sabato 24 novembre 2012

Assaggi di saggi: "S.O.S Economia ovvero la crisi spiegata ai comuni mortali" - Fabrizio Galimberti

"Ma se il cavallo non beve? Abbiamo ricordato più volte questa disperante eventualità. Tutto quello che può fare la politica monetaria è di mettere soldi a basso costo a disposizione di chi vuol spendere. Può curare un sistema finanziario malato, fare una diagnosi giusta e trovare una terapia efficace. Ma non può obbligare famiglie e imprese a spendere. Cosa fare, allora, se il cavallo non beve?
Semplice: bisogna portare all'abbeveratoio un cavallo assetato. Se non lo si trova fra i "privati", questo cavallo deve venire da un'altra scuderia, quella pubblica. Già nel Capitolo 7 ho scritto:  - se famiglie e imprese non spendono, bisogna che qualcun altro spenda, altrimenti tutto si ferma: questo "qualcun altro" non può essere che lo stato -.
L'arma più diretta - le altre possono essere potenti ma sono indirette- per contrastare la recessione sta nelle entrate e nelle spese del bilancio pubblico. E più nelle spese che nelle entrate. Se si riducono le tasse, lasciando più soldi nelle tasche dei contribuenti, si rischia di ricadere nel problema del cavallo che non beve. Non c'è alcuna garanzia che le minori tasse diventino maggiore spendita dei privati. Invece, nel caso della spesa pubblica, la garanzia c'è per definizione. Riduzioni d'imposte e aumenti di spese costituiscono una politica di bilancio "anticiclica", detta così perché va a contrastare la tendenza spontanea del ciclo; nel nostro caso, la spirale recessiva che è andata avviluppando l'economia mondiale a partire dalla seconda metà del 2008.
Non mette conto fare la cronaca delle misure espansive che sono state adottate nel corso di questa crisi. Sto scrivendo in corso d'opera, e qualsiasi cronaca sarebbe ben presto incompleta. Basti dire che l'America è stata la prima e la più generosa (o la più avventata, secondo alcuni), ma anche in diversi paesi europei e asiatici i bilanci pubblici sono andati tingendosi di rosso. Le misure messe in opera in America sono massicce: il grafico 11 fa vedere come il deficit di bilancio previsto per il 2009 negli Stati Uniti sia più che doppio rispetto a quelli registrati negli anni del New Deal per contrastare la Grande Depressione (i successivi enormi deficit degli anni 1942-45 sono "fisiologici" in tempo di guerra).
Ci sono pericoli in queste misure espansive? Certamente si. Sono pericoli che vale la pena di correre ? Certissimamente si. Questa crisi, in cui sono confluite malattie della finanza e malattie dell'economia, è così brutta che bisogna correre al soccorso con qualsiasi mezzo; e delle conseguenze di questo "pronto soccorso" ci preoccuperemo dopo: a ogni giorno la sua pena. Questo non vuol dire, naturalmente, che bisogna ignorare i problemi che si potranno porre. Bisogna, al contrario, averli ben presenti, e disegnare le misure espansive in modo acconcio: così che abbiano la massima efficacia adesso, e causino il minimo danno in futuro. Ma quali sono questi problemi?"



Premessa: questo libro è stato stampato nel maggio 2009 dunque, necessariamente, esso non parla della crisi economica dell'eurozona che si è resa evidente, in Italia,  solo a partire dalla seconda metà del 2011. Questo libro parla invece della crisi finanziaria che ha colpito gli Stati Uniti d'America tra il 2007 e il 2008, all'inizio conosciuta come "crisi dei mutui subprime" e che, della "nostra" crisi, può essere considerata uno dei fattori scatenanti.*


Per prima cosa fatemi dire che questo è un libro che realizza le aspettative che il lettore medio, digiuno d'economia, si fa leggendone il titolo: alla fine saprete tutto della crisi dei mutui subprime e in più vi sarete fatti una prima idea di cosa sia l'economia e di come essa funzioni.
Non so a voi ma a me, che a malapena conoscevo la differenza tra "debito" e "credito", questo sembra già un risultato notevole. Io che alla domanda di mio marito: "ma perché non stampano più soldi?" rispondevo scandalizzata: "perché altrimenti aumenta l'inflazione!" (senza peraltro averne ben compreso le ragioni), ho scoperto che il premio Nobel per l'economia Milton Friedman ipotizzò che, al limite, per far ripartire un'economia in recessione si potrebbe ingaggiare una flotta di elicotteri che lanciasse dall'alto sacchi pieni di soldi. Chiaramente una provocazione, nonché una soluzione poco equa, ma comunque uno spunto di riflessione sul fatto che, in economia, quando si tratta di superare una crisi, si può essere machiavellici.
Dicevo che leggendo questo libro i profani iniziano a farsi un'idea di cosa sia l'economia. La mia personale idea è che l'economia non sia una scienza come la fisica  che sta lì ad aspettare che il genio di turno scopra le leggi che la regolano. L'economia è nata con l'umana invenzione dello scambio e si è evoluta per tentativi ed errori. Da questo punto di vista le crisi economiche sono eventi "normali" che saranno di volta in volta fronteggiati cercando di evitare errori già commessi in passato (uno degli errori della prima politica economica di Roosevelt, le prime due settimane della sua prima presidenza, fu quello di attuare riduzioni della spesa nel tentativo di realizzare il pareggio del bilancio pubblico, che era stato un tema della sua campagna elettorale; subito dopo tuttavia adottò una politica di segno opposto caratterizzata da una notevole spesa in deficit principalmente finalizzata alla realizzazione di opere pubbliche. Obama non ha mai ceduto all'argomento dell'eccessiva spesa pubblica e anzi, interrogato da David Letterman in piena campagna elettorale, afferma candidamente [dal minuto 4 circa] di non ricordare neppure con precisione a quanto ammonti il debito pubblico americano).
Lo sapevate che alcune nazioni hanno creato delle "bad bank"? Banche di proprietà dello stato nelle quali mettere in quarantena i famosi "titoli tossici" la cui permanenza sul mercato avrebbe potuto bloccare l'attività finanziaria e che, un giorno chissà, quei titoli potrebbero anche portare dei guadagni?
Per uscire da una crisi, insomma, si possono fare tante cose e Galimberti fa un'analisi puntuale di tutto ciò che il governo americano e la Federal Reserve hanno fatto. Già solo per questo, questo libro andrebbe letto: son cose poco comuni per noi europei abituati ai lacci e lacciuoli con cui il Trattato di Maastricht ha irretito l'azione della BCE (ma questo lo dico io, non Galimberti).
Ma se adesso mi metto a parlare di tutte le cose che ho capito leggendo questo libro va a finire che lo dovrò citare tutto. Faro meglio a dirvi perché, se come me siete ignoranti in economia, dovreste leggerlo:


  • Questo è un libro scritto con chiarezza ed onestà intellettuale (se Galimberti ha delle convinzioni politiche personali, di certo non le troverete espresse qui).
  • Questo è un libro dove anche i concetti apparentemente più semplici vengono comunque spiegati.
  • Questo è un libro che spinge a porsi delle domande. Ad esempio: ma siamo sicuri che l'inflazione che investe una economia in crescita ha gli stessi effetti di quella che si verificasse in una economia in recessione? (Se qualcuno conosce la risposta a questa domanda è pregato di "rivelarmela").
  • Questo è un libro che, come ho già detto, analizza una crisi economica ma nel farlo spiega i principi base che regolano l'economia e svela il lato interessante di questa scienza. Preso per mano da Galimberti il lettore viene accompagnato nei gironi infernali di una crisi che è abbastanza "vecchia" da essere stata studiata da schiere di economisti e, nondimeno, attuale al punto da avere avuto ricadute sull'economia di mezzo mondo, Europa compresa (ahimé!).

Personalmente sono partita con una certa titubanza diventata timore di aver buttato i miei soldi già   nell'introduzione, alla lettura delle seguenti parole: "Come tutte le crisi che si rispettano, questa ci tocca non solo e non tanto come notizia, ma anche e soprattutto come persone che la soffrono e ne soffrono. C'è chi  non trova lavoro, chi l'aveva e l'ha perso, ci sono i precari cui non viene rinnovato il contratto, le famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese, i produttori che vedono crollare gli ordini e i risparmiatori che vedono crollare i risparmi. Io, ad esempio, sono fra questi ultimi, ma, come economista, ho una strana consolazione: considero il gruzzolo che si assottiglia come un biglietto da pagare per assistere a uno spettacolo affascinante: il dispiegarsi di questa crisi, che mi attrae come un'eclissi di sole o un'aurora boreale  [...] Un giorno la racconterò ai nipotini."
Debbo confessare di aver dubitato della salute mentale del Dott. Galimberti. Arrivata all'ultima pagina, però, ero ormai irreversibilmente contagiata dallo stesso interesse. E l'ho ricominciato daccapo. E poi l'ho consultato ancora e ancora.
Per essere il primo libro di economia che leggo direi che è stato un successo.

*Mi auguro che il dott. Galimberti voglia riscrivere questo libro integrandolo con la trattazione della crisi dell'eurozona, magari facendo un comparazione tra le strategie attuate dagli Stati Uniti e dall'Europa. Personalmente correrei ad acquistarlo.

martedì 23 ottobre 2012

Farneticazioni mattutine

Questo è un post di sfogo solo che non ne ho ben chiari gli argomenti dunque è molto probabile che ne venga fuori qualcosa di vago, indefinito e vagamente lamentatorio quindi vi dispenso formalmente dai commenti (ma se vorrete farli vi benedirò dal profondo del cuore).
Sono nervosa e irritabile. 
Si potrebbe pensare sia l'autunno che su certe tipologie di personalità fa sempre qualche effetto notevole. I primi freddi, le piogge, la luminosità diurna che diminuisce. Non fosse che non fanno che ripeterci che quest'autunno è insolitamente caldo e la gente la domenica va al mare come fossero i primi di settembre.
Saranno i problemi con Matteo. Macché! Ci vuole coraggio a dire che il gigantino crei problemi oltre a quelli  naturalmente connessi al dover gestire, da sola, un concentrato di energia e voglia di giocare. Coi bambini è così: "tutti li vogliono ma nessuno se li prende", mai nessuno che si presentasse all'uscio di questa casa dicendo "tranquilla, rilassati un po', Matteo questo pomeriggio sta con me". Io poi non lascio trasparire nulla e non chiedo aiuto salvo poi, all'improvviso, adottare l'espressione "tieniti a una distanza di almeno due metri da me, è per il tuo bene" e cominciare a sbattere tutto quello che mi trovo per le mani. A quel punto però è già troppo tardi.
Ieri sera ho visto "La solitudine dei numeri primi", avevo letto il libro senza trovarlo tutto questo caso letterario che è stato. Il film invece mi ha colpita molto. In particolare il cambiamento fisico dei personaggi principali dalla prima giovinezza alla prima età adulta. Alba Rohrwacher (cui consiglierei senz'altro di cambiare cognome) in particolare è incredibile. Passare dai ventiquattro anni pieni di presunzione di forza e insicurezze controllate ai trentuno in cui ci si è fatti totalmente travolgere da tutto il dolore cui nel frattempo non si è riusciti a dare una spiegazione era difficile, lei è stata credibilissima. Insomma mi è venuta in mente quella frase di Svevo (mi pare) "la vita è una malattia" sempre mortale, aggiungerei. E il corpo registra infallibilmente le cicatrici che questo morbo ci lascia. Certo per alcuni la malattia è blanda ma altri ne verranno travolti e il loro corpo ne riceverà segni indelebili.
FINE PRIMA PARTE (tra un po' si pranza, arrivederci a quando potrò per le farneticazioni seguenti).

venerdì 12 ottobre 2012

Leonardo

Quando Matteo aveva poco più di due anni, sua zia gli regalò una canna da pesca giocattolo; mentre ci giocava col papà è accaduto un piccolo miracolo: papà camp se ne usci con questa frase: "Maatteo impugna la canna da pesca come faceva papà". Per farvi inquadrare la situazione dirò che mio suocero è morto più di un anno prima della nascita di Matteo.
Quando è nato mio nipote, io che non sono brava a riconoscere i tratti dei genitori nei neonati, vidi sul suo volto un'espressione caratteristica del padre.
I nostri figli, che ci piaccia o no, non sono nostre emanazioni esclusive, si portano dentro piccoli pezzi di tante altre persone. Amarli significa, quantomeno, voler bene a questi "altri".
Per dire che i principali responsabili del dramma del piccolo Leonardo sono i suoi genitori. Che poi la cosa si sarebbe dovuta fare in modo diverso, non c'è dubbio. "Zia come faccio?" ha urlato Leonardo mentre degli estranei lo trascinavano a forza via dalla scuola come si farebbe con delinquente. Che li assume a fare lo stato italiano  gli psicologi, per fare che?
Ma dicevo che la colpa maggiore è dei genitori. Della madre che dopo due tentativi di prelievo forzato, ha permesso che si arrivasse al terzo e del padre cui vorrei tanto dire che non basta pranzare e cenare con un bambino che ha vissuto un tale dramma e poi metterlo a letto per sentirsi a posto con la coscienza.
Non ci sono argomenti che possano giustificare i "danni collaterali" della personale guerra che si stanno facendo.
Spero tanto che Leonardo possa recuperare un po' di tranquillità lontano da entrambi, spero che possa avere vicino adulti responsabili che lo aiutino a capire quello che è successo e il suo ruolo in questa storia.
Mi auguro che tutti quelli che hanno sbagliato in questa brutta storia abbiano la decenza, un giorno, di guardarlo negli occhi e di chiedergli scusa. 

sabato 29 settembre 2012

Spannolinamento: ultima frontiera.

Ecco ci siamo: dopo due settimane di uscita alle 12.30 finalmente da lunedì all'asilo inizierà l'orario pieno. Per gli altri bambini, per Matteo no. Lui uscirà, come l'anno scorso, alle 13.30 per via del suo "problemino" con la cacca. Il fatto è che siamo finalmente riusciti a curare le ragadi, ormai fare la cacca è tornato ad essere un fatto normale, non è più una sofferenza, tuttavia di usare vasino o wc non se ne parla ancora. Poiché nella scuola materna non c'è una figura professionale tenuta al cambio del pannolino (anzi il bambino che la frequenta dovrebbe già essere spannolinato) e poiché l'ingresso ai genitori è consentito solo in via eccezionale per cambiare i bambini che eventualmente si sporcassero, non ci resta che uscire anticipatamente nell'attesa che Matteo si decida a compiere il grande passo. Diversamente rischieremmo di ritrovarci punto e a capo perché se Matteo avvertisse lo stimolo in orario scolastico, non avendo il pannolino, tornerebbe a trattenere la cacca. Quanto durerà questa situazione?
Non lo so e "francamente me ne infischio". Il fatto è che ho deciso di abolire totalmente ogni discorso sul tema e di attuare una "autogestione controllata" dello spannolinamento. Si potrebbe pensare che io abbia gettato  la spugna, che mi sia arresa ai capricci e alle testardaggini di Matteo. Non è così. La realtà è che ho osservato attentamente Matteo: ogni volta che fa la cacca il merito non è mai suo; se in quel momento stava mangiando un biscotto allora "è stato il biscotto a far uscire la cacca", se poco prima aveva fatto una corsa allora "è stata la corsa", se il papà lo aveva messo sulla moto "è stata la moto" e via discorrendo. Non è mai merito suo, non è mai lui che la fa uscir fuori. Ancora fino a pochi giorni fa, quando appunto ho deciso di usare questa strategia, l'espressione del suo viso quando si rendeva conto che stava per farla era di paura mista a sgomento. E' stato allora che ho capito quanto per lui fare la cacca potesse essere difficile e quanta importanza avesse il pannolino, unico alleato, una sorta di salvagente, di talismano. E allora mi son detta "ma chi sono io per imporgli di farne a meno, che ne so io delle sensazioni e del disagio che il suo corpo gli trasmette?". Proprio ieri una delle maestre si lamentava di come anni fà i bambini fossero tutti pressoché spannolinati all'entrata nella scuola materna e parlava della necessità che i bambini raggiungano l'autonomia il più precocemente possibile. 
A parte il fatto che la pediatra mi ha tranquillizzato sostenendo che non c'è nulla di cui preoccuparsi se un bambino di quasi quattro anni che ha avuto le ragadi indossa ancora il pannolino, ma siamo sicuri che si possa raggiungere l'autonomia per imposizione? E se un bambino non è interessato a farlo, è lecito sottoporlo a ricatti morali del tipo "finché porterai il pannolino sarai sempre un bimbo piccolo"? Non sarà invece che l'autonomia che ci interessa è la nostra, quella di noi genitori?
Ero immersa in questo tipo di riflessioni quando mi sono imbattuta in questo, sono dei consigli che alcune mamme della Leche League danno ad un'altra mamma con un problema di spannolinamento molto simile al mio. Ebbene sono rimasta colpita dall'espressione "svezzamento dal pannolino" che una di loro ha usato, perché ripensando al nostro svezzamento dal latte mi è tornata in mente la complessità e la lunghezza di quel percorso. Avrei potuto "velocizzare" il tutto sopportando qualche giorno di protesta disperata ma non l'ho fatto perché volevo qualcosa di più dolce e, soprattutto, di condiviso; mi interessava che Matteo avesse una parte attiva in questo nuovo modo di relazionarci. Alla fine penso di aver ottenuto ciò che volevo. Certo ci son voluti tanto tempo e tanta pazienza, cose che avevo allora e ho anche oggi. Ecco, l'unico aspetto positivo dell'essere una mamma a tempo pieno è che si può, il più delle volte (ma non sempre ché anche noi abbiamo i nostri problemi), rispettare i tempi dei bambini.
Allora basta con le sedute sul vasino, basta con i discorsi sulla cacca (a meno che non sia Matteo ad intavolarli), basta con le mie esigenze anteposte alle sue.
Ho deciso di dare fiducia a Matteo e di rispettare i suoi tempi. So che un giorno mi stupirà.
E quel giorno dalle finestre di casa nostra voleranno pannolini.
Evviva!

venerdì 7 settembre 2012

venerdì 24 agosto 2012

Degustazioni letterarie: "Teresa Batista stanca di guerra" - Jorge Amado


"Durante quella giornata vuota e torbida insieme, avvenne un mutamento sottile nei rapporti tra i due amanti, impercettibile tanto per gli estranei che per gli intimi. Teresa per il dottor Emiliano cessò di essere un giocattolo, un caro trattenimento, una fonte di piacere, il passatempo di un ricco vecchietto con la mania dei libri e dei vini o del raffinato gran signore disposto a trasformare un'ignorante ragazzina di campagna in una perfetta signora con una vernice di buone maniere, di delicatezza, di buon gusto, di eleganza: guidandola, anche a letto, dall'esplosione violenta dell'istinto alla sapienza delle carezze prolungate, al piacere raffinato che sa sfruttare l'istante sino in fondo, fino alla scoperta e alla conquista delle illimitate gradazioni della voluttà; facendo di Teresa al contempo una femmina eccezionale e una signora di qualità. Un passatempo appassionante, ma pur sempre un passatempo, un capriccio.
Fino a quel giorno di cenere Teresa si era considerata essenzialmente in debito verso il dottore e la gratitudine occupava un posto preponderante tra i sentimenti che la legavano all'industriale. Egli l'aveva fatta liberare dal  carcere, era andato poi personalmente a prenderla in una miserabile stanza di un postribolo per farne la sua amante; l'aveva trattata come se lei fosse qualcuno, una persona, con bontà e interesse. Le aveva dato calore umano, tenerezza, tempo e attenzione, sollevandola dall'ignominia e dalla indifferenza verso il proprio destino , insegnandole ad amare la vita. Teresa aveva visto nel dottore un santo, un dio, qualcosa di molto al di sopra di tutti gli altri e questo la rendeva umile davanti a lui. Non era la sua pari, né lei né nessun'altro lo era. Soltanto a letto, nell'ora dell'abbandono essa lo considerava un uomo di carne ed ossa, ma pur sempre superiore agli altri nel dare e nel ricevere. Né alla stregua dei sensi, né a quella dei sentimenti esisteva per lei chi gli si potesse comparare. 
Ma quando aveva scelto tra il dottore e la vita che le inturgidiva il ventre, Teresa, senz' accorgersene, aveva riscattato il suo debito. Nel crudo e freddo istante in cui aveva dovuto rinunciare al figlio e aveva disposto della vita e della morte di un altro essere essa non poteva esitare e non aveva esitato. In un attimo aveva dovuto mettere sulla bilancia i massimi valori umani e aveva collocato il suo amore di donna al di sopra dell'amore di madre; non c'è dubbio che la gratitudine aveva svolto un ruolo molto importante in quella scelta."

Come si fa a spiegare perché è una bella esperienza leggere Amado? Bisogna leggerlo e perdersi nei suoi mondi, lasciarsi trasportare tra le strade e le storie della sua Bahia, ammirando la ricchezza della sua narrazione, la fertilità dei suoi protagonisti: ogni persona che incontrano diventa storia essa stessa. 
Questo libro intesse le storie di Teresa Batista, femminea entità dalla sovrumana (divina?) forza; capace di superare prove terribili eppure donna in carne e viscere dove la morte è entrata, non una, ma ben due volte.
Certo se fosse esistita realmente, Teresa sarebbe stata davvero un'"encantada", una divinità venuta a ricordarci che la Vita mai si ferma, ad aspettare d'estinguersi. Paradossalmente Teresa è tutto nella sua vita: schiava, signora, prostituta, guaritrice, ballerina ma mai madre, quasi a ricordarci che la maternità ha più a che fare con la Vita che con i figli. Sembra una bestemmia, sulle dolci labbra di Teresa, che si possa sacrificare un figlio all'amore per un uomo. Lei lo fa. Alla fine della storia però, tutto getterà in mare, il male e il bene, ma "colui che non era arrivato ad essere" quello lo lascerà dentro di se, per ridarlo alla vita, nella sua nuova vita, tanto desiderata, cercata e, infine, trovata.
Eppure se Amado comparisse qui davanti a me gli chiederei, dopo doveroso inchino, perché mai niente ha risparmiato alla già provata Teresa, neanche il dolore più insanabile? E lui forse mi ricorderebbe le parole di Lulù: "Teresa Batista assomiglia al popolo e a nessun'altro: al popolo brasiliano così rassegnato, mai sconfitto: Che quando lo credono morto, risorge ancora dalla bara".




giovedì 19 luglio 2012

Tutto da rifare


Ricordate quello che ho scritto nell'ultimo post riguardo a Matteo e ai nostri problemi con la cacca? Ebbene c’era qualcosa di troppo strano nel suo atteggiamento, allora ho cercato in rete e mi sono imbattuta in questo.
Sconvolgente, vero?
Tanto più che anche Matteo tende a trattenere la cacca per più giorni e l’ultima volta, farla, gli ha procurato dolore. Ho chiamato  la pediatra la quale mi ha spiegato che forse sono stata troppo insistente con questa storia di togliere il pannolino e che questo lo ha portato a trattenersi per paura di sbagliare. A loro volte le feci non espulse gli hanno provocato delle ragadi, le quali rendono l’evacuazione (che avviene solo quando indossa il pannolino) dolorosa.
Insomma un brutto circolo vizioso che potrebbe portarlo alla stitichezza!
La strategia propostami è stata la seguente:


1. curare le ragadi

2. tornare al pannolino in modo che sia “pronto” non appena sente lo stimolo invece di trattenersi aspettando che io glielo metta.

Che dire: ho combinato un bel pastrocchio tanto più che adesso debbo spiegare a Matteo il perché di questo passo indietro. Fortuna che già da qualche giorno avevo iniziato a “sdrammatizzare” l’argomento con una serie di approfonditi ragionamenti sulle svariate forme, consistenze, colori e odori della cacca. Debbo dire che Matteo è molto interessato all’argomento. In particolare è rimasto colpito quando gli ho detto di non aver mai visto una cacca rosa e profumata nonché dall’esistenza della mitica “diarria”, cacca gialla, liquida e puzzolentissima accompagnata da bue grandi al pancino.
Tempistica perfetta così adesso posso dirgli che la sua è una cacca paurosa che non vuole andare nel water e nemmeno nel vasino, allora rimane nel suo sederino ma così gli fa le bue. Dobbiamo farla uscire e per riuscirci gli dobbiamo fare uno scherzetto: mettiamo il pannolino così lei uscirà pensando di sporcargli le mutandine e di far arrabbiare la mamma e invece noi la butteremo via. Ah, ah, ah!
Vi sembra credibile?
Mah, speriamo. Sempre nell’ottica di sdoganamento estremo della "materia" ho finalmente scelto uno dei libri sull’argomento cacca (sono tantissimi) da proporre a Matteo. Pare sia un best seller nel genere.
Ma insomma: ho spaventato Matteo con le mie reazioni esagerate invece di tranquillizzarlo e aiutarlo a prendere fiducia in se stesso!
La cosa peggiore è che, ancora adesso, faccio fatica a capire quando e come ho combinato questo disastro. 
E adesso una canzone del mitico Silvestri che in questo caso ci sta tutta:


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