mercoledì 26 marzo 2014

VIII° comandamento


Sabato notte ho avuto grandi difficoltà ad addormentarmi (e in questo periodo non me lo posso proprio permettere): pensavo e ripensavo a quanto accaduto nel pomeriggio. Si era, Matteo, papà camp ed io, ad una festicciola di compleanno organizzata in un luogo che mi ispira spesso profonde riflessioni. Tutto nella norma: bambini festanti, genitori parlottanti, tavolo del rinfresco, musica allegra ed estrema confusione. Però in un angolo, semi sommerso da cappotti, sciarpe e cappellini, un oggetto che non poteva non attirare l'attenzione dei bambini: un biliardino cioè un tavolo per il gioco del calcio balilla; non di quelli da bambini, proprio uno grande, da adulti, con le sbarre che, spinte, si allungano verso l'avversario invece di rientrare all'interno del campo di gioco come nella versione per i piccoli. Alla sua vista subito un bambino mi ha chiesto il permesso di giocarci, io gli ho detto che doveva chiedere alla mamma della festeggiata, la quale, avendo a cuore prioritariamente la buona riuscita della festa, ha subito risposto di si. Mentre si radunava, attorno all'insolito oggetto, una folla di aspiranti giocatori (e io cercavo invano, quant'è asociale questo bimbo, di convincere Matteo a partecipare al gioco) le loro mamme si trovavano a pochi metri di distanza intente a cicalecciare del più e del meno. Persa ogni speranza di coinvolgere il gigantino, che invece aveva deciso di limitarsi ad assistere al gioco degli amici e a segnare il punteggio, ho deciso di rimanere a guardare anche io. 
Dalle prime battute mi è subito stato chiaro che, non solo i bambini non avevano una ferrea conoscenza delle regole del gioco (la squadra blu continuava ad esultare e a segnar punti nonostante la pallina entrasse nella sua porta, suscitando lo sdegno ilare di Matteo) ma che ignoravano gli aspetti "pericolosi" dello stesso. Allora, da brava mamma, ho richiamato l'attenzione dei piccoli (cinque, seienni) e dopo aver esposto sommariamente le regole del gioco col mio mio miglior tono didattico (autorevole ma non saccente) ho esordito: 
"Allora bambini, in questo gioco ci sono cose pericolose a cui fare attenzione: 
1. il campo di gioco, nel quale non dovete mai mettere le manine mentre si sta giocando, altrimenti qualche omino potrebbe sbatterci sopra, facendovi molto male. Quindi se avete bisogno di prendere la pallina, aspettate sempre che tutti i giocatori siano fermi.
2. Le sbarre. Vedete che se io spingo una sbarra in avanti, questa va verso il bambino che ho difronte? Ecco allora dovete stare attenti..."
Ma mentre così parlavo vedo con la coda dell'occhio una mamma, improvvisamente ricordatasi dell'esistenza di suo figlio, alzarsi dalla convention di cicale, avvicinarsi al biliardino e con gesto da vera prestidigitatrice, appropriarsi, non vista, della pallina. 
"ma guarda questa che stronza!"
"che la sbarra non vi sbatta contro, tenetela sempre d'occhio e mantenete un po' di distanza da lei"
"poveri bambini!"
"Allora bambini avete capito bene?"
"Si, si, si, si"
"Ok allora ricominciate"
Ricominciate una mazza: subito i poverini capiscono che la pallina è scomparsa; allora iniziano a cercarla dentro le porte, sul pavimento, nelle immediate vicinanze, finanche addosso agli incolpevoli amici esclusi dal gioco. Ma niente, a poco a poco iniziano ad accettare l'ineluttabile, per quanto inspiegabile, realtà: la pallina è scomparsa. Qualcuno trova subito altre attività, altri, tra cui Matteo, continuano a cercare. 
Io lo guardo è penso: "lascia stare Matteo non la troverai mai, la tua fatica non vale il prezzo del sapone che ci vorrà per smacchiare i pantaloni che stai invano sporcando su questo ormai unto pavimento". Però gli dico:
"ma questo è un mistero, eppure era qui!"
La mamma illusionista intanto mi rivolge un compiaciuto sguardo d'intesa, faccio finta di rispondere a qualcuno e mi giro dall'altra parte.
Basterebbe già questo e invece si è andati oltre: dopo circa dieci minuti la mamma ingannatrice ha fatto ricomparire la pallina ed ha iniziato a giocare con le colleghe cicale (evidentemente ormai rimaste a corto di argomenti). Come è facile immaginare i bambini, così vigliaccamente ingannati, hanno iniziato a protestare reclamando il loro diritto a continuare il gioco prematuramente interrotto. 
Cosa abbiano risposto le mamme non so: mi sono allontanata proprio per non saperlo (ma quant'è asociale sta mamma!) posso dire però che dieci minuti dopo erano ancora lì, i figli dispersi, a divertirsi.
Non è solo perché io posseggo abbondantemente quell'inutile qualità definita "sensibilità" che sono rimasta sconvolta da questa scena è anche perché sono un minimo intelligente e qualcosa ho letto anch'io.
Ho letto ad esempio di quanto sia importante l'imitazione nel bambino piccolo e di quanto, dunque, i genitori debbano impegnarsi ad essere il miglior modello possibile per i propri figli. E allora che modello è un genitore che inganna il proprio figlio? 
Non venite a dirmi, vi prego, che la mamma in questione ha agito come ha fatto per il bene del proprio figlio, nel tentativo di evitare che si facesse male. Suvvia: alla suddetta mamma, secondo me, importava ben poco del bene di suo figlio, quello che veramente le importava era evitare la scocciatura di un infortunio e le noie legate a probabilissime, insistenti proteste. E allora meglio tagliare la testa al toro evitando pericoli e proteste e pazienza se il piccolo rimarrà a domandarsi come possa un oggetto scomparire nel nulla.
Pessimo esempio: quel bambino crescerà e, se la sua mamma continua così, presto imparerà anche lui a mentire. Allora, se un giorno non avrà voglia di andare a scuola, piuttosto che parlarne con la mamma, uscirà di casa, come al solito, per andare a fare tutt'altro convinto che questa sia la scelta migliore: niente tensioni inutili, niente discussioni che potrebbero turbare la cara mamma.
Ma questo non è nemmeno l'aspetto peggiore della faccenda. La mamma che inganna il proprio figlio sta, oggettivamente, coltivando in lui un'attitudine ad essere ingannato. La pallina è sparita, dematerializzata, punto. Non protestare, non fare domande, rassegnati.
Mi si dirà che un giorno quel bimbo crescerà e, da adulto, saprà andar oltre, avrà un'autonomia di giudizio e di ragionamento che gli permetteranno di ingannare, se necessario, ma giammai di essere ingannato.
Sarà, ma come ho detto qualcosa io ho letto e mi son fatta l'idea che non esista un momento, o un periodo, in cui si smette di essere bambini e si diventa adulti; il bambino che siamo stati non ci abbandona mai e spesso si affaccia a guardare il mondo coi nostri occhi, a parlare con la nostra voce e a dar moto al nostro corpo. 
E mentre noi siamo tutti presi dalla nostra vita adulta lui sta ancora lì a pensare che, alle volte, gli oggetti scompaiono nel nulla.


sabato 21 dicembre 2013

5 ANNI!!!


Matteo ha compiuto 5 anni!




E come ogni anno si è ripresentato il problema di festeggiare il suo compleanno.
Si perché per me questa cosa rappresenta una scocciatura, un peso, un impegno che tenderei ad evitare. Mi rendo conto che un simile atteggiamento, se non denuncia qualcosa di patologico, quantomeno evidenzia un che di significativo ma, per quanto io ci pensi su, non riesco davvero a scoprirne le cause. Ogni anno aggiungo pezzettini di spiegazioni: quest'anno mi son detta che sono una persona incapace di sopportare l'ansia, anche quella minima connessa all'organizzazione di una festicciola di compleanno e che, a ben guardare, questo problema avrei dovuto affrontarlo tanti anni fa.
Comunque non ho potuto non tener conto dei desideri di Matteo. A dire il vero siamo giunti ad un compromesso. Invece della festa di compleanno con i coetanei (per carità: un'orda di bambini scalpitanti dentro casa, per di più accompagnati dai genitori) abbiamo optato per una cena con nonni, zii e cugini, "appena" 15 persone. Il tutto in piena emergenza "dai, dai che dobbiamo sbrigarci a raccogliere le olive prima che un'improvvisa grandinata ce le butti tutte per terra". 
Alla fine ce l'abbiamo fatta ed è stata una bella festa, nulla è andato storto (come sempre capita alle persone ansiose) e, cosa più importante, Matteo era felicissimo.
Cosa non farebbe un genitore per rendere felice suo figlio?
Si dovrebbe aver paura di rispondere a questa domanda.
Il mio gigantino  (25 kg. di peso per 117 cm. di altezza) ha 5 anni;
sono tanti, sono pochi, corrispondono alle sue effettive competenze cognitive, emotive e sociali? Non saprei e non sono interessata a saperlo. Mi basta vederlo sereno, vivace, dolce e pieno di fantasia.
E però l'anno prossimo Matteo andrà a scuola e, quando ci penso, le mie sicurezze cominciano a vacillare.
La sera prima del suo compleanno gli ho detto: 
"Ma lo sai che cinque anni fa, a quest'ora, tu ancora non c'eri? E dove stavi?" 
E lui, prontamente: 
"Con la cicogna!".
E ancora: spesso mi dice che da grande vuole fare il supereroe per salvare le persone ma che per farlo ha bisogno che il papà gli costruisca una spada vera; allora io gli dico che anche i medici o i pompieri salvano le persone e lui mi risponde che però solo i supereroi combattono i cattivi.
Insomma Matteo, ancora immerso in  una dimensione dominata dalla fantasia, l'anno prossimo inizierà a fare i conti con la realtà.
Pensare che, per quanto male se ne possa dire, il sistema scolastico italiano funziona bene e ormai le maestre posseggono le competenze pedagogiche necessarie e sufficienti per gestire l'ingresso a scuola dei bambini, non mi tranquillizza.
Forse perché non è di essere tranquillizzata che ho bisogno: ho bisogno di essere consolata.
Insensatamente sono triste perché penso che Matteo sta crescendo; presto il pensiero razionale, la crescente autonomia, la complessità emotiva, il senso del pudore prenderanno il sopravvento trasformando un bambino che appena adesso comincio a comprendere in un essere ancora più complesso.
Mi sforzo di essere ottimista, mi dico che sono abbastanza presente e attenta da cogliere il cambiamento ed accompagnarlo.
Succede di continuo: la sera del suo compleanno, tra lo scompiglio che ogni festa ben riuscita si porta dietro, mi sono lasciata sfuggire una domanda un po' scorretta: 
"Allora Matteo che ne pensi: papà e mamma se lo sono meritato un bacio per questa festa che ti hanno preparato?" 
e lui, voltandosi verso il padre e con un tono per niente interessato né compiacente: 
"Papà, grazie per questa bella festa".
Ecco, mi sarei aspettata che corresse verso di noi per darci un bacione o che rispondesse: "si mamma" invece la sua risposta è stata sorprendente; a parte il senso di riconoscenza che ho percepito nella sua voce, quello che mi ha colpita è stata l'elaborazione personale e autonoma della risposta. Ho realizzato in  quel momento che il cervello di mio figlio inizia a funzionare in modi che non sono più prevedibili come accadeva fino a poco tempo fa.
E quel rivolgersi al papà invece che a me è stata una cosa che davvero mi ha riempito il cuore di gioia. Cominci a capire, caro Matteo, che l'amore è qualcosa di diverso dall'affettuosità?
E ancora: da qualche notte Matteo si addormenta da solo. Dopo esserci preparati e aver letto uno dei suoi libri ("uffa mamma ma tu mi regali sempre libri!") mi dice: 
"adesso mamma vai di là perché io dormo da solo e non venire a controllare". Il tutto all'improvviso senza che io gli "suggerissi" alcunché.
Evidentemente il gigantino deve aver conosciuto la signora vestita di luce viola


"Ma quando è stato?" mi son chiesta, "Quando è passata? Possibile che io non mi sia accorta di nulla? 

Con questo ritmo in quest'anno potrebbero accadere cose sorprendenti e decisive anche al netto di quel tipico andamento altalenante di molti bambini (compreso il mio) che spesso tendono a "tornare indietro" verso modalità comportamentali e sociali tipiche di fasi di sviluppo precedenti, come fossero tanti piccoli gamberi.
Dunque non mi resta che tranquillizzarmi e farmi una ragione del fatto che mio figlio sta crescendo.
Smetterà (forse) di essere l'infante dolce e affettuoso che è adesso ma potrebbe sempre diventare un bambino altrettanto sorprendente.
Ad maiora.



venerdì 15 novembre 2013

Degustazioni letterarie: "L'uccello che girava le viti del mondo" - Murakami Haruki

"Al mattino, Creta aveva perso il suo nome. Mi chiamò adagio poco dopo l'alba. Io mi svegliai, aprii gli occhi, e guardai il raggio di luce che entrava da una fessura nelle tende. Poi la vidi, seduta di fianco a me nel letto che mi guardava. Invece del pigiama si era messa una mia vecchia maglietta, ed era tutto quel che aveva indosso. Nella luce del  mattino, i suoi peli pubici splendevano, nerissimi. 
- Sai, ormai io non ho più un nome, - disse. Aveva smesso di essere una prostituta, di essere una medium, e di chiamarsi Creta.
- Okay il tuo nome non è più Creta, - risposi strofinandomi gli occhi con le dita. - Congratulazioni. Ormai sei una persona nuova. Ma io come devo chiamarti, d'ora in poi, se non hai più un nome? Mettiamo che mi trovi dietro di te e ti debba chiamare, come devo regolarmi?
La ragazza che fino alla sera prima rispondeva all'appellativo di Creta scosse la testa.
- Non lo so. Forse sarebbe meglio che mi trovassi un altro nome. Una volta ce l' avevo, sai, un nome vero. Ma è quello che usavo quando facevo la prostituta, e non ne voglio più sentir parlare. Poi quando ho smesso di prostituirmi mia sorella Malta mi ha messo il nome Creta, per farle da medium. Ma ormai io non sono più né l'una né l'altra cosa, e ho bisogno di un nome nuovo di zecca per questa nuova me stessa. Nessuna idea signor Okada? Un nome che si addica al mio nuovo io.
Ci pensai un po' su, ma non mi  venne in mente nulla di appropriato.
- Forse dovresti trovartelo tu, non credi? Visto che d'ora in poi sarai una persona nuova, indipendente. Penso che sia la cosa migliore, anche se ci  metterai un po' di tempo.
- Ma è molto difficile trovare un nome giusto per se stessi.
- Certo non è semplice. In certi casi un nome esprime tutto, - dissi. - Forse a questo punto dovrei perdere anch'io il mio, come te. Qualcosa mi dice che farei meglio.
La sorella di Malta si sollevò sul letto, stese una mano e mi toccò la guancia destra, sulla quale doveva ancora esserci una voglia della grandezza della mano di un neonato.
- Se tu adesso perdi il tuo nome, come ti posso chiamare?
- Uccello-giraviti, - dissi. Almeno io avevo un nuovo nome.
- Uccello-giraviti ,- ripeté lei. Poi restò un momento a guardare quelle due parole fluttuare nell'aria. -Penso sia un nome bellissimo, me che razza di uccello è?
- Esiste davvero. Che aspetto abbia però non  lo so, non l'ho mai visto,  l'ho solo sentito cantare. Si ferma sul ramo di un albero da queste parti, e si mette a stringere una dopo l'altra le viti del mondo, con un rumore stridente. Se smette, il mondo smette di funzionare. Però non lo sa nessuno. Tutti pensano che ci sia qualcosa di più grande, più complicato e più bello a far girare il mondo. Invece lo fa girare lui, si sposta da un posto all'altro e a mano a mano che si sposta va stringendo le viti. Sono viti molto rudimentali, sembrano quelle dei giocattoli. Basta solo farle girare. Però le può vedere solo l'uccello giraviti.
- L'uccello-giraviti, - ripeté l'ex Creta. - Che gira le viti del  mondo.
Alzai il viso e mi guardai intorno. Era la solita stanza che conoscevo bene, ci dormivo da quattro o cinque anni. Eppure sembrava stranamente vuota e ampia.
- Purtroppo però non so dove si trovino, quelle viti, - dissi. - E neanche che aspetto abbiano.
Lei posò le dita sopra la mia spalla. Poi con i polpastrelli disegnò dei piccoli cerchi.
Io ero steso supino, e guardavo in silenzio una piccola macchia sul soffitto, aveva la forma di uno stomaco. Si trovava proprio sopra il mio cuscino, ma non mi ero mai accorto che ci fosse. Da quando era lì? Da prima che io e Kumiko andassimo a vivere in  quella casa? Oppure si era installata lì in silenzio, trattenendo il fiato, proprio sopra di noi, mentre noi dormivamo insieme in quella stanza? Finché un mattino mi ero accorto della sua presenza.
Sentivo di fianco a me il respiro caldo della donna che una volta si chiamava Creta. Sentivo l'odore dolce del suo corpo. Lei continuava a disegnare piccoli cerchi sulla mia spalla. Avrei voluto prenderla ancora una volta tra le braccia, magari, ma non sapevo giudicare se fosse un'azione corretta o no. I rapporti tra le cose, alto e basso, destra e sinistra, erano troppo intricati. Rinunciai a pensare, e continuai a guardare in silenzio il soffitto. Finché lei non venne a sedersi sopra di me, e mi baciò leggermente sulla guancia destra. Quando le sua labbra morbide toccarono la voglia, provai una sorta di profondo torpore.
Chiusi gli occhi, e tesi le orecchie ai rumori del mondo. Sentii tubare da qualche parte un piccione. Costantemente, con pazienza. Quella voce era piena di affetto nei confronti del creato. Celebrava l'arriv del mattino estivo, e annunciava alla gente l'inizio di una giornata. Però non bastava, pensai, qualcuno doveva farlo girare, il mondo.
- Penso che un giorno riuscirai a trovarle quelle viti, sai?- disse l'ex Creta.
- Se è così, - le chiesi senza aprire gli occhi, - se un giorno riuscirò a trovarle e a stringerle, le cose torneranno a posto, questa vita insensata finirà?
Lei scosse in silenzio il capo. Nei suoi occhi apparve una leggerissima traccia di compassione.
- Non lo so, - disse.
- Non lo sa nessuno, -  risposi.
- Al mondo ci sono cose che è meglio non sapere, - aveva detto il tenente Mamiya."

  

Se parlare di libri fosse semplice quanto leggerli, di certo la gente invece di chiacchierare del tempo discuterebbe di letteratura. Non è solo per far conoscere libri che ritengo degni di essere letti che scrivo le mie "Degustazioni letterarie" e gli "Assaggi di saggi", è anche e soprattutto perché ad un certo punto della mia vita mi son resa conto di non conservare memoria di tanti libri che pure avevo letto. Dunque leggere e poi interrogarsi sul senso, sullo stile, sul messaggio di ciò che si è letto è un modo efficacissimo per collocarlo nella propria memoria ed evitare che sia stato tempo perso (la lettura non è mai tempo perso, sia chiaro, ma non è bello considerare che poco o niente si ricordi di qualche cosa che pure ci ha preso del tempo e ci ha suscitato delle emozioni).
Detto questo, ci sono libri con i quali questa attività di riflessione risulta particolarmente difficile, "L'uccello che girava le viti del mondo" è uno di questi.
Apparentemente si tratta della storia di un uomo che improvvisamente viene abbandonato dalla moglie e, nonostante questa gli faccia sapere che non vuole più vederlo né sentirlo, inizia a cercarla in maniera ossessiva, riuscendo alla fine a trovala.
Potrebbe sembrare una trama abbastanza semplice ma Haruki Murakami l'articola in  maniera immaginifica e complessa, trasportando protagonista e lettore in una dimensione parallela e oscura, accerchiandoli con personaggi surreali eppure ben caratterizzati e definiti. E il lettore non può far altro che affidarsi al protagonista. Ci si perde, ad un certo punto, e forse proprio questo voleva Murakami perché, da quel momento, il lettore diventa degno compagno di viaggio del protagonista, lo affianca, vagamente impaurito e sconcertato, in questo tortuoso percorso attraverso dimensioni spazio temporali lontane ma, in qualche modo, parallele dove ciò che accade ha ripercussioni nella vita reale. Difatti agendo in questi luoghi il protagonista riuscirà infine a ritrovare sua moglie. Ma il percorso che fa (e noi con lui) è davvero complesso e sovraccarico di significati. 
Questo non è certo un libro di quelli che si possano regalare al cognato mediamente acculturato a Natale (ché se poi decidesse di tirarvelo addosso potrebbe provocare un vistoso ematoma). Modestia a parte, questo è un libro per veri amanti della lettura, quelli che anche se si stanno annoiando a leggere i ricordi di un ex combattente della guerra della Manciuria (che vanno avanti da più di venti pagine) non si mette a pensare "quanto manca?", piuttosto ascolta quello che lo scrittore ha da dire con fiducia e curiosità per ritrovarsi, alla fine, ad ammirare la bravura dell'autore, che proprio in quelle pagine angosciose e, apparentemente lontane dalla vicenda principale, ha collocato la chiave per risolvere la ricerca. 
C'è poco da dire: su questo romanzo potrei scrivere molto senza riuscire a renderne la grandezza e la complessità. 830 pagine (in letteratura le dimensioni contano) delle quali l'autore ha una perfetta padronanza e sulle quali rivendica assoluta autorità. Difatti a Murakami interessa poco rassicurare il lettore e chiarire i punti oscuri, anzi sembra quasi provocarlo con una serie di domande che, alla fine, lascia senza risposta (a questo senso di smarrimento contribuisce anche il fatto che quello che leggiamo come un romanzo è in realtà la somma di tre volumi che in Giappone furono pubblicati separatamente), ne consegue, per il lettore, uno strano senso di spaesamento che tanto stride con la normalità finalmente ritrovata dal protagonista. Perché, alla fine, questo mi pare essere il nucleo del libro: posto che quella che conosciamo come realtà è solo l'espressione di un modo di stare al mondo (quello della maggior parte degli esseri umani), laddove a pochi è permesso di andare oltre (peraltro non senza conseguenze permanenti), tuttavia la nostra vita non può che svolgersi nell'ambito ristretto e pur condiviso che definiamo e collettivamente riconosciamo come "realtà". Questo è appunto il motivo per cui il protagonista pur incontrando una congerie di personaggi (per lo più femminili) tutti particolarissimi, intriganti e, a loro modo, seducenti non perde mai di vista lo scopo ultimo della sua ricerca: capire perché sua moglie l'ha abbandonato e dunque riportarla presso di sé. La grandezza di Murakami (anche quest'anno nella rosa dei candidati al Nobel per la letteratura ) sta proprio nell'originalità con cui intreccia i vissuti di questi personaggi con quelli del protagonista come se la vita di questo fosse non solo predeterminata ma addirittura preventivamente segnata dalla loro.
Ma ho parlato troppo, non sono riuscita a rendere neppure in minima parte la grandezza di questo romanzo e sono consapevole che tutto ciò che ho detto potrebbe essere usato contro di me da chi per lavoro si occupa di libri. Perdonatemi: astenermi dal commentare "L'uccello che girava le viti del mondo" sarebbe stata forse la cosa più semplice da fare eppure non ho saputo resistere alla tentazione di contagiarvi con l'ammirazione che ho provato nel leggerlo.
In conclusione, se amate la grande letteratura, fatevi un regalo: leggete questo libro!
E se decidete di farlo, ricordate le parole di De André:

"...il secchio gli disse -Signore, il pozzo è profondo, 
più fondo del fondo
degli occhi della notte del pianto.
Lui disse -Mi basta, mi basta che sia più profondo di me.
Lui disse -Mi basta, mi basta che sia più profondo di me."





mercoledì 13 novembre 2013

IV comandamento





E' la cosa più sensata che mi è venuta in mente dovendo spiegarmi cosa ci facessi, in equilibrio instabile, su una pianta di ulivo abbastanza giovane da potersi spezzare da un momento all'altro.
Fortuna che peso poco, la foto inganna.

Addendum 15 novembre: Ripensandoci: non ho detto "albero", ho detto "pianta" ergo la cultura contadina dei miei genitori mi ha permeata più di quanto pensassi; 
difatti ieri è arrivato il primo olio: 125 litri e siamo circa alla metà del raccolto.
In effetti ero inerpicata lì sopra anche per questo.



mercoledì 9 ottobre 2013

Vajont: cinquant'anni di dolore


"Il processo viene fissato per il 26 giugno. Ma in maggio i superstiti ricevono un'altra stangata: la Cassazione ha trasferito il dibattimento a l'Aquila per "legittima suspicione". Cos'è? si domanda la gente. "Hanno ritenuto che voi siete d'impiccio; potreste organizzare disordini". Sempre in maggio, la stessa Corte di Cassazione revoca il mandato di cattura per Biadene e Tonini. La speranza di giustizia dei sopravvissuti, implorata e gridata per quattro anni, si fa più tenue. Ma si continua a lottare. I consigli comunali di Longarone, Castellavazzo, Erto divulgano una "lettera aperta al popolo italiano" appellandosi al Paese, al capo dello Stato, al parlamento, alla magistratura. Ma tutto avviene, d'ora in poi lontano da loro e contro di loro. Il Vajont sta assumendo un'altra dimensione per la coscienza pubblica: è divenuto un luogo turistico da visitare. Con curiosità, forse con pietà, mai con ribellione."
"Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" Tina Merlin


Sono passati cinquant'anni da quel 9 ottobre del 1963 giorno in cui si è verificata una delle tragedie più dolorose della storia d'Italia.
Sarei nata più di dieci anni dopo e per moltissimo tempo ho vissuto senza sapere ciò che era successo, poi nel 1997 ho visto "Il racconto del Vajont 1956/9-10-1963"


di Marco Paolini e, da allora, il Vajont è diventata parte integrante della mia storia.
Certo: la bravura di Paolini, che spiega cosa è avvenuto con semplicità e chiarezza, con un'ironia che lentamente si tramuta in drammaticità, ha avuto un peso ma la cosa sarebbe potuta finire lì e invece ho pure letto il libro dal quale lo spettacolo di Paolini è stato tratto "Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" di Tina Merlin .
La tragedia del Vajont mi è subito sembrato uno di quei drammi che non rimane sepolto dagli anni che passano, vivido nella memoria dei sopravvissuti e di pochi altri, tragico errore verificatosi una volta per tutte e mai più. No: a conoscerlo un minimo si capisce bene che "il caso Vajont" ha tanto da insegnare a noi italiani e, semmai sia possibile trarre qualcosa di buono da una tale tragedia, allora è adesso (e sarà sempre) il momento giusto per farlo. 
Dunque cosa ho capito di questa tragedia?
Prima di tutto che il Vajont non è stata una "catastrofe naturale" ma un vero e proprio "eccidio" come peraltro denunciò subito chi ebbe modo di conoscere da vicino alcuni dei dirigenti della "SADE" (la società che che costruì la diga) e come ci ricorda oggi chi, memore di quella consapevolezza, si è deciso a parlare. Tutto il libro della Merlin è un'accorata testimonianza degli sforzi che ella fece per aiutare gli abitanti di Erto e Casso,"montanar, cuntadin, gnuranti", come li definisce Paolini, a far valere i propri diritti. Loro quella diga non la volevano, in principio perché la sua costruzione avrebbe comportato l'allagamento dei terreni su cui sorgevano le loro case e che coltivavano, poi perché iniziarono a vedere che il monte Toc si stava muovendo come mai aveva fatto a memoria d'uomo. Ma a nulla valsero le loro proteste, la società costruttrice arrivò persino all'esproprio forzoso creando conti bancari sui quali accreditò le somme che dovevano "risarcire" i proprietari dei fondi. L'Italia di quegli anni aveva bisogno più che mai di energia elettrica. Tutto il resto passò in secondo piano.
Ora, mi rendo conto che il paragone farà storcere il naso a molti ma quando penso alle proteste della gente del Vajont non posso fare a meno di pensare ai no TAV. Certo le opere in questione sono molto diverse tra loro come pure i rischi legati alla loro realizzazione tuttavia siamo, anche qui, difronte ad un dissenso forte che invece di essere ascoltato e compreso, al limite mediato, viene ignorato bellamente nonostante ci siano decine di studi scientifici che denunciano la sostanziale inutilità dell'opera. 
Passano gli anni ma non cambiano le modalità con le quali il potere cerca di imporre le sue decisioni ai cittadini. Nessuno sembra essere disposto ad imparare dagli errori di chi ci ha preceduto anche quando sono grandi come una montagna, che sia essa franata o bucata.
Ma allora non si può trarre nulla di buono dall'eccidio del Vajont? Possibile che tutto il dolore scoppiato in quattro minuti e ancora vivo tra i sopravvissuti, tra i soccorritori, tra quelli che videro coi loro occhi e quelli che vedono solo adesso, non serva a niente?
E' comunque degno di nota e positivo che a distanza di cinquant'anni lo Stato chieda scusa e ammetta che la "tragedia" del Vajont poteva essere evitata ma questa ammissione diventa sterile e quasi offensiva se non la si cala nell'odierna realtà del nostro paese.
Ecco mi piacerebbe, perché sarebbe il modo migliore di rendere omaggio ai 1917 morti e ai loro parenti, che il Vajont non fosse solo un doloroso ricordo che tocca la nostra dimensione umana ma un vivo promemoria che dirige la nostra condotta civile.
Questo lo dobbiamo alle vittime di allora e ai sopravvissuti di oggi; questo sarebbe il modo migliore per onorare la memoria di quanti allora persero la vita per essersi fidati di uno Stato che non ha saputo garantire il loro diritto più grande.


Alle vittime del Vajont, ai loro familiari, ai sopravvissuti, ai soccorritori e a tutti coloro che vissero e vivono ancora un dolore troppo grande per essere sopportato da un essere umano.


domenica 1 settembre 2013

Intermezzo creativo (questo l'ho fatto io!!!)


La creatività è una delle cose che distingue l'uomo dagli altri animali (sarebbe il caso di iniziare a riflettere seriamente sulle altre, in primis sulla sventurata tendenza dell'uomo a distruggere il suo habitat naturale), l'origine di qualsiasi umana conquista.
Pare che essa, come quasi ogni umana dote, si manifesti nell'età adulta tanto più è stata stimolata nell'infanzia.
Da piccola non ho mai giocato con le bambole, ne avevo pochissime e tutte in bella mostra, ancora impacchettate, sull'armadio, in modo che non le potessi toccare. Non che mia madre fosse sadica o insensibile, tutt'altro, era solo (come ho realizzato anni dopo) che per lei quegli oggetti erano qualcosa di bello e prezioso come tutto ciò che si è desiderato durante l'infanzia senza mai averlo avuto.
Va detto che però avevo una stupenda enciclopedia per ragazzi: "conoscere ieri oggi e domani" che sfogliavo quotidianamente, attratta dalle bellissime illustrazioni e dalle spiegazioni chiare ed esaustive. Sulle cose apprese per gioco su quei volumi (perché il gioco è la chiave di qualsiasi apprendimento infantile) ho vissuto di rendita fino a tutte le scuole medie inferiori.
Comunque, tornando al discorso principale, spesso penso che la mia totale incompetenza a curare il mio aspetto esteriore e il mio modo di vestire derivi dal non aver giocato con le bambole quando avrei dovuto farlo. Giocoforza è stato poi attribuire all'estetica corporea una posizione bassissima nel mio sistema di valori. Fortuna che Matteo è un maschietto altrimenti non avrei saputo proprio come fare con vestitini, acconciature, accessori e imbellettamenti vari (ma chi può dirlo? Magari me la sarei cavata lo stesso).
Tuttavia il senso estetico è un'altra fondamentale prerogativa umana: non importa quale sia il nostro livello d'istruzione, la parte del mondo in cui viviamo, le nostre personali inclinazioni: l'essere umano è sensibile al bello e se c'è qualcuno che non lo è, esso non è un uomo.
Quanto bisogno ci sarebbe oggi di bellezza!
Trovarla è sempre più difficile e, alle volte, non resta che "fabbricarsela" con le proprie mani


Il che è ancora più soddisfacente: proprio queste MIE mani hanno creato (peraltro utilizzando materiali poverissimi e destinati alla pattumiera) una cosa obbiettivamente bella.
Forse per l'uomo c'è ancora speranza: dovremmo essere costretti a creare una cosa bella almeno due volte all'anno. Creare bellezza potrebbe essere la nostra unica via di salvezza.
Creare cose belle e donarle a chi le merita.
E a chi ho donato questo mazzo di rose?
Semplice: alla persona cui naturalmente si regala ogni bel fiore che si trova: alla mamma.
Grazie mamma, per ogni cosa.



Per il cestino ho seguito questi tutorial

Per le rose di carta:
1. Magaia5

Tutte ringrazio per aver condiviso il loro saper fare con me.


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