giovedì 13 novembre 2014

Il momento è storico

Addì 13/11/14, dopo lunga ed emozionante attesa Matteo ha perso il suo primo dentino da latte (incisivo centrale inferiore).
Attendiamo impazienti la visita del topino dei dentini sperando di sfruttare il momento per dare finalmente risposta alla domanda che ha tormentato la nostra infanzia:
ma sto topino con tutti sti dentini cosa accidenti ci fa?



venerdì 31 ottobre 2014

II° comandamento

Quella del contadino è una vitaccia; non importa l'impegno che metta nel suo lavoro perché in ogni momento il risultato della sua fatica è alla mercé di una forza troppo grande per essere tenuta sotto controllo: la natura.
Sarà per questo che Abele era il fratello buono e benevolo: lui di mestiere faceva il pastore!
Quest'anno la calamità naturale del momento si chiama bactrocera oleae che, complice l'estate umida e piovosa, ha recato danni anche in zone dove solitamente non ne faceva. 
Non è bello arrivare al momento della raccolta e ritrovarsi con olive bucherellate e striminzite, andare a cogliere (con tutta la fatica del caso) sperando non sia stato tutto sudore sprecato, guardare con sospetto questo liquido verde pensando a tutte le voci allarmistiche sulla sua qualità (addirittura c'è chi ha detto che l'olio di quest'anno sarebbe cancerogeno!).
Non è bello soprattutto dover rinunciare alla raccolta perché il parassita in questione ha reso l'olio immangiabile ma per fortuna non è questo il nostro caso. Avremo poco olio, sicuramente di qualità inferiore ma comunque edibile.
"'n'grazia a Dio" cioè "ringraziando Dio", come ha prontamente esclamato mia madre al ritorno dal frantoio, l'olio anche quest'anno l'abbiamo "rifatto", poco importa se a malapena basterà per tutta la famiglia: staremo attenti a non sprecarlo.
Se io dovessi scegliere una frase per descrivere mia madre, sceglierei "'n'grazia a Dio" non tanto per la frequenza quanto per la scelta dei momenti in cui lei la usa.
Tutto va male, stai perdendo finanche la voglia di reagire ma datele un valido motivo per pensare positivo ed ecco che mia madre affermerà "'n'grazia a Dio...".
Cara mamma, sempre qui tutti concentrati su papà, sui suoi problemi e i suoi drammi esistenziali, dando la tua presenza per scontata, operosa rammendatrice di trame consumate e di strappi apparentemente insanabili,
cara mamma, volevo dirti che hai fatto un gran bel lavoro e che quel poco di equilibrio mentale che mi ritrovo, di certo, lo debbo a te.
Cara mamma, 'n'grazia a Dio sei stata e continui ad essere una buona madre.
Grazie (a te, questa volta).







domenica 28 settembre 2014

I supereroi lasciamoli nei fumetti

Due domeniche fa, in piena ansia da "giorno prima del primo giorno della prima elementare del nostro primo figlio (seguirà, giusto il tempo di focalizzare meglio, specifico post sull'evento) così, tanto per stemperare l'ansia, abbiamo portato Matteo al pronto soccorso.
Il bimbo cresce in altezza e peso e, stavolta, il classico salto dal divano gli ha provocato un forte dolore al tallone destro. S'è subito capito che la cosa era degna di nota perché ha pianto, cosa che di solito non fa, anche quando prova dolore. Siamo subito intervenuti, papà camp ed io, col ghiaccio, abbiamo atteso circa mezz'ora ma il dolore non diminuiva e Matteo non riusciva a poggiare il peso sul piedino tanto da camminare in maniera sbilenca. Dunque abbiamo deciso di recarci al P.S. Siamo andati prima in quello dell'ospedale più vicino (per ora: si vocifera infatti di una sua chiusura) ma l'infermiera mi ha informato che le macchine per la radiografia erano rotte. Strano: tre sale radiografiche tutte inutilizzabili! Comunque dato che nel frattempo il dolore persisteva, ci siamo diretti all'ospedale del capoluogo. Siamo arrivati in P.S. alle 18.30 circa, ci ha accolto un'infermiera che ha aperto la cartella clinica invitandoci ad attendere nell'apposita sala. Così abbiamo fatto; debbo dire che Matteo è un bambino abbastanza paziente: ha iniziato a dare i primi segni di insofferenza solo alle 20.30, circa un'ora dopo rispetto al papà e alla mamma, i quali, anche in considerazione del fatto che ormai il bambino non sentiva più tanto dolore e aveva ripreso a camminare quasi normalmente, avevano deciso di aspettare al massimo sino alle 21.00. Invece, poco dopo ci hanno chiamato. Siamo entrati, il medico ha visitato il piccolo e ha valutato la probabile assenza di lesioni ossee ma ha tuttavia deciso per una radiografia, a suo dire, "dirimente". Ho accompagnato io Matteo in sala radiografia dove è stato accolto da un tecnico e un medico. Il medico ha visionato il piede quindi il tecnico lo ha invitato a sedersi sul lettino dell'apparecchio. Matteo ha eseguito ma rimaneva seduto quindi il tecnico l'ha apostrofato in maniera un po' rude invitandolo ad allungarsi. Allora con tono leggero ho detto:
"Non faccia così, altrimenti mi si spaventa e in ospedale non vorrà più metterci piede", e lui
"ah ma questa sarebbe una buona cosa, significherebbe che suo figlio sta bene" e io
"eh si, sarebbe proprio una bella cosa, magari!"
Ultimamente mi capita di dire o scrivere cose che vengono interpretate in maniera esattamente contraria a quello che volevo intendere. C'avrò Saturno contro, capita!
Fatto sta che il tecnico cambia completamente tono e inizia:
"si, perché la colpa non è dei bambini che giocano e si fanno male, la colpa è dei genitori che li portano subito all'ospedale per fargli fare esami inutili e dannosi, perché queste sò radiazioni, mica caramelle."
Giuro che ho pensato: "questo, o sta in astinenza da nicotina o è leggermente brillo" ma ho deciso di soprassedere però lui ha insistito:
"si perché i genitori sò contenti di portà i figli all'ospedale e se il medico gli dice -sta tutto a posto- loro ci rimangono male e pretendono la radiografia".
A quel punto ho perso la pazienza: "scusi ma non l'ho mica detto io al medico di fare la radiografia, sarei stata ben contenta di evitarla, ma se l'ha chiesta lui forse era necessario farla", a quel punto il medico radiologo alza gli occhi dal monitor e con sguardo comprensivo mi fa:
"purtroppo signora oggi spesso i medici prescrivono esami che potrebbero essere evitati per tutelarsi; è accaduto infatti che bambini nella situazione di suo figlio, dopo essere usciti dal P.S. senza aver effettuato radiografie si siano poi fatti male sul serio e i genitori siano tornati affermando che le lesioni non fossero state viste al primo accesso, lei capisce che una radiografia, in questi casi tutela il medico" e io:
"lo capisco ma questo non è un mio problema" e lui:
"in effetti no".
Dopo questo tentativo di distensione il medico si è alzato e se ne è andato in un'altra stanza e si poteva finirla lì invece il tecnico è tornato alla carica:
"i genitori di oggi sò tutti stupidi: non sanno riconoscere un problema serio da una stupidaggine" e io (tanto con me ce l'aveva):
"vede il fatto è che io non sono laureata in medicina e nemmeno in scienze infermieristiche e nel dubbio..."
"ma quale dubbio" incalza lui 
"forse suo padre quando lei era piccola l'ha portata in ospedale ogni volta che si è fatta male? E' che oggi a stì ragazzini gli date troppo spago".
"ah ecco" penso io "siamo difronte al classico modello pedagogico -cerca di non farti male sennò ti do pure il resto-, ma questo da dove è uscito oggi" ma invece dico:
"guardi che io in vita mia ho frequentato abbastanza ospedali da..."
"eh ma signora le esperienze nella vita possono rendere più intelligenti o più stupidi e nel suo caso..."
"...capire che sono ambienti da far frequentare il meno possibile ad un bambino ma tanto lei non ascolta quindi pensi quello che le pare".
Come è facile immaginare l'atmosfera si era fatta un tantino pesante e anche Matteo, nel frattempo sceso dal lettino, guardandomi preoccupato cercava di distogliermi dalla conversazione: "mamma abbiamo fatto? Ce ne possiamo andare, vero?".
"Si amore solo un attimo per mandare gentilmente a quel paese questo lavoratore pubblico indisponente e maleducato che pensa che io sia una madre degenere che proietta tendenze ipocondriache sull'incolpevole figlio", 
"si amore non appena il signore ci autorizza".
"Ma si: vada, vada che non c'è niente come nell'ottanta per cento delle radiografie che vede qui" e, accompagnandoci alla porta: 
"io l'ho capito appena entrato che suo figlio non c'aveva niente, si vedeva da come camminava"
"le assicuro che due ore fa non camminava così"
 "eh vabbé"
Come volevasi dimostrare la radiografia era negativa; quando siamo tornati dalla sala radiografia il medico che aveva visitato Matteo non c'era: l'infermiera ci ha spiegato che l'aveva autorizzata a chiudere la cartella in caso di referto negativo, lui intanto stava visitando altri pazienti
"purtroppo deve pensare, da solo, ai codici verdi e a quelli gialli" e io, che avevo visto la sala d'attesa piena: 
"ma come fate a lavorare in queste condizioni?" 
L'infermiera molto seriamente e cordialmente (si vede che nel frattempo, Saturno s'era spostato) mi fa:
"che dobbiamo fare, signora? Lavoriamo più del dovuto e in condizione di forte stress. Io, quando torno a casa sono stanchissima e trascuro tutto, anche i miei figli; del resto, io devo riposare perché il mio lavoro richiede molta attenzione, non posso permettermi errori". 
Non ho trovato parole per rispondere, l'ho ringraziata e siamo tornati a casa
Anche il mio umore era nero e tale è rimasto per tutta la serata. La nottata, però, è peggiorato: avevo messo in preventivo la nottata in bianco ma perché era quella che precedeva il primo giorno di scuola di Matteo non pensavo che, invece, l'avrei passata ad interrogarmi sulle motivazioni che hanno spinto un perfetto sconosciuto ad aggredirmi gratuitamente.
Comunque dopo lunga analisi sono arrivata alla seguente conclusione:
il tecnico mi ha aggredito come ha fatto non perché sia un uomo interessato alla salute e al benessere dei bambini (lo dimostra la rudezza con cui ha trattato il suo piccolo paziente) nel qual caso avrei da rimproverargli solo il modo in cui si è espresso; no, il tecnico in questione era visibilmente scocciato dal dover affrontare una domenica di super lavoro per il fatto che il vicino ospedale aveva il reparto di radiologia bloccato. Probabilmente la rabbia del tecnico è aumentata quando ha realizzato che, se l'ospedale in questione venisse chiuso, non solo TUTTE le sue domeniche lavorative ma anche i giorni feriali, avrebbero potuto avere lo stesso ritmo.
Voi mi direte: "e tu che c'entravi?"
Io c'entro eccome perché va insinuandosi in molti italiani (tanto più in quelli che sono interni all'ambiente come il mio tecnico) la convinzione che se la sanità italiana in molte regioni non funziona bene è perché ci sono troppi sperperi: gente che assume medicinali come fossero caramelle, altri che, non sapendo come passare il tempo, intasano ambulatori e pronto soccorsi inutilmente, addirittura persone sane che, credendo nella prevenzione, vanno in ospedale ancor prima di ammalarsi! Naturale che poi le regioni non ce la facciano più e inizino a tagliare e chiudere.
Caro tecnico sei proprio sicuro che le cose stiano così?
A me risulta di no, infatti le spese sanitarie italiane sono inferiori alla media Ocse
fonte: http://ilmioblogdieconomia.blogspot.it/2012/12/liberismo-corrente-alternata-e-asili.html

e sono cresciute poco dal 2000 al 2010, rispetto ad altri paesi anche extraeuropei
fonte http://ilmioblogdieconomia.blogspot.it/2012/12/liberismo-corrente-alternata-e-asili.html

Dunque, carissimo, il tuo ragionamento non regge ma, siccome ti devo un favore (mi hai rovinato una giornata importante ma mi hai anche dato la possibilità di dimostrare a mio figlio cosa si deve fare quando qualcuno ci attacca in maniera ingiusta e gratuita), voglio fartene uno anche io:
tu hai detto che l'80% delle radiografie che hai fatto quel giorno erano negative; allora supponiamo che da domani questi esami scompaiano perché quelle persone, casualmente, sono tutte laureate in medicina, specializzate in ortopedia e affette da una mutazione genetica per cui posseggono la visione a raggi x. Insomma persone che possono fare a meno di recarsi in P.S.
Mi dirai "ma questa è fantascienza!", "ma questo non è il punto (e meno male per te)" ti risponderei, il punto è che se accadesse una cosa del genere il tuo lavoro si ridurrebbe dell'80% e se ciò succedesse anche ai tecnici delle altre tre sale radiologiche del tuo ospedale, avremmo un'utenza totale pari all'ottanta per cento delle utenze di una sola sala originale. 
Tu capisci che il direttore sanitario responsabile o l'assessore regionale alla sanità coscienzioso non potrebbero tollerare un simile spreco di risorse pubbliche.
Mi dirai: "ma io sono un dipendente pubblico!" giusto ma non so se te ne sei accorto: ultimamente si vocifera di abolizione dell'art. 18, di cambio di mansione, di obbligo di trasferimento entro 50 km, poi c'è il prepensionamento, rinunciando, va da sé, a straordinari e festività.
Vabbé, al limite, ci sono gli ambulatori privati anche se lì il datore di lavoro non gradirebbe un dipendente che si permettesse di dire la qualunque al paziente cliente.
Insomma carissimo tecnico l'idea che per salvare la sanità italiana bisogna tagliare è, come dire, densa di implicazioni non solo per i pazienti ma anche per i dipendenti.
"Allora" dirai tu "che fare?" e io, che in fondo sono una profana come te (anche se un tantino più lungimirante) ti rispondo con le parole di uno che di gestione di strutture ospedaliere se ne intende (tenendo in piedi ospedali d'eccellenza in tutto il mondo e finanziandoli solo con donazioni)


Non è tagliando che si risolveranno i problemi della sanità italiana, di chi ci lavora e di chi è costretto ad usufruirne. 
Fino a un po' di tempo fa consideravo i suoi colleghi degli eroi perché costretti a lavorare in condizioni difficili, oggi, francamente, li condanno: il loro lavoro è troppo importante perché possa essere svolto in condizioni di disagio; se commettono un errore le implicazioni potrebbero essere gravissime ergo hanno, avete, il dovere di rivendicare tutto quanto sia necessario perché il vostro lavoro venga svolto al meglio. 
Ma voi non lo fate, preferite lavorare male o sacrificarvi in maniera eroica. 
Ma questo paese è ormai fin troppo pieno di eroi laddove quello di cui avrebbe davvero bisogno è solo normalità.
Per finire la saluto con l'augurio che sempre rivolgo agli operatori sanitari che mi trattano male:
"se ti sentirai male e ti recherai in ospedale quando sarai in vacanza, lontano chilometri e chilometri dai tuoi amici e colleghi, ti auguro buona fortuna, ne avrai bisogno."


Addendum del 01/10/14: non sono io che sono pessimista, è la realtà italiana che funziona così perché non c'è più un euro, ma tagliare AUMENTA i problemi di dipendenti e pazienti:
guardate qui 





venerdì 5 settembre 2014

Al mare (la "bella gente")

Ci sono cose che accadono con frequenza decennale, le vacanze in casa camp sono una di queste e, quest'anno, l'evento si è verificato: siamo stati al mare, una settimana, giusto il tempo di scurirci un po' (al ritorno c'è stata gente che non mi riconosceva), in una casa in affitto (in albergo ci andremo quando saremo in pensione). 
Nonostante io non ami particolarmente il mare (mi viene sempre un po' difficile abituarmi a questo speciale ambiente carnevalesco che è la spiaggia) siamo stati bene, ci siamo divertiti e con un'altra settimana ci saremmo pure riposati ma il budget era esiguo e le ferie al termine. 
Matteo ha un rapporto col mare che ogni volta mi stupisce: sembra ci abbia vissuto dalla nascita, non si spaventa quando è agitato, non lo ferma l'acqua fredda, non è minimamente impensierito dal non saper ancora nuotare: deve aver ripreso da papà camp!
E sentirlo gridare "sono il bambino più felice del mondo!" non ha davvero prezzo!
"Ma" direte voi (che ormai mi conoscete) "dove sta il ma?".
Il "ma" c'è e consiste nel fatto che le vacanze o si fanno in posti sconosciuti o in posti noti abitati da gente cui si vuole bene. Personalmente propendo per la prima ipotesi: vivere, anche pochi giorni, in un posto dove nessuno ci conosce è estremamente rilassante, ci si sente più leggeri, si può giocare a fare gli "altri", si guarda in faccia la gente senza porsi il problema di interessarsene. Questa si che è vacanza!
Invece noi abbiamo scelto di cercare casa in una località di mare frequentata molti mesi l'anno da mia cognata e dal suo compagno vuoi perché ci hanno aiutato a trovare la dimora, vuoi perché per Matteo mare = zia, che gli anni passati l'ha spesso ospitato.
Mia cognata e il suo compagno sono stati deliziosi: hanno trovato del tempo per stare con noi, pur non essendo in ferie, si sono dedicati a Matteo (è una fortuna avere una zia come mia cognata) e ci hanno dato una serie di consigli su usi e costumi del posto.
Tuttavia, probabilmente in un eccesso di ospitalità, hanno commesso una gentilezza di troppo presentandoci alla "bella gente" che un po' per lavoro, un po' per piacere sono soliti frequentare.
Cosa intendo per "bella gente"?
Trattasi della elite occupante i più bei lidi del luogo,
sempre bella (ché la bellezza se non ce l'hai ormai la puoi pure comprare),
sempre allegra (ché i soldi, si sa, non fanno la felicità ma aiutano parecchio nel trovarla),
sempre in affari (nonostante la crisi dilagante o forse proprio grazie ad essa) ché un buon investimento non bisogna mai farselo scappare (non c'è vacanza che tenga),
sempre ben fornita di sorrisi di circostanza e risate (rigorosamente a denti stretti) da distribuire anche a noi, visibilmente di un altro livello sociale.
Potrei continuare ma credo di essermi spiegata tanto più che già solo a considerare le qualità fin qui elencate a me è venuta l'orticaria.
Mamma mia che disagio con i miei costumini vecchi di dieci anni (seppur in buono stato per il minimo utilizzo), le mie mises vero radical chic e la mia totale impossibilità di partecipare a scambi di opinione su mete turistiche nazionali e internazionali alla moda!
Vabbè: avranno pensato (non discostandosi troppo dalla realtà) "questa qui è un po' asociale" ma rimane il fatto che a me 'sta "bella gente" m'ha rovinato le vacanze: io che ancora speravo che quando la crisi fosse arrivata a colpire questa tipologia di persone, le cose sarebbero cambiate iniziando ad andare per il verso giusto, ho potuto verificare che questo non accadrà mai. La "bella gente" non è minimamente lambita dai venti di crisi che sferzano la "pora gente" e anche se lo fosse, non ha la minima preoccupazione essendo in essa radicata la convinzione che, ciò che ha, se l'è guadagnato, faber est suae quisque fortunae" e tanto peggio per i mediocri e (appunto) per gli sfigati.
In questa gente non c'è pietà, non c'è solidarietà solo un minimo di disagio estetico per le masse di vacanzieri che affollano le spiagge amene coi loro pranzi al sacco e gli ombrelloni da balcone.
Hai ragione tu, papà camp, "sei più signore tu di tutti questi imballati di soldi che non sanno più che farsene e che, tuttavia, evadono le tasse per principio" (sono felice che tu me l'abbia detto prima che io te lo dicessi, anche se l'ho sempre pensato) e ti ringrazio per avermi regalato questa vacanza ma l'anno prossimo, se dio vuole, la meta la decido io.






martedì 12 agosto 2014

Testamenti

Quando muore una tal persona si rimane sempre un po' perplessi se poi muore in agosto, la tristezza aumenta e di sicuro fornisce un motivo ulteriore per scrivere un post come questo, tanto più che è da un po' di tempo che ci penso.
Insomma: sono quasi quattro anni che ho aperto questo blog e che ci scrivo, con frequenza bassa e altalenante, ma ci scrivo.
Spesso mi sono interrogata sul senso di questa mia attività "parallela e segreta" (al di fuori di papà camp, e della mia più cara amica, che peraltro l'ha appreso da pochi giorni, nessuno sa che ho questo blog). I miei pochi lettori fissi non sanno chi io sia e forse non lo sapranno mai per quanto io comunichi loro i miei pensieri  più intimi ricevendone, spesso, spunti di riflessione che neanche chi mi "conosce" da una vita riuscirebbe a donarmi.
Grazie cari miei lettori: i vostri commenti sono graditi e preziosi ma se anche voi non ci foste, continuerei a scrivere.
Difatti, principalmente, io scrivo per me e per Matteo; scrivo, quando l'emozione è ancora limpida e chiara nella mia testa, di cose che un giorno vorrei poter raccontare vividamente al ragazzo o all'uomo che sarà.
Per questo giorni fa ho fatto a papà camp il seguente discorso:
"Amore mio ho una cosa importante da dirti ma tu non ti sconvolgere, ti prego.
Dunque, carissimo, in caso di mia morte improvvisa e prematura ti prego di stampare, in duplice copia, tutti i post del mio blog e di rilegarli. Provvederai poi a inserirne una copia nella mia bara mentre l'altra la consegnerai solennemente a Matteo nel momento in cui riterrai giusto farlo. Queste è ciò che ti chiedo, ti prego di prendermi sul serio."

Bisogna dire che papà camp era talmente serio da aver avuto la lucidità di ripondermi:
"Ma scusa della tua copia che te ne farai, pensi che da morta ti verrà voglia di leggere?".

Al che io:
"Vabbè ho capito: alle stampe ci penso io che già non ti vedo molto convinto e poi in certe circostanze ci si deve occupare di un sacco di cose e non vorrei che non avessi tempo per ricordarti delle mie ultime volontà".

E qui il discorso è terminato ché papà camp è avvezzo a questo genere di comportamenti e col tempo ha capito che è meglio (per lui ) soprassedere.
Dunque d'ora in poi inizierò a  stampare in duplice copia e gelosamente custodire tutto ciò che scriverò sul blog e dovrò pure trovare il tempo di stampare i post precedenti, fortuna che non sono molti e pazienza per la carta impunemente sacrificata sull'altare della mia immotivata presunzione: del resto se ogni anno si sprecano tonnellate di carta patinata per migliaia di aspiranti politici...
Bisogna essere realisti: la vita è complicata, la gente muore ogni giorno e, forse perché frequento troppo ambienti medici, comincio a non sentirmi molto bene.

Caro gigantino eccola qui, la tua mamma: sempre a pensar male; e adesso novello diciottenne, in viaggio di nozze o magari (non ho ancora deciso) avendo appena conosciuto il tuo primo figlio, starai sicuramente ridendo di me ma, sai, la vita è strana e bisogna essere previdenti.
Spero si capisca, caro Matteo, l'amore, l'energia, la pazienza e l'umiltà che ci ho messo ma, soprattutto, il grande regalo che sei stato per me.
Spero di esser stata una buona madre.
Per eventuali risposte (non richieste ma gradite) puoi passare quando vuoi o, nella peggiore delle ipotesi, sussurrarle al cielo in plenilunio.




mercoledì 16 luglio 2014

Estate

Da qualche giorno Matteo continua a parlare del suo Dojo: ha disegnato un progetto e contattato personalmente "zio Gino" (lo zio costruttor-riparatore) per definire l'inizio dei lavori e il suo svolgimento ed è tutto preso dalla sua "scuola di arti celesti".
All'inizio ho lasciato correre, tra il divertito e il compiaciuto, pensando che gli sarebbe passata come gli è venuta, questa fissazione. Ma i progetti e i discorsi continuano e, a malincuore, sto svolgendo il compito forse più sgradito a qualsiasi genitore, quello di custode e divulgatore del principio di realtà. E allora orsù coi tipici discorsi sull'età, sui costi, sui permessi (se, in questo Paese, burocrazia deve essere allora meglio iniziare subito a parlarne), sull'opportunità, ecc.
Pensavo questa cosa del dojo fosse positiva considerando che, solo fino a pochi mesi fa, Matteo mi diceva che non sarebbe andato via da casa nemmeno da "grande" (e se state pensando che questo bimbo io lo prendo troppo sul serio: è vero, avete ragione...) e che nella nostra casa ci potevano stare anche sua moglie e i suoi figli (...lo prendo sul serio perché mi fa troppo divertire) e invece...
E invece semplicemente Matteo ha bisogno di allontanarsi da casa perché, in questo momento, l'aria che vi si respira è pesante.
"L'estate da noi non è mica un periodo felice..." dice il mitico e infatti siamo sommersi dai soliti problemi, con in più il caldo e la noia.
Del resto è colpa mia: passi mio padre coi suoi problemi di salute per cui ogni tac, pet o analisi diventa un rebus di non facile soluzione; ma la zia anziana (madre di mio fratello) e il suo intervento di cataratta, e l'altra zia (mamma della cugina che, per me, è la sorella che non ho mai avuto) e il suo mieloma multiplo fresco di diagnosi, cosa c'entrano con Matteo?

Carissimo gigantino, la tua mamma è così: proprio non riesce a far finta di nulla, non che non ci abbia provato ma, quelle rare volte, ha constatato che, se fa finta di non vedere un problema quello, poi, diventa più grande e vanifica l'apparente tranquillità di cui aveva goduto fino ad allora.
Tu mi diresti, potendo, che non è giusto perché questa è, probabilmente, la tua ultima estate davvero senza pensieri, l'ultima da infante prima che anche tu venga sommerso dai tuoi impegni, di bambino certo, ma pur sempre impegni.
Io ti risponderei, volendo, che hai perfettamente ragione tanto più che ben mi ricordo di quella volta in cui il vecchio saggio mi disse:
"i genitori bisognerebbe imparare a mandarli a quel paese il prima possibile". Ma questo è una cosa che, più che dirti, preferirei insegnarti.
Il fatto, caro Matteo, è che non viviamo su una montagna e i problemi di chi ci è vicino, specie quelli delle persone a cui vogliamo bene,  finiscono spesso col coinvolgerci troppo.
Mi dispiace: vorrei dirti cose diverse e un pochino più ottimiste ma, per il momento, non me ne vengono in mente. 
Passerà anche questo periodaccio tu, intanto, goditi la tua cuginetta preferita, i vostri giochi e le vostre fantasie.
Tutto sommato, oggi è un buon giorno.


domenica 22 giugno 2014

Se questo è un lavoro

Anche se l'ultima volta non mi ha portato fortuna, ho da darvi una notiziona:

STO LAVORANDO!

Ma siccome sono un pochino scaramantica, vi do il lieto annuncio a pochi giorni dalla scadenza del contratto.
Le cose sono andate così: si era in febbraio e una sera mi chiama mio fratello (un uomo che per me è più di un fratello, difatti è anche un cugino) che fa l'autista di scuolabus, e mi chiede se potevo dargli una mano dal momento che l'assistente che lavorava con lui aveva bisogno di qualche giorno di stop per un'improvvisa malattia che aveva colpito sua madre. Più per fargli un favore che per altro, accetto; purtroppo le condizioni di salute della signora si sono dimostrate più gravi del previsto e la ragazza si è licenziata, dunque io ho preso il suo posto.
Funziona così: sveglia alle sei e un quarto, alle sette si parte e si inizia il giro dei bambini delle elementari. Io li aiuto a salire, vigilo che non si arrampichino sui sedili, che non inscenino incontri di pugilato, che non mangino (il soffocamento è una delle prime cause di morte tra i bambini), soccorro i malati e gli affetti da improvvisi malesseri (per lo più di natura psicosomatica) e, infine, li consegno a scuola sani e salvi. Quindi si ricomincia coi bambini della scuola dell'infanzia. Il tutto dura circa due ore. Poi torno a casa, dove mi aspettano le consuete attività domestiche, e riparto alle 13 per le elementari e alle 15 per l'asilo. Alle 16.30 circa ho finito. Amen.
Detta così è l'attività perfetta ma c'è qualcosa che mi sfugge, cos'è?
Ah si: Matteo!
Dio benedica le nonne delle mamme lavoratrici (anche part time)!
Non avrei nemmeno potuto pensare di lavorare (neanche part time) se non ci fosse stata mia madre ad occuparsi di Matteo. E così, mentre io ogni mattina do il buongiorno a circa sessanta bambini, lei lo dà all'unico a cui io vorrei sinceramente augurarlo. Per non parlare dei giorni in cui il piccolo è stato male, di quelli di chiusura dell'asilo, di entrata posticipata o di uscita anticipata: un vero percorso a ostacoli!
Giustamente Matteo all'inizio era scettico:
"Mamma perché vai al lavoro? Rimani con me."
"Amore ma mamma va al lavoro per guadagnare i soldini."
"Ma tanto se vai sul pulmino i soldini non te li da nessuno."
"Ma no amore, ti sbagli."
"No mamma: perché io ci vado tutti i giorni sul pulmino e a me i soldini non me li da nessuno."
La ferrea logica dei bambini.
Ma procediamo con ordine.
Dopo un mese di prova sono riuscita ad estorcere ottenere un contratto.
Tipico contratto part time, capolavoro di insigni giuslavoristi, politici e sindacalisti che dormiranno sonni tranquilli convinti di aver garantito un minimo di tutele a lavoratori che altrimenti non sarebbero stati tali o, al più, avrebbero lavorato in nero.
Bello davvero questo contratto se solo fosse tutto vero quello che c'è scritto. Nella realtà si finisce per andare a lavorare anche con trentanove di febbre e ad essere pagati solo per le ore effettivamente lavorate. Da questo punto di vista i mesi di aprile e maggio, tra festività, ponti, elezioni e gite scolastiche, sono stati un disastro.
Però intanto con questo "lavoro" perderemo le detrazioni per il coniuge a carico avendo io superato la fatidica soglia di 2840,51 euro di reddito LORDO annue.
Cose da pazzi, tanto vale lavorare in nero, simulare (ma neanche tanto) una condizione d'indigenza e ricevere il "giusto" sostegno standosene comodamente a casa!
Lavorare stanca e, nel mio caso, non paga.
Infatti aveva ragione Matteo, nella sua ignara ingenuità: ad oggi ho ricevuto solo un "acconto" pari a neanche due mensilità.
Mi dico che, nella mia situazione, non ho niente da perdere, a parte la fatica, e che comunque bisogna accontentarsi. Mi sembro la versione "italiana" della convintamente rassegnata Veronica


del resto cosa posso rimproverare al mio "donatore di lavoro": tra la concorrenza spietata, le tasse, la manutenzione dei veicoli, i ritardi nei pagamenti, le spese per i carburanti è chiaro che le retribuzioni dei dipendenti sono l'ultimo dei suoi problemi.
Sta di fatto che, come dice mio fratello (scapolo), "se uno con un lavoro del genere dovesse camparci una famiglia, starebbe fresco!".
Io posso permettermi di aspettare (perché il datore di lavoro di mio marito ancora ce la fa a pagarlo, anche se poco, ogni mese) e debbo aspettare, ché tanto c'è una fila così di gente che aspira a sostituirmi. Difatti, nonostante siano tutti soddisfatti di me, a settembre al mio posto ci sarà un'altra persona. Sarebbe un po' lungo spiegarvi perché, ma è sicuro.
Ecco, carissimi, vi ho appena illustrato, con parole semplici, quella che in economia si chiama "svalutazione interna" e che, dal momento che mi preme molto voi capiate quali cause e implicazioni abbia, vi chiarirò usando le parole del prof. Alberto Bagnai, autore del libro "Il tramonto dell'euro" che vi invito caldamente a leggere, nonché animatore del blog "goofynomics" che, pure, vi invito a seguire:

"Supponiamo che dagli Stati Uniti arrivi una raffica: la recessione globale. L'esempio non è scelto a caso: è quel che ci è capitato appena quattro anni fa. Cala la domanda mondiale, e quindi un Paese X vede diminuire le esportazioni (dall'estero comprano di meno), e si trova in deficit di partite correnti.
A questo punto i casi sono due: se il cambio è flessibile, si svaluterà naturalmente. Se invece il Paese ha un cambio fisso, l'aggiustamento è più doloroso e soprattutto più lento. Il calo della domanda estera, infatti, non può essere contrastato da un rapido adattamento del cambio. Dato che ora il prezzo della valuta è fisso, l'aggiustamento incombe sui prezzi dei beni, che sono più rigidi verso il basso, per un  preciso motivo: per diminuire i prezzi, occorre tagliare i costi, e in primo luogo quello del lavoro, cioè i salari. E' quella che oggi si chiama "svalutazione interna": la svalutazione del salario, alla quale è giocoforza ricorrere quando non si può svalutare il cambio.
Avrete intuito quale sia il metodo per far accettare questi tagli: reprimere diritti e garanzie dei lavoratori, in particolare aumentando la "flessibilità in uscita", grazioso eufemismo che indica la facilità di licenziare. Questa serve ad aumentare la disoccupazione, in modo che anche sul mercato del lavoro entri in gioco la legge della domanda e dell'offerta. Quando le persone che si offrono di lavorare sono molte più dei posti disponibili, i salari calano. Ma con il taglio dei salari cala la domanda interna, calano i redditi, e con la caduta dei prezzi, il valore reale dei debiti da rimborsare cresce. Del resto, la deflazione fa sì che il debitore guadagni di meno (tagli dei salari), ma non riduce l' importo contrattuale del debito, che quindi diventa più oneroso a mano a mano che l'aggiustamento va avanti. Questo vale anche per il governo, che a causa del rallentamento dell'attività economica vede ridurre le entrate fiscali e aumentare le uscite, ed è costretto a infierire con nuove tasse per mantenere i conti in equilibrio, il che, ovviamente, non migliora la situazione dei debitori privati.
Vi ricorda qualcosa? Si, è proprio  la stagdeflazione della quale parlava Roubini (2006). Stagnazione, perché l'economia rallenta; deflazione, perché prezzi e salari scendono. Perché succede? Semplicemente perché l'aggiustamento dei prezzi e dei salari, che dovrebbe rilanciare la competitività e far ripartire l'economia grazie alla domanda estera (esportazioni), uccide la domanda interna prima di riuscire a rilanciare quella estera. Questo è ciò cui stiamo assistendo nell'Eurozona, e il legame con  la rigidità del cambio dovrebbe essere abbastanza evidente.
Ecco, ora lo sapete: le leggi economiche non possono essere represse impunemente. Se sopprimete la legge della domanda e dell'offerta nel mercato valutario, inseguendo il sogno della stabilità del cambio, poi dovrete lasciarla agire sul mercato del lavoro, dove si presenterà come incubo della disoccupazione, o dell'emigrazione."
A. Bagnai, "Il tramonto dell'euro", Imprimatur, 2012, p.p. 79, 80.

Ecco uno dei motivi (magari fosse il solo) per i quali ce l'ho tanto con l'euro e perché vorrei che si diffondesse la consapevolezza generale che l'euro non è solo una moneta ma una precisa modalità di gestione economica e politica di un'intero continente, che sta portando ampie fette di popolazione sull'orlo del baratro.
A quelli di voi che stanno pensando che sono catastrofista ricordo che sono in buona compagnia, come i risultati delle scorse elezioni europee dimostrano, magari siete voi ad essere un tantino fuori dal mondo, pardon, dall'Europa.
Vi prego, per me e per voi, informatevi lasciando da parte i vostri pregiudizi: ne va del vostro benessere e di quello dei vostri figli. 
Di questo passo, un giorno, neanche troppo lontano, potreste essere voi a dire "se questo è un lavoro" e sareste ancora delle persone fortunate, perché potrebbe anche darsi il caso che il vostro lavoro lo perdiate. 
Questo è quello che sta accadendo, ogni giorno, a centinaia di italiani, questo è un destino che l'Italia non merita e che possiamo cambiare a patto di iniziare a guardare la realtà in maniera diversa, più pragmatica e realista.
Proviamoci.


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