sabato 21 dicembre 2013

5 ANNI!!!


Matteo ha compiuto 5 anni!




E come ogni anno si è ripresentato il problema di festeggiare il suo compleanno.
Si perché per me questa cosa rappresenta una scocciatura, un peso, un impegno che tenderei ad evitare. Mi rendo conto che un simile atteggiamento, se non denuncia qualcosa di patologico, quantomeno evidenzia un che di significativo ma, per quanto io ci pensi su, non riesco davvero a scoprirne le cause. Ogni anno aggiungo pezzettini di spiegazioni: quest'anno mi son detta che sono una persona incapace di sopportare l'ansia, anche quella minima connessa all'organizzazione di una festicciola di compleanno e che, a ben guardare, questo problema avrei dovuto affrontarlo tanti anni fa.
Comunque non ho potuto non tener conto dei desideri di Matteo. A dire il vero siamo giunti ad un compromesso. Invece della festa di compleanno con i coetanei (per carità: un'orda di bambini scalpitanti dentro casa, per di più accompagnati dai genitori) abbiamo optato per una cena con nonni, zii e cugini, "appena" 15 persone. Il tutto in piena emergenza "dai, dai che dobbiamo sbrigarci a raccogliere le olive prima che un'improvvisa grandinata ce le butti tutte per terra". 
Alla fine ce l'abbiamo fatta ed è stata una bella festa, nulla è andato storto (come sempre capita alle persone ansiose) e, cosa più importante, Matteo era felicissimo.
Cosa non farebbe un genitore per rendere felice suo figlio?
Si dovrebbe aver paura di rispondere a questa domanda.
Il mio gigantino  (25 kg. di peso per 117 cm. di altezza) ha 5 anni;
sono tanti, sono pochi, corrispondono alle sue effettive competenze cognitive, emotive e sociali? Non saprei e non sono interessata a saperlo. Mi basta vederlo sereno, vivace, dolce e pieno di fantasia.
E però l'anno prossimo Matteo andrà a scuola e, quando ci penso, le mie sicurezze cominciano a vacillare.
La sera prima del suo compleanno gli ho detto: 
"Ma lo sai che cinque anni fa, a quest'ora, tu ancora non c'eri? E dove stavi?" 
E lui, prontamente: 
"Con la cicogna!".
E ancora: spesso mi dice che da grande vuole fare il supereroe per salvare le persone ma che per farlo ha bisogno che il papà gli costruisca una spada vera; allora io gli dico che anche i medici o i pompieri salvano le persone e lui mi risponde che però solo i supereroi combattono i cattivi.
Insomma Matteo, ancora immerso in  una dimensione dominata dalla fantasia, l'anno prossimo inizierà a fare i conti con la realtà.
Pensare che, per quanto male se ne possa dire, il sistema scolastico italiano funziona bene e ormai le maestre posseggono le competenze pedagogiche necessarie e sufficienti per gestire l'ingresso a scuola dei bambini, non mi tranquillizza.
Forse perché non è di essere tranquillizzata che ho bisogno: ho bisogno di essere consolata.
Insensatamente sono triste perché penso che Matteo sta crescendo; presto il pensiero razionale, la crescente autonomia, la complessità emotiva, il senso del pudore prenderanno il sopravvento trasformando un bambino che appena adesso comincio a comprendere in un essere ancora più complesso.
Mi sforzo di essere ottimista, mi dico che sono abbastanza presente e attenta da cogliere il cambiamento ed accompagnarlo.
Succede di continuo: la sera del suo compleanno, tra lo scompiglio che ogni festa ben riuscita si porta dietro, mi sono lasciata sfuggire una domanda un po' scorretta: 
"Allora Matteo che ne pensi: papà e mamma se lo sono meritato un bacio per questa festa che ti hanno preparato?" 
e lui, voltandosi verso il padre e con un tono per niente interessato né compiacente: 
"Papà, grazie per questa bella festa".
Ecco, mi sarei aspettata che corresse verso di noi per darci un bacione o che rispondesse: "si mamma" invece la sua risposta è stata sorprendente; a parte il senso di riconoscenza che ho percepito nella sua voce, quello che mi ha colpita è stata l'elaborazione personale e autonoma della risposta. Ho realizzato in  quel momento che il cervello di mio figlio inizia a funzionare in modi che non sono più prevedibili come accadeva fino a poco tempo fa.
E quel rivolgersi al papà invece che a me è stata una cosa che davvero mi ha riempito il cuore di gioia. Cominci a capire, caro Matteo, che l'amore è qualcosa di diverso dall'affettuosità?
E ancora: da qualche notte Matteo si addormenta da solo. Dopo esserci preparati e aver letto uno dei suoi libri ("uffa mamma ma tu mi regali sempre libri!") mi dice: 
"adesso mamma vai di là perché io dormo da solo e non venire a controllare". Il tutto all'improvviso senza che io gli "suggerissi" alcunché.
Evidentemente il gigantino deve aver conosciuto la signora vestita di luce viola


"Ma quando è stato?" mi son chiesta, "Quando è passata? Possibile che io non mi sia accorta di nulla? 

Con questo ritmo in quest'anno potrebbero accadere cose sorprendenti e decisive anche al netto di quel tipico andamento altalenante di molti bambini (compreso il mio) che spesso tendono a "tornare indietro" verso modalità comportamentali e sociali tipiche di fasi di sviluppo precedenti, come fossero tanti piccoli gamberi.
Dunque non mi resta che tranquillizzarmi e farmi una ragione del fatto che mio figlio sta crescendo.
Smetterà (forse) di essere l'infante dolce e affettuoso che è adesso ma potrebbe sempre diventare un bambino altrettanto sorprendente.
Ad maiora.



venerdì 15 novembre 2013

Degustazioni letterarie: "L'uccello che girava le viti del mondo" - Murakami Haruki

"Al mattino, Creta aveva perso il suo nome. Mi chiamò adagio poco dopo l'alba. Io mi svegliai, aprii gli occhi, e guardai il raggio di luce che entrava da una fessura nelle tende. Poi la vidi, seduta di fianco a me nel letto che mi guardava. Invece del pigiama si era messa una mia vecchia maglietta, ed era tutto quel che aveva indosso. Nella luce del  mattino, i suoi peli pubici splendevano, nerissimi. 
- Sai, ormai io non ho più un nome, - disse. Aveva smesso di essere una prostituta, di essere una medium, e di chiamarsi Creta.
- Okay il tuo nome non è più Creta, - risposi strofinandomi gli occhi con le dita. - Congratulazioni. Ormai sei una persona nuova. Ma io come devo chiamarti, d'ora in poi, se non hai più un nome? Mettiamo che mi trovi dietro di te e ti debba chiamare, come devo regolarmi?
La ragazza che fino alla sera prima rispondeva all'appellativo di Creta scosse la testa.
- Non lo so. Forse sarebbe meglio che mi trovassi un altro nome. Una volta ce l' avevo, sai, un nome vero. Ma è quello che usavo quando facevo la prostituta, e non ne voglio più sentir parlare. Poi quando ho smesso di prostituirmi mia sorella Malta mi ha messo il nome Creta, per farle da medium. Ma ormai io non sono più né l'una né l'altra cosa, e ho bisogno di un nome nuovo di zecca per questa nuova me stessa. Nessuna idea signor Okada? Un nome che si addica al mio nuovo io.
Ci pensai un po' su, ma non mi  venne in mente nulla di appropriato.
- Forse dovresti trovartelo tu, non credi? Visto che d'ora in poi sarai una persona nuova, indipendente. Penso che sia la cosa migliore, anche se ci  metterai un po' di tempo.
- Ma è molto difficile trovare un nome giusto per se stessi.
- Certo non è semplice. In certi casi un nome esprime tutto, - dissi. - Forse a questo punto dovrei perdere anch'io il mio, come te. Qualcosa mi dice che farei meglio.
La sorella di Malta si sollevò sul letto, stese una mano e mi toccò la guancia destra, sulla quale doveva ancora esserci una voglia della grandezza della mano di un neonato.
- Se tu adesso perdi il tuo nome, come ti posso chiamare?
- Uccello-giraviti, - dissi. Almeno io avevo un nuovo nome.
- Uccello-giraviti ,- ripeté lei. Poi restò un momento a guardare quelle due parole fluttuare nell'aria. -Penso sia un nome bellissimo, me che razza di uccello è?
- Esiste davvero. Che aspetto abbia però non  lo so, non l'ho mai visto,  l'ho solo sentito cantare. Si ferma sul ramo di un albero da queste parti, e si mette a stringere una dopo l'altra le viti del mondo, con un rumore stridente. Se smette, il mondo smette di funzionare. Però non lo sa nessuno. Tutti pensano che ci sia qualcosa di più grande, più complicato e più bello a far girare il mondo. Invece lo fa girare lui, si sposta da un posto all'altro e a mano a mano che si sposta va stringendo le viti. Sono viti molto rudimentali, sembrano quelle dei giocattoli. Basta solo farle girare. Però le può vedere solo l'uccello giraviti.
- L'uccello-giraviti, - ripeté l'ex Creta. - Che gira le viti del  mondo.
Alzai il viso e mi guardai intorno. Era la solita stanza che conoscevo bene, ci dormivo da quattro o cinque anni. Eppure sembrava stranamente vuota e ampia.
- Purtroppo però non so dove si trovino, quelle viti, - dissi. - E neanche che aspetto abbiano.
Lei posò le dita sopra la mia spalla. Poi con i polpastrelli disegnò dei piccoli cerchi.
Io ero steso supino, e guardavo in silenzio una piccola macchia sul soffitto, aveva la forma di uno stomaco. Si trovava proprio sopra il mio cuscino, ma non mi ero mai accorto che ci fosse. Da quando era lì? Da prima che io e Kumiko andassimo a vivere in  quella casa? Oppure si era installata lì in silenzio, trattenendo il fiato, proprio sopra di noi, mentre noi dormivamo insieme in quella stanza? Finché un mattino mi ero accorto della sua presenza.
Sentivo di fianco a me il respiro caldo della donna che una volta si chiamava Creta. Sentivo l'odore dolce del suo corpo. Lei continuava a disegnare piccoli cerchi sulla mia spalla. Avrei voluto prenderla ancora una volta tra le braccia, magari, ma non sapevo giudicare se fosse un'azione corretta o no. I rapporti tra le cose, alto e basso, destra e sinistra, erano troppo intricati. Rinunciai a pensare, e continuai a guardare in silenzio il soffitto. Finché lei non venne a sedersi sopra di me, e mi baciò leggermente sulla guancia destra. Quando le sua labbra morbide toccarono la voglia, provai una sorta di profondo torpore.
Chiusi gli occhi, e tesi le orecchie ai rumori del mondo. Sentii tubare da qualche parte un piccione. Costantemente, con pazienza. Quella voce era piena di affetto nei confronti del creato. Celebrava l'arriv del mattino estivo, e annunciava alla gente l'inizio di una giornata. Però non bastava, pensai, qualcuno doveva farlo girare, il mondo.
- Penso che un giorno riuscirai a trovarle quelle viti, sai?- disse l'ex Creta.
- Se è così, - le chiesi senza aprire gli occhi, - se un giorno riuscirò a trovarle e a stringerle, le cose torneranno a posto, questa vita insensata finirà?
Lei scosse in silenzio il capo. Nei suoi occhi apparve una leggerissima traccia di compassione.
- Non lo so, - disse.
- Non lo sa nessuno, -  risposi.
- Al mondo ci sono cose che è meglio non sapere, - aveva detto il tenente Mamiya."

  

Se parlare di libri fosse semplice quanto leggerli, di certo la gente invece di chiacchierare del tempo discuterebbe di letteratura. Non è solo per far conoscere libri che ritengo degni di essere letti che scrivo le mie "Degustazioni letterarie" e gli "Assaggi di saggi", è anche e soprattutto perché ad un certo punto della mia vita mi son resa conto di non conservare memoria di tanti libri che pure avevo letto. Dunque leggere e poi interrogarsi sul senso, sullo stile, sul messaggio di ciò che si è letto è un modo efficacissimo per collocarlo nella propria memoria ed evitare che sia stato tempo perso (la lettura non è mai tempo perso, sia chiaro, ma non è bello considerare che poco o niente si ricordi di qualche cosa che pure ci ha preso del tempo e ci ha suscitato delle emozioni).
Detto questo, ci sono libri con i quali questa attività di riflessione risulta particolarmente difficile, "L'uccello che girava le viti del mondo" è uno di questi.
Apparentemente si tratta della storia di un uomo che improvvisamente viene abbandonato dalla moglie e, nonostante questa gli faccia sapere che non vuole più vederlo né sentirlo, inizia a cercarla in maniera ossessiva, riuscendo alla fine a trovala.
Potrebbe sembrare una trama abbastanza semplice ma Haruki Murakami l'articola in  maniera immaginifica e complessa, trasportando protagonista e lettore in una dimensione parallela e oscura, accerchiandoli con personaggi surreali eppure ben caratterizzati e definiti. E il lettore non può far altro che affidarsi al protagonista. Ci si perde, ad un certo punto, e forse proprio questo voleva Murakami perché, da quel momento, il lettore diventa degno compagno di viaggio del protagonista, lo affianca, vagamente impaurito e sconcertato, in questo tortuoso percorso attraverso dimensioni spazio temporali lontane ma, in qualche modo, parallele dove ciò che accade ha ripercussioni nella vita reale. Difatti agendo in questi luoghi il protagonista riuscirà infine a ritrovare sua moglie. Ma il percorso che fa (e noi con lui) è davvero complesso e sovraccarico di significati. 
Questo non è certo un libro di quelli che si possano regalare al cognato mediamente acculturato a Natale (ché se poi decidesse di tirarvelo addosso potrebbe provocare un vistoso ematoma). Modestia a parte, questo è un libro per veri amanti della lettura, quelli che anche se si stanno annoiando a leggere i ricordi di un ex combattente della guerra della Manciuria (che vanno avanti da più di venti pagine) non si mette a pensare "quanto manca?", piuttosto ascolta quello che lo scrittore ha da dire con fiducia e curiosità per ritrovarsi, alla fine, ad ammirare la bravura dell'autore, che proprio in quelle pagine angosciose e, apparentemente lontane dalla vicenda principale, ha collocato la chiave per risolvere la ricerca. 
C'è poco da dire: su questo romanzo potrei scrivere molto senza riuscire a renderne la grandezza e la complessità. 830 pagine (in letteratura le dimensioni contano) delle quali l'autore ha una perfetta padronanza e sulle quali rivendica assoluta autorità. Difatti a Murakami interessa poco rassicurare il lettore e chiarire i punti oscuri, anzi sembra quasi provocarlo con una serie di domande che, alla fine, lascia senza risposta (a questo senso di smarrimento contribuisce anche il fatto che quello che leggiamo come un romanzo è in realtà la somma di tre volumi che in Giappone furono pubblicati separatamente), ne consegue, per il lettore, uno strano senso di spaesamento che tanto stride con la normalità finalmente ritrovata dal protagonista. Perché, alla fine, questo mi pare essere il nucleo del libro: posto che quella che conosciamo come realtà è solo l'espressione di un modo di stare al mondo (quello della maggior parte degli esseri umani), laddove a pochi è permesso di andare oltre (peraltro non senza conseguenze permanenti), tuttavia la nostra vita non può che svolgersi nell'ambito ristretto e pur condiviso che definiamo e collettivamente riconosciamo come "realtà". Questo è appunto il motivo per cui il protagonista pur incontrando una congerie di personaggi (per lo più femminili) tutti particolarissimi, intriganti e, a loro modo, seducenti non perde mai di vista lo scopo ultimo della sua ricerca: capire perché sua moglie l'ha abbandonato e dunque riportarla presso di sé. La grandezza di Murakami (anche quest'anno nella rosa dei candidati al Nobel per la letteratura ) sta proprio nell'originalità con cui intreccia i vissuti di questi personaggi con quelli del protagonista come se la vita di questo fosse non solo predeterminata ma addirittura preventivamente segnata dalla loro.
Ma ho parlato troppo, non sono riuscita a rendere neppure in minima parte la grandezza di questo romanzo e sono consapevole che tutto ciò che ho detto potrebbe essere usato contro di me da chi per lavoro si occupa di libri. Perdonatemi: astenermi dal commentare "L'uccello che girava le viti del mondo" sarebbe stata forse la cosa più semplice da fare eppure non ho saputo resistere alla tentazione di contagiarvi con l'ammirazione che ho provato nel leggerlo.
In conclusione, se amate la grande letteratura, fatevi un regalo: leggete questo libro!
E se decidete di farlo, ricordate le parole di De André:

"...il secchio gli disse -Signore, il pozzo è profondo, 
più fondo del fondo
degli occhi della notte del pianto.
Lui disse -Mi basta, mi basta che sia più profondo di me.
Lui disse -Mi basta, mi basta che sia più profondo di me."





mercoledì 13 novembre 2013

IV comandamento





E' la cosa più sensata che mi è venuta in mente dovendo spiegarmi cosa ci facessi, in equilibrio instabile, su una pianta di ulivo abbastanza giovane da potersi spezzare da un momento all'altro.
Fortuna che peso poco, la foto inganna.

Addendum 15 novembre: Ripensandoci: non ho detto "albero", ho detto "pianta" ergo la cultura contadina dei miei genitori mi ha permeata più di quanto pensassi; 
difatti ieri è arrivato il primo olio: 125 litri e siamo circa alla metà del raccolto.
In effetti ero inerpicata lì sopra anche per questo.



mercoledì 9 ottobre 2013

Vajont: cinquant'anni di dolore


"Il processo viene fissato per il 26 giugno. Ma in maggio i superstiti ricevono un'altra stangata: la Cassazione ha trasferito il dibattimento a l'Aquila per "legittima suspicione". Cos'è? si domanda la gente. "Hanno ritenuto che voi siete d'impiccio; potreste organizzare disordini". Sempre in maggio, la stessa Corte di Cassazione revoca il mandato di cattura per Biadene e Tonini. La speranza di giustizia dei sopravvissuti, implorata e gridata per quattro anni, si fa più tenue. Ma si continua a lottare. I consigli comunali di Longarone, Castellavazzo, Erto divulgano una "lettera aperta al popolo italiano" appellandosi al Paese, al capo dello Stato, al parlamento, alla magistratura. Ma tutto avviene, d'ora in poi lontano da loro e contro di loro. Il Vajont sta assumendo un'altra dimensione per la coscienza pubblica: è divenuto un luogo turistico da visitare. Con curiosità, forse con pietà, mai con ribellione."
"Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" Tina Merlin


Sono passati cinquant'anni da quel 9 ottobre del 1963 giorno in cui si è verificata una delle tragedie più dolorose della storia d'Italia.
Sarei nata più di dieci anni dopo e per moltissimo tempo ho vissuto senza sapere ciò che era successo, poi nel 1997 ho visto "Il racconto del Vajont 1956/9-10-1963"


di Marco Paolini e, da allora, il Vajont è diventata parte integrante della mia storia.
Certo: la bravura di Paolini, che spiega cosa è avvenuto con semplicità e chiarezza, con un'ironia che lentamente si tramuta in drammaticità, ha avuto un peso ma la cosa sarebbe potuta finire lì e invece ho pure letto il libro dal quale lo spettacolo di Paolini è stato tratto "Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont" di Tina Merlin .
La tragedia del Vajont mi è subito sembrato uno di quei drammi che non rimane sepolto dagli anni che passano, vivido nella memoria dei sopravvissuti e di pochi altri, tragico errore verificatosi una volta per tutte e mai più. No: a conoscerlo un minimo si capisce bene che "il caso Vajont" ha tanto da insegnare a noi italiani e, semmai sia possibile trarre qualcosa di buono da una tale tragedia, allora è adesso (e sarà sempre) il momento giusto per farlo. 
Dunque cosa ho capito di questa tragedia?
Prima di tutto che il Vajont non è stata una "catastrofe naturale" ma un vero e proprio "eccidio" come peraltro denunciò subito chi ebbe modo di conoscere da vicino alcuni dei dirigenti della "SADE" (la società che che costruì la diga) e come ci ricorda oggi chi, memore di quella consapevolezza, si è deciso a parlare. Tutto il libro della Merlin è un'accorata testimonianza degli sforzi che ella fece per aiutare gli abitanti di Erto e Casso,"montanar, cuntadin, gnuranti", come li definisce Paolini, a far valere i propri diritti. Loro quella diga non la volevano, in principio perché la sua costruzione avrebbe comportato l'allagamento dei terreni su cui sorgevano le loro case e che coltivavano, poi perché iniziarono a vedere che il monte Toc si stava muovendo come mai aveva fatto a memoria d'uomo. Ma a nulla valsero le loro proteste, la società costruttrice arrivò persino all'esproprio forzoso creando conti bancari sui quali accreditò le somme che dovevano "risarcire" i proprietari dei fondi. L'Italia di quegli anni aveva bisogno più che mai di energia elettrica. Tutto il resto passò in secondo piano.
Ora, mi rendo conto che il paragone farà storcere il naso a molti ma quando penso alle proteste della gente del Vajont non posso fare a meno di pensare ai no TAV. Certo le opere in questione sono molto diverse tra loro come pure i rischi legati alla loro realizzazione tuttavia siamo, anche qui, difronte ad un dissenso forte che invece di essere ascoltato e compreso, al limite mediato, viene ignorato bellamente nonostante ci siano decine di studi scientifici che denunciano la sostanziale inutilità dell'opera. 
Passano gli anni ma non cambiano le modalità con le quali il potere cerca di imporre le sue decisioni ai cittadini. Nessuno sembra essere disposto ad imparare dagli errori di chi ci ha preceduto anche quando sono grandi come una montagna, che sia essa franata o bucata.
Ma allora non si può trarre nulla di buono dall'eccidio del Vajont? Possibile che tutto il dolore scoppiato in quattro minuti e ancora vivo tra i sopravvissuti, tra i soccorritori, tra quelli che videro coi loro occhi e quelli che vedono solo adesso, non serva a niente?
E' comunque degno di nota e positivo che a distanza di cinquant'anni lo Stato chieda scusa e ammetta che la "tragedia" del Vajont poteva essere evitata ma questa ammissione diventa sterile e quasi offensiva se non la si cala nell'odierna realtà del nostro paese.
Ecco mi piacerebbe, perché sarebbe il modo migliore di rendere omaggio ai 1917 morti e ai loro parenti, che il Vajont non fosse solo un doloroso ricordo che tocca la nostra dimensione umana ma un vivo promemoria che dirige la nostra condotta civile.
Questo lo dobbiamo alle vittime di allora e ai sopravvissuti di oggi; questo sarebbe il modo migliore per onorare la memoria di quanti allora persero la vita per essersi fidati di uno Stato che non ha saputo garantire il loro diritto più grande.


Alle vittime del Vajont, ai loro familiari, ai sopravvissuti, ai soccorritori e a tutti coloro che vissero e vivono ancora un dolore troppo grande per essere sopportato da un essere umano.


domenica 1 settembre 2013

Intermezzo creativo (questo l'ho fatto io!!!)


La creatività è una delle cose che distingue l'uomo dagli altri animali (sarebbe il caso di iniziare a riflettere seriamente sulle altre, in primis sulla sventurata tendenza dell'uomo a distruggere il suo habitat naturale), l'origine di qualsiasi umana conquista.
Pare che essa, come quasi ogni umana dote, si manifesti nell'età adulta tanto più è stata stimolata nell'infanzia.
Da piccola non ho mai giocato con le bambole, ne avevo pochissime e tutte in bella mostra, ancora impacchettate, sull'armadio, in modo che non le potessi toccare. Non che mia madre fosse sadica o insensibile, tutt'altro, era solo (come ho realizzato anni dopo) che per lei quegli oggetti erano qualcosa di bello e prezioso come tutto ciò che si è desiderato durante l'infanzia senza mai averlo avuto.
Va detto che però avevo una stupenda enciclopedia per ragazzi: "conoscere ieri oggi e domani" che sfogliavo quotidianamente, attratta dalle bellissime illustrazioni e dalle spiegazioni chiare ed esaustive. Sulle cose apprese per gioco su quei volumi (perché il gioco è la chiave di qualsiasi apprendimento infantile) ho vissuto di rendita fino a tutte le scuole medie inferiori.
Comunque, tornando al discorso principale, spesso penso che la mia totale incompetenza a curare il mio aspetto esteriore e il mio modo di vestire derivi dal non aver giocato con le bambole quando avrei dovuto farlo. Giocoforza è stato poi attribuire all'estetica corporea una posizione bassissima nel mio sistema di valori. Fortuna che Matteo è un maschietto altrimenti non avrei saputo proprio come fare con vestitini, acconciature, accessori e imbellettamenti vari (ma chi può dirlo? Magari me la sarei cavata lo stesso).
Tuttavia il senso estetico è un'altra fondamentale prerogativa umana: non importa quale sia il nostro livello d'istruzione, la parte del mondo in cui viviamo, le nostre personali inclinazioni: l'essere umano è sensibile al bello e se c'è qualcuno che non lo è, esso non è un uomo.
Quanto bisogno ci sarebbe oggi di bellezza!
Trovarla è sempre più difficile e, alle volte, non resta che "fabbricarsela" con le proprie mani


Il che è ancora più soddisfacente: proprio queste MIE mani hanno creato (peraltro utilizzando materiali poverissimi e destinati alla pattumiera) una cosa obbiettivamente bella.
Forse per l'uomo c'è ancora speranza: dovremmo essere costretti a creare una cosa bella almeno due volte all'anno. Creare bellezza potrebbe essere la nostra unica via di salvezza.
Creare cose belle e donarle a chi le merita.
E a chi ho donato questo mazzo di rose?
Semplice: alla persona cui naturalmente si regala ogni bel fiore che si trova: alla mamma.
Grazie mamma, per ogni cosa.



Per il cestino ho seguito questi tutorial

Per le rose di carta:
1. Magaia5

Tutte ringrazio per aver condiviso il loro saper fare con me.


mercoledì 21 agosto 2013

Anatomia comparata


Anche a rischio di attirare orde di internauti pervertiti ("Che brutto mondo signora mia...") questa è stata troppo simpatica e me la voglio annotare:
stavo facendo la doccia a Matteo, ad un certo punto lui richiama la mia attenzione, mi guarda serio e mi dice:
"Mamma tu devi mangiare più verdure sennò la tua pisellina non diventa mai grande!"

"Heee?!!!" Faccio io lievemente frastornata.

"Si perché le verdure fanno diventare grandi e la tua pisellina è piccola perché tu mangi poche verdure".
"A parte che io le verdure le mangio" faccio io un po' piccata 
"ma poi tanto la mia pisellina è già grande".
E lui un po' seccato: 
"E allora perchè non è lunga lunga come il pisilleno di papà?".
Dopo un momentino (i bambini vanno presi sul serio) di risata libera ho proceduto alle doverose spiegazioni sul fatto che chissà perché (non è ancora il caso di svelare il mistero) il pisellino e la pisellina sono diversi nelle femmine e nei maschi come le sisotte, del resto.
Matteo è sembrato soddisfatto della spiegazione (fortuna che la fase dei perché da qui non è ancora passata e non mi venite a dire che questo rappresenta un problema semmai lo è per chi ci ha a che fare) e abbiamo cambiato discorso; senonché, mentre gli asciugavo i capelli  mi fa:
"mamma guarda cosa ci faccio al mio pisellino" armeggiando con lo stesso,
"e tu che ci fai con la tua pisellina?"
"..."
"Mah...non so...cioè...
Insomma io mica la posso allungare come fai tu, è diversa".

"Ce l'ho fatta" penso io ma poi lo guardo e gli vedo un'espressione che più o meno doveva essere la mia quando il vecchio saggio mi chiedeva se avevo capito una cosa che mi aveva appena spiegato e io, mentendo, rispondevo "si, si" al che lui me la rispiegava.
"Vabbè" (che sembra una parolina insignificante e invece...) faccio io 
"adesso ti faccio vedere così capisci" 
e mentre mi guardava un po' divertito (cioè: i bambini sono naturalmente ferrati nella logica, volete che a cinque anni uno non inizi a chiedersi perché i suoi simili non scoprano mai solo alcune zone del corpo?) mi sono spogliata esponendomi alla sua curiosità e pensando 
"starò mica facendo una ca***ta?" ma poi mi son detta 
"diamine: è mio figlio, mica il mio ginecologo: un po' di leggerezza". 
E così è saltata fuori una mini lezione di anatomia nella quale Matteo ha sfiorato, toccato e stiracchiato chiedendo e ipotizzando, arrivando a disegnare sulla mia pancia la collocazione degli ureteri mentre farfugliava di "tubicini che vanno su". 

Poteva finire lì e invece:"ma allora non cresce più?"

"No a mamma, è già grande. Per capirlo dovresti vedere quella della tua cuginetta Aurora che è piccola
(?!!!)
ma non esageriamo...però...possiamo fare così...:"
"Papaaà, puoi venire un attimo in bagno...?"

E così poiché oltre ad avere una mamma un po' svitata ha anche un papà che, per quanto sia dia arie di genitore buono ma severo, quella svitata l'ha scelta tra tante (più normali)
Matteo ha infine capito.
Fiuuuuuh!


domenica 18 agosto 2013

Stanziali vs migranti di ritorno

Sicampeggia non va mai in vacanza, principalmente, ma non solo, per motivi economici ella vive dodici mesi all'anno nello stesso luogo: un paesino di alta collina nel centro Lazio accuratamente arroccato tra le montagne. La cosa in sé non sarebbe poi tanto male non fosse che sono gli altri a venire in vacanza qui. Orde di villeggianti in cerca di frescura e relax ogni anno puntualmente assediano seconde e terze case, invadono camere degli ospiti di genitori e zii (peraltro dimenticati allegramente per il resto dell'anno) costringendo noi stanziali a razionamenti idrici e interminabili conversazioni di circostanza ogni volta che mettiamo il naso fuor dalla porta.
Generalmente sicampeggia (che è persona dalle spiccate tendenze misantrope) ovvia a queste infinite scocciature riducendo al minimo le uscite tuttavia, avendo ella ormai un gigantino di quasi cinque anni di età da far crescere uso alle civili consuetudini, quest'anno ha dovuto subire lo sfinimento della festa di ferragosto.
Trattasi di festa popolare che si svolge nella piazza del paese alla presenza di stanziali e migranti di ritorno, tutti tirati a lucido e provvisti di inossidabili sorrisi, i quali passeggiano freneticamente ai piedi del palco dove si esibisce l'artista di turno.
Tra uno zucchero filato, un giro in giostra e un acuto stonato fioccano i "ciao, come stai?", "da quanto tempo...", "mi ha fatto tanto piacere rivederti", "andiamo a farci una pizza un giorno di questi". Sicampeggia ligia al pregiudizio che l'abitante del paesino di alta collina sia per definizione calmo e sereno (non dovendo, generalmente, preoccuparsi di affitti da pagare, traffico da dribblare e afa cittadina da sopportare) usualmente risponde con la massima cortesia fingendo entusiasmo e interesse.
Tuttavia lo scorso quattordici agosto ha fatto un'eccezione in onore della sua ex-quasi migliore-amica.
Dopo una serata passata a sentire lamentele di cittadini villeggianti sul palco posizionato male, il parcheggio lontano, la protezione civile impreparata (la stessa che a mani nude aveva liberato l'accesso ai portoni di casa di vecchiette sole e semi assiderate in occasione del grande gelo, un metro e oltre di neve senza nemmeno un Alemanno di passaggio) che avevano semi esaurito la sua pazienza, ecco la soggetta avvicinarsi a papà camp e proferire:
"Ah ma siete voi, mi pareva...Allora come va?" con l'artefatta cadenza tipica del provinciale trapiantato in città affetto da complesso di inferiorità linguistico dialettale.
"Ma sei proprio di coccio", ho pensato io, "è tutta la serata che faccio finta di non vederti e capiscilo che non mi va di fingere di essere contenta di parlarti, ci vuole tanto?"
E allora in onore della passata amicizia (morta, sepolta e serenamente dimenticata) rispondo:
"molto bene e tu?" 
e lei "si anche a me tutto bene" 
e io penso "e si: lo capisco da questa bella voce nasale all'avv. Agnelli che la vita ti sorride!" 
e io "e come mai qui? Non ti si vede mai da queste parti" "con mio grande sollievo" 
e lei "Ah si infatti quest'anno sono qui proprio per sbaglio
"mannaggia" penso io e poi lei 
"ma questo bellissimo bambino è uno spettacolo, quanto ha adesso?" 
"cinque anni a fine novembre" 
"ah, ma è incredibile, cinque anni!". 
"E certo che è incredibile è la prima volta che lo vedi!".
E io che di solito invito Matteo ad elargire baci e bacetti a destra e manca l'ho guardato con espressione rassicurante della serie "lo so Matteo: somiglia tanto alla strega cattiva ma se la ignori è inoffensiva".
"Vabbbeene adesso vi saluto, mi ha fatto piacere incontrarvi"
"Ok ciao".
"Vabbè" mi son detta "il peggior incontro che avrei potuto fare l'ho fatto, adesso è tutta discesa".
Cara ex-quasi migliore-amica rivederti non m'ha fatto per nulla piacere, come peraltro avrai chiaramente notato, ma, nonostante lo sguardo rassicurante a Matteo, ho sempre avuto dubbi sulla tua reale natura dunque approfitto per un esorcismo musicale, non si sa mai...
Certo Daniele Silvestri è un po' troppo per te (fautrice di un'indipendenza narcisistica che sfiora la patologia) tuttavia qualcosa in questa canzone mi ti ricorda e così


Solo un favore: la prossima volta non ti sbagliare, vai da un'altra parte a riposare!!!


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