.
Comunque non ho potuto non tener conto dei desideri di Matteo. A dire il vero siamo giunti ad un compromesso. Invece della festa di compleanno con i coetanei (per carità: un'orda di bambini scalpitanti dentro casa, per di più accompagnati dai genitori) abbiamo optato per una cena con nonni, zii e cugini, "appena" 15 persone. Il tutto in piena emergenza "dai, dai che dobbiamo sbrigarci a raccogliere le olive prima che un'improvvisa grandinata ce le butti tutte per terra". 
Alla fine ce l'abbiamo fatta ed è stata una bella festa, nulla è andato storto (come sempre capita alle persone ansiose) e, cosa più importante, Matteo era felicissimo.
Cosa non farebbe un genitore per rendere felice suo figlio?
Si dovrebbe aver paura di rispondere a questa domanda.
Il mio gigantino  (25 kg. di peso per 117 cm. di altezza) ha 5 anni;
sono tanti, sono pochi, corrispondono alle sue effettive competenze cognitive, emotive e sociali? Non saprei e non sono interessata a saperlo. Mi basta vederlo sereno, vivace, dolce e pieno di fantasia.
E però l'anno prossimo Matteo andrà a scuola e, quando ci penso, le mie sicurezze cominciano a vacillare.
La sera prima del suo compleanno gli ho detto: 
"Ma lo sai che cinque anni fa, a quest'ora, tu ancora non c'eri? E dove stavi?" 
E lui, prontamente: 
"Con la cicogna!".
E ancora: spesso mi dice che da grande vuole fare il supereroe per salvare le persone ma che per farlo ha bisogno che il papà gli costruisca una spada vera; allora io gli dico che anche i medici o i pompieri salvano le persone e lui mi risponde che però solo i supereroi combattono i cattivi.
Insomma Matteo, ancora immerso in  una dimensione dominata dalla fantasia, l'anno prossimo inizierà a fare i conti con la realtà.
Pensare che, per quanto male se ne possa dire, il sistema scolastico italiano funziona bene e ormai le maestre posseggono le competenze pedagogiche necessarie e sufficienti per gestire l'ingresso a scuola dei bambini, non mi tranquillizza.
Forse perché non è di essere tranquillizzata che ho bisogno: ho bisogno di essere consolata.
Insensatamente sono triste perché penso che Matteo sta crescendo; presto il pensiero razionale, la crescente autonomia, la complessità emotiva, il senso del pudore prenderanno il sopravvento trasformando un bambino che appena adesso comincio a comprendere in un essere ancora più complesso.
Mi sforzo di essere ottimista, mi dico che sono abbastanza presente e attenta da cogliere il cambiamento ed accompagnarlo.
Succede di continuo: la sera del suo compleanno, tra lo scompiglio che ogni festa ben riuscita si porta dietro, mi sono lasciata sfuggire una domanda un po' scorretta: 
"Allora Matteo che ne pensi: papà e mamma se lo sono meritato un bacio per questa festa che ti hanno preparato?" 
e lui, voltandosi verso il padre e con un tono per niente interessato né compiacente: 
"Papà, grazie per questa bella festa".
Ecco, mi sarei aspettata che corresse verso di noi per darci un bacione o che rispondesse: "si mamma" invece la sua risposta è stata sorprendente; a parte il senso di riconoscenza che ho percepito nella sua voce, quello che mi ha colpita è stata l'elaborazione personale e autonoma della risposta. Ho realizzato in  quel momento che il cervello di mio figlio inizia a funzionare in modi che non sono più prevedibili come accadeva fino a poco tempo fa.
E quel rivolgersi al papà invece che a me è stata una cosa che davvero mi ha riempito il cuore di gioia. Cominci a capire, caro Matteo, che l'amore è qualcosa di diverso dall'affettuosità?
E ancora: da qualche notte Matteo si addormenta da solo. Dopo esserci preparati e aver letto uno dei suoi libri ("uffa mamma ma tu mi regali sempre libri!") mi dice: 
"adesso mamma vai di là perché io dormo da solo e non venire a controllare". Il tutto all'improvviso senza che io gli "suggerissi" alcunché.
Evidentemente il gigantino deve aver conosciuto la signora vestita di luce viola


"Ma quando è stato?" mi son chiesta, "Quando è passata? Possibile che io non mi sia accorta di nulla? 

Con questo ritmo in quest'anno potrebbero accadere cose sorprendenti e decisive anche al netto di quel tipico andamento altalenante di molti bambini (compreso il mio) che spesso tendono a "tornare indietro" verso modalità comportamentali e sociali tipiche di fasi di sviluppo precedenti, come fossero tanti piccoli gamberi.
Dunque non mi resta che tranquillizzarmi e farmi una ragione del fatto che mio figlio sta crescendo.
Smetterà (forse) di essere l'infante dolce e affettuoso che è adesso ma potrebbe sempre diventare un bambino altrettanto sorprendente.
Ad maiora.



mercoledì 21 agosto 2013

Anatomia comparata


Anche a rischio di attirare orde di internauti pervertiti ("Che brutto mondo signora mia...") questa è stata troppo simpatica e me la voglio annotare:
stavo facendo la doccia a Matteo, ad un certo punto lui richiama la mia attenzione, mi guarda serio e mi dice:
"Mamma tu devi mangiare più verdure sennò la tua pisellina non diventa mai grande!"

"Heee?!!!" Faccio io lievemente frastornata.

"Si perché le verdure fanno diventare grandi e la tua pisellina è piccola perché tu mangi poche verdure".
"A parte che io le verdure le mangio" faccio io un po' piccata 
"ma poi tanto la mia pisellina è già grande".
E lui un po' seccato: 
"E allora perchè non è lunga lunga come il pisilleno di papà?".
Dopo un momentino (i bambini vanno presi sul serio) di risata libera ho proceduto alle doverose spiegazioni sul fatto che chissà perché (non è ancora il caso di svelare il mistero) il pisellino e la pisellina sono diversi nelle femmine e nei maschi come le sisotte, del resto.
Matteo è sembrato soddisfatto della spiegazione (fortuna che la fase dei perché da qui non è ancora passata e non mi venite a dire che questo rappresenta un problema semmai lo è per chi ci ha a che fare) e abbiamo cambiato discorso; senonché, mentre gli asciugavo i capelli  mi fa:
"mamma guarda cosa ci faccio al mio pisellino" armeggiando con lo stesso,
"e tu che ci fai con la tua pisellina?"
"..."
"Mah...non so...cioè...
Insomma io mica la posso allungare come fai tu, è diversa".

"Ce l'ho fatta" penso io ma poi lo guardo e gli vedo un'espressione che più o meno doveva essere la mia quando il vecchio saggio mi chiedeva se avevo capito una cosa che mi aveva appena spiegato e io, mentendo, rispondevo "si, si" al che lui me la rispiegava.
"Vabbè" (che sembra una parolina insignificante e invece...) faccio io 
"adesso ti faccio vedere così capisci" 
e mentre mi guardava un po' divertito (cioè: i bambini sono naturalmente ferrati nella logica, volete che a cinque anni uno non inizi a chiedersi perché i suoi simili non scoprano mai solo alcune zone del corpo?) mi sono spogliata esponendomi alla sua curiosità e pensando 
"starò mica facendo una ca***ta?" ma poi mi son detta 
"diamine: è mio figlio, mica il mio ginecologo: un po' di leggerezza". 
E così è saltata fuori una mini lezione di anatomia nella quale Matteo ha sfiorato, toccato e stiracchiato chiedendo e ipotizzando, arrivando a disegnare sulla mia pancia la collocazione degli ureteri mentre farfugliava di "tubicini che vanno su". 

Poteva finire lì e invece:"ma allora non cresce più?"

"No a mamma, è già grande. Per capirlo dovresti vedere quella della tua cuginetta Aurora che è piccola
(?!!!)
ma non esageriamo...però...possiamo fare così...:"
"Papaaà, puoi venire un attimo in bagno...?"

E così poiché oltre ad avere una mamma un po' svitata ha anche un papà che, per quanto sia dia arie di genitore buono ma severo, quella svitata l'ha scelta tra tante (più normali)
Matteo ha infine capito.
Fiuuuuuh!


venerdì 15 marzo 2013

Disegni



Questo l'ha fatto Matteo!!!
Difatti lo diceva che a lui piace solo di disegnare; ha elaborato questo "mostro", che continua a declinare in varie versioni cambiando ogni volta i particolari, completamente da solo ed è estremamente soddisfatto quando io guardandole emetto un urlo di paura. Questo disegno qui, in particolare, mi ha divertito tanto che gli ho chiesto di regalarmelo, pretendendo anche la dedica, scritta mano nella mano.
A Matteo piace disegnare in questo periodo; sarà che disegnare è per lui anche un modo per creare la realtà (ciò che disegna diventa concreto) e per rappresentarsela (e dunque capirla), sarà che apprezzo le sue produzioni o semplicemente sarà che gli piace molto,  fatto sta che la cosa è per lui molto seria. Dunque lo è anche per me.
Allora ho iniziato ad osservare:


"Della serie: Piccoli criminali crescono. Complimenti ai genitori!", direte voi.
Ma no, non siate superficiali: questo l'ha fatto qualche giorno dopo la la grande protesta e la conseguente grande sfuriata materna, mentre era all'asilo (un sentito grazie alla maestra che decriptato il messaggio), è normale che uno ci legga:

se avessi una pistola io, Matteo il terribile, aiutato da un supereroe amico mio, farei tanta paura a quei cattivoni di mamma e papà, che stanno là, oltre la casa, insieme, mentre io sto qua, da solo (meno male che c'è il supereroe amico mio); ma io c'ho una pistola che passa anche attraverso le case, una super pistola, e infatti papà e mamma, brutti e cattivi, hanno una paurissima di me. Oltretutto c'ho anche l'arma segreta: il disco volante fatto a ragno [sfuggito anche all'analisi della mestra, appunto trattasi di arma segreta] che punta contro di loro.
Vò messo paura, eh?
Sono più forte di voi.
Mi sento soddisfatto
quasi, quasi...
disegno un sole,
un pò mostro, però.

Niente di preoccupante, c'è anzi da gioire che questo bimbetto inizi domandarsi, "chi sono, dove sono e, soprattutto, cosa ci faccio qui?". Tanto, prima o poi, tocca a tutti e si inizia sempre da lì. L'importante è passare in fretta ad altro.
Dunque inizierò a preoccuparmi solo nel caso il soggetto artistico dovesse ripetutamente catturare  l'attenzione di Matteo. Certo si è aperto per lui il grande periodo "triangolare", che verrà vissuto in tutte le sue sfumature cromatiche e proiezioni geometriche, con meticolosità vangoghiana; c'è d'aspettarsi tanta altra inquietudine, dovrò preparami ad immagini che rimarranno impresse indelebilmente nella mia testa ma ce la possiamo fare.
E la morale della storia è:

Che carta, colori ed estimatori non manchino mai ai vostri bimbi.




sabato 15 dicembre 2012

Ma un par di fatti vostri, mai?

Ci sono parole che, quando escono dalla bocca di un bambino, fanno un effetto sgradevole, al limite del volgare.
Da giorni ormai Matteo usa l'aggettivo "morto". Quando gli ho chiesto dove avesse sentito quella parola mi ha risposto: "all'asilo, la maestra mi ha detto che quando le persone vanno in cielo, come nonno L., moiono".
Ecco appunto: nonno L. morto un anno prima che Matteo nascesse e per questo, per reazione a questa cosa che ho sempre considerato un'ingiustizia, da sempre presente nelle nostre conversazioni. "Nonno L. è in cielo, non può tornare qui, ma dal cielo ti guarda sempre perché ti vuole tanto bene e quando fai le ninne lui viene a trovarti e con la sua macchina speciale che vola ti porta a spasso tra le nuvole".
Ogni tanto qualche accenno a chi era, alle tante cose che sapeva fare, alle sue passioni. Poco però, perché credo sia più giusto che a raccontare il nonno che è in cielo siano il papà, la nonna e gli zii di Matteo. Io mi limito a colmare un vuoto che l'assurdità di una morte non ancora accettata e metabolizzata rischiava di creare.
Sono infastidita da questa "ingerenza" della maestra. Mi si dirà che è normale, che i bambini prima o poi incontrano anche gli aspetti sgradevoli della realtà, che così crescono, che questa maestra, alla fine, mi ha fatto un favore, che poco importano le parole quando la realtà che esse significano è tanto incontrovertibile e definitiva.
Sarà, ma io questa tendenza a far scontrare i bambini, anche molto piccoli, col principio di realtà, non l'ho mai condivisa.
Mia cognata ha comprato a mia nipote (5 anni) un CD in cui viene spiegato come nascono i bambini. E' stato molto imbarazzante ma ho dovuto dirle che non lo facesse vedere a Matteo; il gigantino pensa ancora che i bambini li porti  la cicogna. Suppongo che la prima volta che si accorgerà di una donna in avanzato stato di gravidanza, avrò molto da ingegnarmi ma inventerò qualcosa. Come quando  mi ha chiesto cosa fosse l'ombelico e io: "Ti ricordi quando ti ha portato la cicogna? Lei ti teneva per una specie di cordicella attaccata al tuo pancino, prima di volar via l'ha tagliata e ha fatto un nodino, ecco quello è l'ombelico!".
Sui fatti importanti della vita bisogna dare ai bambini, ma anche agli adulti, spiegazioni che siano in grado di gestire non semplici parole, per quanto precise. 
Quest'estate all'ennesimo discorso su nonno L. che sta in cielo, papà camp si è sentito porre da Matteo la seguente richiesta: "papà se nonno L. sta in cielo, allora prendiamo un aereo che va in alto, altissimo e andiamo a trovarlo!". Dove abbia trovato la prontezza di spirito per rispondere, non so (a me è venuto da piangere quando me lo ha raccontato e anche adesso che ci ripenso) ma papà camp ha replicato: "no Matteo, non possiamo andare a trovare nonno L. perché se si va in cielo poi non si può più tornare indietro".
Una bella esperienza quella chiacchierata tra padre e figlio, franca e senza menzogne pur non avendo mai usato la parola "morto".


sabato 29 settembre 2012

Spannolinamento: ultima frontiera.

Ecco ci siamo: dopo due settimane di uscita alle 12.30 finalmente da lunedì all'asilo inizierà l'orario pieno. Per gli altri bambini, per Matteo no. Lui uscirà, come l'anno scorso, alle 13.30 per via del suo "problemino" con la cacca. Il fatto è che siamo finalmente riusciti a curare le ragadi, ormai fare la cacca è tornato ad essere un fatto normale, non è più una sofferenza, tuttavia di usare vasino o wc non se ne parla ancora. Poiché nella scuola materna non c'è una figura professionale tenuta al cambio del pannolino (anzi il bambino che la frequenta dovrebbe già essere spannolinato) e poiché l'ingresso ai genitori è consentito solo in via eccezionale per cambiare i bambini che eventualmente si sporcassero, non ci resta che uscire anticipatamente nell'attesa che Matteo si decida a compiere il grande passo. Diversamente rischieremmo di ritrovarci punto e a capo perché se Matteo avvertisse lo stimolo in orario scolastico, non avendo il pannolino, tornerebbe a trattenere la cacca. Quanto durerà questa situazione?
Non lo so e "francamente me ne infischio". Il fatto è che ho deciso di abolire totalmente ogni discorso sul tema e di attuare una "autogestione controllata" dello spannolinamento. Si potrebbe pensare che io abbia gettato  la spugna, che mi sia arresa ai capricci e alle testardaggini di Matteo. Non è così. La realtà è che ho osservato attentamente Matteo: ogni volta che fa la cacca il merito non è mai suo; se in quel momento stava mangiando un biscotto allora "è stato il biscotto a far uscire la cacca", se poco prima aveva fatto una corsa allora "è stata la corsa", se il papà lo aveva messo sulla moto "è stata la moto" e via discorrendo. Non è mai merito suo, non è mai lui che la fa uscir fuori. Ancora fino a pochi giorni fa, quando appunto ho deciso di usare questa strategia, l'espressione del suo viso quando si rendeva conto che stava per farla era di paura mista a sgomento. E' stato allora che ho capito quanto per lui fare la cacca potesse essere difficile e quanta importanza avesse il pannolino, unico alleato, una sorta di salvagente, di talismano. E allora mi son detta "ma chi sono io per imporgli di farne a meno, che ne so io delle sensazioni e del disagio che il suo corpo gli trasmette?". Proprio ieri una delle maestre si lamentava di come anni fà i bambini fossero tutti pressoché spannolinati all'entrata nella scuola materna e parlava della necessità che i bambini raggiungano l'autonomia il più precocemente possibile. 
A parte il fatto che la pediatra mi ha tranquillizzato sostenendo che non c'è nulla di cui preoccuparsi se un bambino di quasi quattro anni che ha avuto le ragadi indossa ancora il pannolino, ma siamo sicuri che si possa raggiungere l'autonomia per imposizione? E se un bambino non è interessato a farlo, è lecito sottoporlo a ricatti morali del tipo "finché porterai il pannolino sarai sempre un bimbo piccolo"? Non sarà invece che l'autonomia che ci interessa è la nostra, quella di noi genitori?
Ero immersa in questo tipo di riflessioni quando mi sono imbattuta in questo, sono dei consigli che alcune mamme della Leche League danno ad un'altra mamma con un problema di spannolinamento molto simile al mio. Ebbene sono rimasta colpita dall'espressione "svezzamento dal pannolino" che una di loro ha usato, perché ripensando al nostro svezzamento dal latte mi è tornata in mente la complessità e la lunghezza di quel percorso. Avrei potuto "velocizzare" il tutto sopportando qualche giorno di protesta disperata ma non l'ho fatto perché volevo qualcosa di più dolce e, soprattutto, di condiviso; mi interessava che Matteo avesse una parte attiva in questo nuovo modo di relazionarci. Alla fine penso di aver ottenuto ciò che volevo. Certo ci son voluti tanto tempo e tanta pazienza, cose che avevo allora e ho anche oggi. Ecco, l'unico aspetto positivo dell'essere una mamma a tempo pieno è che si può, il più delle volte (ma non sempre ché anche noi abbiamo i nostri problemi), rispettare i tempi dei bambini.
Allora basta con le sedute sul vasino, basta con i discorsi sulla cacca (a meno che non sia Matteo ad intavolarli), basta con le mie esigenze anteposte alle sue.
Ho deciso di dare fiducia a Matteo e di rispettare i suoi tempi. So che un giorno mi stupirà.
E quel giorno dalle finestre di casa nostra voleranno pannolini.
Evviva!

domenica 17 giugno 2012

Come un elefante in una vetreria


 Il giorno in cui ho partorito portavo al collo una collanina sottile con un ciondolo a forma di cuore. La mia vicina di stanza mi ha suggerito di toglierla, ché mi avrebbe dato fastidio durante il travaglio, un po’ impaurita l’ho tolta e l’ho messa dentro il portafoglio. E’ rimasta lì per qualche mese, prima che mi decidessi a riporla per bene.
Unico ornamento di quel periodo è stato il braccialetto di identificazione azzurro che associava infallibilmente me a mio figlio. Penso di averlo tenuto al polso per circa due mesi, suscitando la curiosità preoccupata di parenti, amici e conoscenti. L’ho tolto quando ho iniziato a superare il trauma del parto.
Successivamente, un giorno qualunque del primo anno di vita di Matteo, ho  sentito la voglia di rindossare una collanina. Ne ho molte, e ho molti ciondoli, fatti per lo più di pietre dure dalle forme anticheggianti. Quel giorno scelsi un ciondolo con una pietra color viola scuro e una collanina in oro bianco. L’ho messa e non l’ho più tolta, salvo quando me lo ha chiesto Matteo.
Adornarsi è un’attività specifica dell’essere umano, anche tra le popolazioni meno evolute tecnologicamente, dunque è chiaro che i bambini, nella misura in cui crescendo ripercorrono l’evoluzione filogenetica dell’uomo, esprimano questo bisogno. Eppure quando Matteo mi chiede “mamma mi dai la tua collana?” non ha semplicemente voglia di essere più bello né sta solamente esprimendo il suo gusto estetico; piuttosto questa domanda fa il paio con “mamma adesso ti regalo questa così fa le ninne con te” frase che mi dice alla sera, nel lettone, porgendomi una delle sue macchinine mentre nelle sue manine ne stringe altre due.
Così, ogni tanto e solo dietro sua richiesta, io tolgo la mia collanina e gliela metto al collo e lui è felice e soddisfatto. Poi aspetto, per lo più qualche ora, il momento in cui ad essere felice e soddisfatta sono io perché lui mi guarda e mi dice “adesso mamma toglimela”. Felicità un po’ amara di ogni mamma che vede il suo bimbo crescere.
Non mi importa se la gente ci guarda incuriositi, non mi interessa cosa possano aver pensato le maestre o i suoi compagni d’asilo perché ogni volta che Matteo chiede la mia collana io penso che lo faccia perché ha bisogno di sentirmi vicina.
Mi tornano in mente le parole della nostra pediatra: “ai bambini bisogna saper dire anche di si, non solo di no” e bisogna anche sforzarsi di capire il senso delle loro richieste, aggiungo io.
Così la mia collanina addosso a lui sta a significare la sua capacità di esprimere il bisogno della mia vicinanza e la mia sensibilità a cogliere tale bisogno.
Ebbene, tutto questo significato ogni tanto si scontra con la superficialità di chi sta accanto alla coppia madre-figlio: l’altra mattina Matteo ha chiesto la collanina, io gliel’ho messa al collo e dopo averlo lasciato dalla nonna, l’ho rivisto solo alla sera. Allora, dopo esserci salutati, dopo aver giocato un po’, mi si avvicina e mi chiede di togliergli la collana, io lo faccio, lui scappa dentro casa. Appena lo vedono, sento la nonna esclamare: “finalmente hai tolto quella collana da femminuccia” e poi la zia “devi dire a mamma di comprartene una da maschietto”.
E’ chiaro che nulla di irrispettoso nei miei confronti può essere ravvisato nella parole di nonna e zia eppure all’ascoltarle ho sentito, in sottofondo, il fragore prodotto dai movimenti di un elefante in una vetreria di Murano. “Crac, crac, crac”: oggetti di indicibile finezza e delicatezza travolti da zampe talmente tozze e dure da non essere neppure ferite dai cocci.
Ferita però mi sono sentita io, al pensiero che Matteo potesse trovarsi d’accordo con un ragionamento che, oggettivamente e logicamente, non fa una piega e che pure, se lui ne fosse rimasto colpito, potrebbe porre fine a questo nostro gioco.
E la magia a poco a poco se ne va.
Ma non è detto...



sabato 31 marzo 2012

Son soddisfazioni!

Ieri siamo stati dalla "nostra" pediatra per la visita di controllo dei tre anni, veramente avremmo dovuto farla a dicembre ma tra il lavoro, le feste e soprattutto un rifiuto da parte mia degli ambienti medici, son passati tre mesi. Comunque, come volevasi dimostrare, Matteo gode di ottima salute è solamente un pochino in sovrappeso ma niente di allarmante. Io sono una mamma che quando porta il figlio dal pediatra dedica poca attenzione alle questioni strettamente mediche preferendo sfruttare il poco tempo a disposizione per porre domande sullo sviluppo cognitivo e psicologico. La "nostra" pediatra per fortuna è sempre disponibile a chiarire i miei dubbi difatti si è soffermata a lungo ad osservare il disegno che Matteo le aveva portato facendomi notare come la scelta dei colori usati dimostrasse la sua positività e felicità. Allora le ho chiesto il suo contributo chiarificatore sul dubbio del momento: 
"Dottoressa come mai Matteo quasi tutti i giorni fa un sacco di storie per andare all'asilo ma poi, non solo ci va, ma le sue maestre mi dicono che è un bambino calmo e tranquillo, che non si vede e non si sente? Sarà mica un caso di sdoppiamento della personalità precoce?"
E lei, trattenendo a stento una risata. "Signora mi scusi ma lei era felice, da piccola, di andare tutti i giorni a scuola? Francamente io mi preoccupo di quei bambini che sono entusiasti di andare all'asilo a tal punto che vorrebbero starci sempre perché è probabile che a casa c'è qualcosa che non va. Lei non si preoccuperebbe se suo marito volesse andare a lavorare anche di domenica?"
(Che genio la mia pediatra!)
"Vede il comportamento che suo figlio assume all'asilo dipende dal fatto che è un bambino abituato a seguire delle regole, per questo quando è all'asilo è calmo e tranquillo, molti bambini invece manifestano grande disagio a starci, che può arrivare a manifestarsi in veri e propri malesseri fisici, perché non sono in grado di sopportare i limiti che l'ambiente scolastico comporta."
"Ma allora perché se lì è così bravo e tranquillo, poi a casa diventa un terremoto?"
"Signora ma a nessuno fa piacere seguire le regole e i bambini sanno che a casa, vuoi per quieto vivere, vuoi per stanchezza, spesso i genitori cedono. Vede è vero che con i bambini bisogna saper dire "NO" ma è anche importante saper dire "SI". Suo figlio, per me, è una mosca bianca: si è fatto visitare tranquillamente e adesso, che la visita è finita, sta giocando. Questo significa che sa distinguere tra momenti diversi. Le assicuro che questa è una rarità: sapesse quante volte ho pensato di eliminare i giocattoli vicino al lettino perché va sempre a finire che invece di intrattenere il bambino durante la visita diventano per loro il pretesto per evitarla. La verità è che suo figlio è un bambino molto ben educato."
C'è bisogno che io vi descriva le vette inesplorate che il mio orgoglio di madre a tempo pieno ha raggiunto in quel momento? E non è per la bella figura fatta: ci sono state e ci saranno tante occasioni per sentirmi imbarazzata di fronte ai suoi capricci e ai suoi attacchi di aggressività ma constatare che Matteo è un bambino che non stressa il prossimo suo e che anzi conosce e pratica una forma, magari ancora non raffinata, ma pur sempre apprezzabile di rispetto per gli altri mi ha dato la bellissima sensazione di essere una madre adeguata.
E quando siamo tornati a casa in mezzo al disordine imperante, alla onnipresenza di giocattoli, ai segni della lotta mattutina per vestirlo, alle decine di cose iniziate e non ancora finite ho pensato: "Chi l'avrebbe mai detto che nonostante l'apparente sfacelo sto crescendo un bambino educato, equilibrato e felice? ".



lunedì 12 marzo 2012

Sentire il cuore

Ieri sera, dopo un intenso scambio di bacetti, il gigantino mi ha detto:

"Mamma coi toi bacetti mi dai il cuore"

Sicuramente l'avrà sentita da qualche parte,
(ma che gente frequenta questo bimbo?)
però è stata davvero una bellissima sorpresa.
Eh!

Venti minuti dopo:

"Mò ti acchiappio e ti schiaccio"

Ma si sà che in amore le parole non sono tutto...




lunedì 19 settembre 2011

Asilo o assillo?


"Attenzione a ciò che desideri...potrebbe avverarsi!"
Appunto: sono stata mesi a pensare a quando finalmente Matteo sarebbe andato all'asilo e adesso che ci va, mi domando cosa ci sia di tanto desiderabile in questo allontanamento semi coatto.
Dunque: lui sembra abbastanza entusiasta e solo oggi (seconda settimana di frequenza, sesto giorno di separazione) è voluto venire in braccio e non voleva lasciarmi andare, al momento di entrare. Per questo mi è stato concesso di accompagnarlo fino all'aula dove una maestra l'ha accolto tra le sue braccia mentre la collega mi invitava rassicurante ad allontanarmi con nonchalance. Fortuna che sulle scale ho incontrato Lola  la "cuginetta, amichetta, bimba come me" di Matteo e mi son detta -dai, dai esci di qui e pensa ad altro-.
Sembra facile, ma mica lo è. Io sto sempre a pensare a Matteo. Al fatto che sta vivendo "l'incontro col gruppo dei pari", un evento che sta alla sua crescita sociale come il primo passo sta a quella fisica, e a me non è permesso assistervi. 
Che rabbia che ho dentro! Verso le maestre soprattutto che pensano di risolvere le materne apprensioni con un "è stato bravissimo, non si è visto né sentito" mentre proprio con frasi del genere aumentano l'apprensione di un certo tipo di genitori, genitori che invece, quando si tratta dei loro figli e della loro crescita, non si fidano di nessuno, vogliono vedere con i loro occhi un po per senso del dovere e molto per piacere. Ecco perché io,  queste maestre, le invidio, anche. Quanti sorrisi mi sto perdendo? E quali entusiasmi? E quale giallissimo dipinto avrà fatto Matteo venerdì, che il suo grembiulino era tutto macchiato?
Che rabbia che ho dentro! Verso la Scuola italiana che sulla carta è tutto un "cooperazione scuola-genitori", "offerta formativa" "armonizzazione dei vissuti infantili" ma poi quello che arriva ai genitori è "sbrigati ad uscire da qui ché noi abbiamo da lavorare anzi no, non entrare proprio che a tuo figlio ci pensiamo noi".
Io questa cosa la sto vivendo come una violenza, una specie di abuso di potere legittimato da convinzioni pedagogiche vecchie e discutibili. Nel paese che ha dato i natali alla Montessori. Che tristezza!
Io su questa cosa ci sto riflettendo seriamente: sto elaborando un progetto che sottoporrò alle maestre prima e, se riesco a convincerle, al direttore didattico il cui intervento è necessario poiché dovrebbe introdurre una modifica al regolamento di istituto. 
E' molto semplice: si tratterebbe di permettere a due di genitori di altrettanti bambini di entrare in classe un giorno a settimana (preferibilmente il venerdì) durante gli ultimi trenta minuti di lezione, per soli dieci minuti e di poter passare questo tempo in classe coi loro figli. Si avrebbe così la possibilità di vederli all'opera nell'ambiente della classe, in interazione con i compagni, con oggetti e regole diverse da quelle di casa. Il bambino avrebbe la possibilità di dire "guarda mamma/papà che cose importanti faccio mentre sono lontano da te". Si darebbe ai piccoli la possibilità di sperimentare che quelli che per loro sono estranei, per altri sono persone significative e amate, cosa che spesso i genitori fanno fatica a comunicare ai propri figli. Nella migliore delle ipotesi ci si potrebbe avvalere della professionalità delle maestre per sottoporre dubbi e domande per i quali sembra non ci sia mai tempo. Chiaramente i genitori ospiti non dovrebbero mai intralciare l'attività di maestre e bambini né imporre la loro presenza agli altri piccoli. Chiaramente ci sarebbe un registro da firmare per garantire la "rintracciabilità" degli ingressi.
Insomma sto cercando di pensare a tutti gli aspetti logistici e soprattutto alle possibili obiezioni. E, più articolo, più mi viene il dubbio che l'unico, insormontabile scoglio sarà: -signora ma perché dovremmo creare tutto questo trambusto?-. 
Infatti perché? Si fa prima a pensare che sono i genitori quelli capricciosi, che devono imparare a fidarsi e ad affidare i loro bambini, che inizia adesso la dolorosa accettazione dell'alterità dei loro figli, che le cose son sempre andate così e che motivo c'è di cambiare.
Ok lo concedo: l'unico motivo è l'amore di un genitore per suo figlio, il suo volersi sentire chiamato in causa personalmente e predominantemente in ogni aspetto della sua vita; sarà poco e poco importante ma loro dovranno concedere a me che un genitore felice mette in moto potenzialità incalcolabili in un bambino, e questo paese ha bisogno di grandi bambini. 
Io ci provo.


sabato 1 gennaio 2011

Qui non si chiude per festività.

Decisamente a casa camp non si chiude per festità, da noi la vita procede come un caterpillar investando lungo il cammino ferie feste e futuri ricordi. Dunque fino ad adesso le festività sono state dedicate ad accudire malati e a consolare afflitti ma anche a mettere qualche puntino sulle "i".  Perchè io credo che se ognuno fa la sua parte, le cose diventano più semplici per tutti e più appaganti.
E lo so che non si capisce niente ma ha a che fare con dinamiche familiari troppo incasinate per essere riassunte in maniera comprensibile.
Il concetto di fondo però è semplice e riguarda la responsabilità e l'armonia:
per vivere in armonia la nostra vita bisogna che ci assumiamo delle responsabilità verso chi ci sta vicino anche se avremmo voglia solo di riposare e pensare ad altro. 
Accidenti che banalità! Ma non è così ovvio: nella mia famiglia negli ultimi giorni non lo è stato,  ma forse ce la caviamo lo stesso.


Carisimo stelloccchietto grazie per la collaborazione di questi giorni e per la tua pazienza e per tutti i sorrisi e i bacetti che hai regalato a tutti noi. Mi sa che la befana davvero ti porterà tanti mei perchè sei proprio bello e buono (ma pure un pò di carbone perchè sei anche discolotto quando bisogna cambiare il pannolino e quando inizi a fare "il piccolo Attila").
Perchè la bafana telefona a tutti: mamma, papà, nonni e zii e domanda "ma matteo è stato buono?" Se tutti dicono "si", allora lei porta tante mei a Matteo sennò porta cenere e carbone. A proposito ricordiamoci di pulire il camino quando scende, sennò si sporca.

sabato 18 settembre 2010

Calzini sporchi e coscienza ecologica


Ci sono cose che una persona non può rimandare all'infinito: quando ti accorgi che nei cassetti sono rimasti tre paia di calzini bianchi, ti coglie la certezza che i latitanti si trovino nel sacco degli orrori, sporchi, sporchissimi.Urge lavarli, al più presto, a tutti i costi. Ora, chi usa questo pregevole indumento sa bene quanto sia difficile riportarlo ogni volta agli antichi splendori, trattasi di questione seria e complessa; non bastando lavarli in lavatrice, neppure a 90 C° e, non essendo ecologicamente tollerabile usare litri di detersivo nè additivi di dubbia composizione chimica, mamma camp fa così: mette in ammollo i suddetti in acqua,detersivo e candeggina e dopo qualche ora procede al risciacquo a mano, preliminare ad un semplicissimo lavaggio in lavatrice a 40 C°. Risultato: bianco splendente, tessuti rispettati, inquinamento minimizzato.
Ieri si era appunto al momento del risciacquo, di solito queste attività vengono svolte dalla mamma campeggiatrice mentre il gigantino dorme, ma ieri la tabelle di marcia prevedeva altre incombenze dunque la rischiosa decisione di effettuare l'operazione in presenza del bimbo.
Coerenza, prima di tutto: se mamma camp gioca con l'acqua è ragionavole supporre che anche al gigantino verrà voglia di farlo e non ci saranno parole sufficientemente persuasive per impedirglielo.Difatti eccoli là, ameno quadretto di vita domestica, lei a sciacquar calzini, lui a riempire bicchieri d'acqua dal rubinetto del bidet per poi svuotarli nell'adiacente secchio. Una cosa però turba la mamma e non è il laghetto che si va formando sotto i piedi del gigantino, quanto la costatazione che non si può sprecare tutta quell'acqua così, per gioco,


"almeno amore quando svuoti il bicchiere,chiudi il rubinetto"
dice la mamma,con grande presenza di spirito: ci fosse stata qualsiasi altra persona, avrebbe interrotto il flusso e basta, senza spiegazioni tanta è l'insofferenza che le provoca l'inutile spreco. A dire il vero così ha già provato a fare in altre occasioni, ma più chiudeva, più il gigantino riapriva; nè sono serviti discorsi fatti con voce amorevole, l'unico espediente valido dimostrandosi la chiusura del tecnico manipolo istallato dallo zio tecnico al momento della costruzione del bagno ( e pensare che l'ignara giovine aveva all'epoca obiettato sull'utilità dell'aggeggio) ma mamma camp oggi non ha cuore di ingannare l'eroico mescitore, di sopportare il suo sguardo di disappunto nel costatare che, senza alcun motivo che GLI sia apparente, all'improvviso aqua più. Cosa ne sarà del principio di causa effetto che timido si va formando nella sua testolina?Già rassegnata all'idea di rinunciare alla prossima doccia onde non incidere negativamente sul bilancio idrico familiare e mondiale, è solo per mera abitudine alla reiterazione (derivata da mesi e mesi di esposizione alla famigerata banda dei teletubbies) che mamma camp ripete
"amore però quando svuoti il bicchiere, chiudi il rubinetto"
é allora che l'inaspettato accade: il gigantino alza la testa, guarda la mamma e...
chiude il rubinetto!





Tesoro mio, mio piccolo gigantino, sei proprio un ometto. Vorrei darti tanti bacetti da farti venire il singhiozzo, vorrei lanciarti in aria e riempirti di caramelle perché hai fatto una cosa che tanti adulti molto più intelligenti di te non fanno, pur sapendo che è importante. La tua mamma, che ti vuole tanto bene, che passa tutto il suo tempo con te e certe volte si chiede se ne vale la pena oggi ha capito che si, il tempo passato con te è prezioso è non è mai impiegato male anche quando non facciamo niente di speciale, anche quando lo passiamo a lavar calzini.
Baci bacini e baciotti, gigantino mio.












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