Sono davvero preoccupata: oggi c'è stata la recita di Matteo all'asilo e HO VISTO finalmente quello che avrei fatto meglio a non vedere, non così. Matteo era totalmente distaccato, ha cantato pochissimo, non ha ballato, non ha imitato i movimenti dei compagni, ad un certo punto si è seduto e ha iniziato a sbadigliare.
"Suo figlio è calmo, fin troppo!" mi torna alla mente. Anche se ho un po la sindrome di Cassandra, ci sono rimasta malissimo . E sono preoccupata: cosa c'è che non va? Dove ho sbagliato? Ma poi di sbagli si tratterà? Ha compiuto tre anni da neanche un mese ed è ancora il mio stellocchietto, cosa mi aspettavo?
Che magari su ventritré bambini non fossero solo lui ed un altro a comportarsi così. Io che sto sempre a domandarmi "è normale?".
Giovedì primo dicembre 2011 ad Oscar Giannino accadeva questo:
Oggi alle 14,30 mi è stato impedito l’accesso all’Università Statale di Milano in via del Conservatorio, dove ero invitato a un dibattito sull’euro organizzato da Azione Giovani. Numerosi studenti hanno bloccato l’ingresso, apostrofandomi “buffone, padrone, fascista, distruttore dell’Università”. Una bella doccia di pomodori pelati, qualche uovo. Nessuna possibilità di interloquire. La polizia, presente, mi ha cortesemente invitato a desistere. Così è stato. Questi i fatti. Nessun danno. Ognuno giudichi se si debba arrivare a episodi del genere. Studentesse e studenti che mi davano del fascista nopn avevano la minima idea di chi io fossi davvero e di che cosa pensassi. Quando è partito il coro “figlio di papà, noi qui a lavorare e tu a fare la bella vita”, non sapevo se ridere di più che alla funzionaria di polizia che mi chiedeva di sgombrare.
lo stesso giorno, più o meno alla stessa ora, tra me e le maestre di Matteo avveniva la seguente conversazione:
"Ho notato che da qualche giorno Matteo è diventato aggressivo"
"In che senso signora?"
"Ha iniziato a picchiare un po tutti: me, il papà, i nonni; non appena lo contrariamo, lui inizia a dar botte, peraltro fa anche male, non direi si tratti di un gioco, è semplicemente violento. Ebbene volevo sapere se si comporta così anche all'asilo inoltre vorrei chiedervi un consiglio, date le vostre specifiche competenze professionali, sull'atteggiamento migliore da adottare."
"Ma signora quello che mi dice mi sorprende: Matteo all'asilo è tranquillissimo, anche troppo! E poi qui i bambini non sono affatto aggressivi. Comunque non drammatizzi, sono fasi, come quella dei "perché?", un po di pazienza e passano." Arrivederci e grazie!
Allora: cosa hanno in comune queste due vicende? Chiaramente si tratta di due modi di agire la violenza, quello di Matteo e quello degli universitari, che per quanto simili (nel senso che è evidente la regressione psichica degli universitari) hanno motivazioni talmente diverse (ma poi neanche tanto, dato che i ragazzi non hanno motivato affatto!) da renderli eventi non commensurabili. Tuttavia essi hanno un terribile comune denominatore: il modo in cui strati della nostra società stanno via via arrendendosi all'idea che la violenza sia una modalità comportamentale accettabile in una società civile.
Mi pare infatti che ciò che ha sconcertato il sig. Giannino non sia stato tanto l'atteggiamento di chiusura estrema degli universitari che lo hanno aggredito "a priori" (non in risposta, peraltro comunque inaccettabile, al suo discorso ma prima che esso avvenisse e anzi proprio per impedirlo) quanto la reazione di chi in quelle circostanze avrebbe dovuto intervenire per garantire il suo diritto ad esprimere la propria opinione. Non si è fatto, insomma, in modo e maniera che Giannino potesse comunque partecipare al dibattito (per quanto dubito che un uomo della sua eleganza si sarebbe presentato in aula in quelle condizioni) ma si è fatto appello alla sua ragionevolezza e intelligenza e arrivederci e grazie! Gli è stato chiesto un passo indietro per agevolare l'onda di piena emotiva di un branco (e il termine non lo scelgo a caso) di incivili, al fine di evitare che la situazione degenerasse.
Ma torniamo a Matteo: la violenza non fa parte dei nostri usuali modelli comunicativi, ammetto che alle volte perdo la pazienza e ci scappa qualche schiaffo ma si tratta di eventi molto rari; Matteo guarda pochissimo la televisione e comunque quando lo fa non v'è traccia nei programmi che vede di comportamenti violenti; giorni fa è tornato a casa dall'asilo con al polso il segno di un morso davvero notevole per profondità e simmetria. E' chiaro che all'asilo assiste o è vittima di comportamenti aggressivi. Io ho sempre pensato che alla scuola spetti il compito principale di dare un'istruzione ai ragazzi e che l'educazione venga solo in seconda istanza spettando, in prima analisi, alla famiglia. Tuttavia la scuola dell'infanzia rappresenta un'eccezione perché è il luogo fisico e reale dove il bambino per la prima volta nella vita esercita la sua socialità. Sarebbe impossibile ricreare in casa un ambiente tanto complesso. Mirabili cose avvengono tra quelle mura, ciò nonostante il genitore (per motivi a me ancora poco chiari) generalmente viene fortemente tenuto alla larga; naturale dunque che lo stesso sia costretto a delegare alle insegnanti che invece, spero solo nel mio caso, sottovalutano.
Quello che avrei voluto sentirmi dire dalle maestre di Matteo è che la comparsa dell'aggressività è normale e auspicabile, perché fa parte dello sviluppo emotivo di ciascun bambino. Che l'asilo è il luogo in cui questi comportamenti prendono forma perché stimolati dalla presenza del gruppo dei pari e che proprio questa entità garantisce che il tutto avvenga in condizioni di sicurezza, che quello che l'adulto deve fare non è inibire questa tendenza ma spiegare che la violenza è ammissibile solo nel caso in cui la propria incolumità sia minacciata, che sarebbe auspicabile, a tal proposito, fornire al bambino esempi concreti di risoluzione dei conflitti mediante modalità alternative a quelle basate sull'uso della violenza.
Invece tutto quello che mi hanno detto è stato "è una fase, passerà". Anche a me, come al sig. Giannino è stato chiesto un atto di ragionevolezza o meglio un passo indietro: stia tranquilla signora sono fasi normali, passerà, suo figlio diverrà adulto, gli cresceranno i peli sul petto, prenderà la patente e un giorno andrà all'università...magari a lanciar pomodori addosso a rispettabili dottori.
Tutto ciò è davvero molto triste. Perché questa arrendevolezza, questo lassismo pedagogico e civile? Perché quei giovani nel momento dell'ideazione della loro "azione" non hanno percepito la sostanziale stupidità del loro gesto? Perché le maestre di mio figlio non vedono il potenziale pedagogico che questo momento offre a loro e a me in quanto "responsabili" della crescita di Matteo? Insomma perché, alla fin fine, tolleriamo la violenza?
Matteo, stellocchietto di mamma, ti voglio tanto bene ma quando butti tutto per terra e riempi il pavimento di briciole varie, proprio il giorno che avevo pulito tutto per bene, sgombrando l'ambiente esterno alla ricerca dell'ordine che all'interno mi manca, io non ti sopporto
e quando, dovendo evidentemente scaricare la tua rabbia, inizi ad agitare braccia e gambe senza considerare che di fronte a te ci sono io, mamma aperta e consapevole delle nuove tendenze della moderna pedagogia, ma pur sempre fatta di carne ed ossa (peraltro piuttosto minute), io non ti sopporto
e non ti sopporto quando rifiuti di usare il vasino e fai la cacca nelle mutandine e poi non sai darmi motivazione valida di questa tua preferenza
e quando ti sto vestendo e trovi sempre qualcosa alle tue spalle che imperiosamente richiama la tua attenzione
e quando dobbiamo uscire e all'improvviso ti colpisce l'idea che invece è più interessante giocare a far rotolare il tubo delle gomme da masticare, io non ti sopporto.
Però tranquillo: sei il mio bimbo e se ci sei è perché l'ho voluto io, dunque troverò le energie necessarie a sopportare quello che non sopporto di te aspettando che tu sia in grado di capire ed evitando nel frattempo (che il cielo mi aiuti) di buttarti dalla finestra.
Papà camp: la sede è pubblica dunque non mi pare il caso di dire qui quello che non sopporto di te ma ce n'è anche per te, in separata sede, che poi non so nemmeno se ti interessa saperlo e questo, te lo posso dire anche da qui, non lo sopporto.
Luna: forse non ti è ancora chiaro il concetto ma tu devi fare quello che dico io non quello che fa Trilli, lo so che lei è un canide come te ed è uno spirito libero ma quando usciamo tu non puoi pretendere di seguirla nei suoi vagabondaggi, questo io non lo sopporto.
Passiamo quindi alla famiglia d'origine: io non vi sopporto più, anche se sono la più intelligente non significa che debba sempre essere io ad ascoltare, consolare, giustificare e mediare. Non lo sopporto più: iniziate a darvi da fare pure voi invece di arroccarvi ognuno sulle proprie posizioni con quel contegno sdegnoso che vi viene tanto facile assumere. Io ci tengo alla pace familiare ma ancora di più al mio equilibrio psichico. Se continua così, un bel giorno me ne laverò le mani e chi s'è visto s'è visto e poi non venite a dirmi che vi dispiacerà perché a quel punto sarà a me che non importerà più nulla.
E non sopporto più nemmeno la famiglia allargata: tutti baci e abbracci e poi appena ti volti, tutti a gettar fango e a seminare zizzania. Per non parlare di quelli che non perdono occasione per provocarmi perché tra le missioni della loro scialba vita c'è quella di tirarmi fuori il peggio così, tanto per sentirsi meno mediocri. Lo sapete che non lo sopporto, che mai ve la darò vinta (a parte i normali e funzionali scleraggi che, nonostante la mia superiore natura, mi caratterizzano come umana, infine) a costo di fare come se non esistiate. Ma anzi, iniziamo da subito che tanto già s'è capito che, con voi, ogni sforzo è vano e sprecato.
Infine non che non ci dorma la notte ma un blog, per quanto poco visitato, ce l'ho anche io dunque, da blogger della domenica, dirò che:
non sopporto quelli che il giorno prima scrivono post che sembrano l'ultimo messaggio di un suicida e il giorno dopo pubblicano la raccolta completa delle barzellette italiane dal dopoguerra ad oggi, e quelli che "seguono" trecento blog ma poi non li seguono e quelli che scrivono e tu commenti e loro non si degnano neppure di rispondere neanche fossero Beppe Grillo.
E non sopporto quelli che mi intasano il blog alla ricerca di immagini di Peppa Pig. Non avete idea di quanta gente al mondo lo faccia. Boh!
Ecco: ho affidato alla rete la lista aggiornata di quello che non sopporto perché, quando davvero fai ogni sforzo possibile per fare bene e ti continua a piovere sulla testa e sui piedi, allora è arrivato il momento di fermarsi e dire "io questo non lo sopporto e non muoverò un solo muscolo in più nella tua direzione, se ci tieni, muoviti tu perché io sono stanca".
Ho finito, vado.
"Ritengo quindi che il mio compito consista nel sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti delle sofferenze della prima infanzia, e tento di farlo su due piani diversi, in entrambi i casi cercando di parlare al bambino che un tempo ogni lettore adulto è stato. Nella prima parte faccio ricorso all'esposizione della "pedagogia nera", vale a dire dei metodi educativi con i quali sono cresciuti i nostri genitori e i nostri nonni. In alcuni lettori il primo capitolo potrà suscitare sentimenti di ira e collera che si potranno rivelare assai salutari. Nella seconda parte descrivo l'infanzia di una ragazza drogata, di un capo politico e di un'infanticida, tutti e tre, da bambini, vittime di pesanti umiliazioni e gravi maltrattamenti [...] Tutte e tre le vicende attestano l'effetto devastante dell'educazione, l'annientamento da essa operato nei riguardi di qualsiasi forma di vitalità, il pericolo che essa rappresenta per la società [...] Sarebbe anche importante e utile tener sempre presente, durante la lettura di questo volume, che con i termini di "genitori e "bambini" non si vogliono intendere individui precisi, bensì condizioni, situazioni o posizioni giuridiche che riguardano tutti noi, dato che tutti i genitori un tempo sono stati bambini, e visto che i bambini di oggi un giorno o l'altro diverranno a loro volta genitori."
"Solo quando sono in grado di indignarmi per un'ingiustizia che mi è stata fatta, quando riconosco la persecuzione in quanto tale e riesco a riconoscere e a odiare il mio persecutore, solo allora mi si apre la via del perdono. L'ira, la rabbia e l'odio repressi cessano di venire perpetuati solamente se si è in grado di scoprire la storia delle persecuzioni subite nei primissimi anni di vita. Tali sentimenti si tramuteranno nel lutto e nel dolore per il fatto che le cose siano dovute andare proprio a quel modo, e pur in tale rincrescimento lasceranno posto a una comprensione autentica: la comprensione di chi è ormai adulto e riesce ad avere una conoscenza profonda dell'infanzia dei suoi genitori e, finalmente libero del suo odio, è in grado di nutrire un vero e maturo sentimento di empatia. [...] Se un adulto ha avuto la fortuna di spingersi sino alle origini delle ingiustizie private e individuali sofferte durante la sua infanzia e di viverle con sentimenti consapevoli, con il tempo arriverà lui stesso a comprendere - meglio se lo farà senza assistenza pedagogica o religiosa di sorta - che i suoi genitori l'hanno tormentato o maltrattato, non perché ci provassero gusto o perché erano forti ed esuberanti, ma solo perché non potevano fare altrimenti, dato che un tempo anch'essi erano stati a loro volta delle vittime, e perciò credevano nei metodi educativi tradizionali."
Questo libro è difficile; stavo quasi per abbandonarlo con un'impressione che difficilmente mi avrebbe portato a riprenderlo in mano (se non in uno di quei momenti in cui hai finito il libro che stavi leggendo e non ne hai di nuovi) quando si è accesa la lampadina.
Immaginate di leggere ottanta pagine circa di riflessioni pedagogiche scritte dalla seconda metà del settecento alla prima del novecento; tecniche "educative" che oggi considereremmo maltrattamenti puri e semplici; immaginate di pensare "ma a me che me ne importa? Oggi siamo altri genitori, altri bambini" e poi, all'improvviso, trovarvi a considerare che "aspetta un po...tutto sommato anche io in questa situazione...".
Ecco, da quel punto in poi inizia la "catarsi". Il velo è stato tolto e adesso lo vedete, il velo della pedagogia nera, di quell'educazione di cui tutti siamo stati vittime e che tutti ci manovra quando ci relazioniamo ai nostri stessi figli. A meno che, appunto, non iniziamo a riconoscerla in azione e a metterla profondamente in discussione.
E' una cosa auspicabile, come dimostra efficacemente la Miller analizzando le drammatiche esistenze di tre bambini sottoposti in maniera sistematica a questi maltrattamenti e, tuttavia, di difficile realizzazione perché presuppone una presa di coscienza profonda delle zone d'ombra della nostra personale infanzia. Riuscire a vivere rabbia e lutto per i bambini che non siamo stati e risparmiare così ai nostri figli la stessa sorte; non ci sono scorciatoie razionali per farlo, questo libro, almeno, non ne indica. Infatti ciò che in esso colpisce non sono tanto le teorie esposte o il grande lavoro di documentazione delle fonti, tutto ciò rimanda a una "modalità" di lettura secondaria rispetto a quella che poggia sulla forza evocativa del volume che, pagina dopo pagina, tenta di parlare al nostro lato oscuro attraverso l'empatia e l'emotività per costringervi a vedere ciò che non avete mai voluto considerare.
Insomma questo libro è una grande regalo, è una specie di avvizzita mela (in una favola al contrario) donata da una fatina buona ad un' egoista Biancaneve per farla risvegliare dal peggior incubo della sua vita. E non siate troppo sicuri, mentre lo leggete, di interpretare la parte del principe azzurro, sveglio e grato in mezzo ai sette nani, lasciatevi togliere dagli occhi questo velo che vi offusca la vista.
E' andata così: le mamme sono rimaste abbastanza indifferenti, le maestre invece si sono mostrate interessate e, dopo aver fatto qualche rilievo tecnico, hanno espresso la loro disponibilità se il preside fosse stato d'accordo.
Vero che ho avuto l'impressione di una certa condiscendenza ma lì per lì, non c'ho dato peso.
Il giorno dell'incontro col preside, ho esposto anche a lui la richiesta e la sua prima reazione è stata di un certo sconcerto: "signora mi coglie impreparato, dovrei controllare se la cosa è permessa"
e io "dal regolamento no, ho già controllato" (poco astuto da parte mia, ma almeno si sarebbero evitate inutili perdite di tempo),
"tuttavia il regolamento potrebbe essere modificato...si mi debbo informare", continua lui,
"si mette bene", penso io
ma ecco la pugnalata alle spalle della maestra "però vede preside, io la signora la capisco, anche io quando ho avuto i miei figli all'asilo ero come lei molto preoccupata, però per i bambini questo via vai di genitori...("e se me lo dicevi subito non era meglio?", penso io) che interaggirebbero anche con gli altri bambini..."
E il preside subito "in effetti signora lei deve pensare che anche una frase innocua che so -ma che belle guanciotte che hai!- può essere vissuta male da un bimbo che non è il proprio figlio".
E' stato difficile evitare di farmi una bella risata (magari con grugnito) all'udire questa cosa che, a pensarci bene, invece, è un po spaventosa tuttavia ho cercato di ribattere parlando di "atteggiamento aperto ma rispettoso verso gli altri bambini" ma a quel punto questioni serie, come quella della caldaia o quella delle pulizie, già incalzavano le pragmatiche mamme e dunque il mio progetto è rimasto così, nel limbo del "vedremo".
"Vabbé c'ho provato", ho pensato lì per lì concentrandomi su problemi di budget e straordinari negati di cui, francamente, non mi importava niente. In realtà c'ero rimasta male.
Comunque ho avuto modo di rimanerci peggio: al momento dei saluti il preside mi fa: "lei signora è un po apprensiva, però debbo documentarmi...noi abbiamo l'autonomia, quindi possiamo fare quello che riteniamo più opportuno; debbo controllare se fanno qualcosa si simile in Finlandia o in Norvegia".
Cioè: il fatto che un direttore (didattico, sanitario, amministrativo ecc) guardi all'Europa in cerca di ispirazione è di per sé confortante. Del resto qui parliamo di uno che ama il suo lavoro, che parla con i genitori e che ha in mente progetti di orti in cui i bambini potrebbero coltivare insalata da rivendere al mercato la domenica. Un progressista! Finlandia e Norvegia permettendo.
E poi non sono più apprensiva di quelle mamme che sento ripetere a giorni alterni "mi sono arrivate delle voci su quella maestra...attenzione eh!". A parte che pure a me sono arrivate voci (da Matteo, fonte attendibilissima) che pare che il direttore si porti via i bambini cattivi (alla faccia delle guanciotte), comunque io mi fido della professionalità delle nostre maestre; i tristissimi eventi che purtroppo sono accaduti in alcuni nidi e asili italiani, voglio considerarli come aberrazioni, fatti eccezionali e mostruosi. Nulla a che vedere con Matteo e la sua vita scolastica.
No, non sono apprensiva; era solo una gran voglia di tornare bambina in quello stesso asilo dove ho lasciato qualcosa di irrisolto, dove il mio primo giorno ho visto questa bambina sola (ero io, era un'altra? Che importa) nell'immenso piazzale, che piangeva e nessuno a consolarla. Era per tornare indietro nel tempo e avere una seconda opportunità. Era per crescere un po.
E vabbè: c'ho provato.
Stellocchiotto di mamma, mi ricordo che m'hai detto "io ho pianto perché volevo che c'eri anche tu con me all'asilo" e allora ho provato a chiedere alla maestra il permesso di stare un po con te; ma lei dice che non si può perché per diventare grandi i bambini, quando vanno all'asilo, debbono stare solo con le maestre e gli altri bambini. Non lo so perché ma se lo dice la maestra, sicuramente è così.
Vabbé ma a noi che importa: all'asilo si sta bene anche senza la mamma e quando torni possiamo stare tanto tempo insieme;
e poi mamma adesso fa un bel sogno in cui diventa una bambina come te e così nel sogno ti vengo a trovare e andiamo insieme all'asilo e facciamo tanti disegni molto colorati e mi fai conoscere i tuoi amichetti.
E tu, amore, pensa solo che adesso, come dice una canzone che sembra tanto triste ma invece non lo è, "dobbiamo approfittare di questi venti gelidi"* e se abbiamo freddo, possiamo coprirci ma questo viaggio lo dobbiamo fare e ti prometto che ti piacerà. Baciotto.
*e scusate se musicalmente in questo periodo sono un po monotematica ma la bravura non è mai ripetitiva.
"Attenzione a ciò che desideri...potrebbe avverarsi!"
Appunto: sono stata mesi a pensare a quando finalmente Matteo sarebbe andato all'asilo e adesso che ci va, mi domando cosa ci sia di tanto desiderabile in questo allontanamento semi coatto.
Dunque: lui sembra abbastanza entusiasta e solo oggi (seconda settimana di frequenza, sesto giorno di separazione) è voluto venire in braccio e non voleva lasciarmi andare, al momento di entrare. Per questo mi è stato concesso di accompagnarlo fino all'aula dove una maestra l'ha accolto tra le sue braccia mentre la collega mi invitava rassicurante ad allontanarmi con nonchalance. Fortuna che sulle scale ho incontrato Lola la "cuginetta, amichetta, bimba come me" di Matteo e mi son detta -dai, dai esci di qui e pensa ad altro-.
Sembra facile, ma mica lo è. Io sto sempre a pensare a Matteo. Al fatto che sta vivendo "l'incontro col gruppo dei pari", un evento che sta alla sua crescita sociale come il primo passo sta a quella fisica, e a me non è permesso assistervi.
Che rabbia che ho dentro! Verso le maestre soprattutto che pensano di risolvere le materne apprensioni con un "è stato bravissimo, non si è visto né sentito" mentre proprio con frasi del genere aumentano l'apprensione di un certo tipo di genitori, genitori che invece, quando si tratta dei loro figli e della loro crescita, non si fidano di nessuno, vogliono vedere con i loro occhi un po per senso del dovere e molto per piacere. Ecco perché io, queste maestre, le invidio, anche. Quanti sorrisi mi sto perdendo? E quali entusiasmi? E quale giallissimo dipinto avrà fatto Matteo venerdì, che il suo grembiulino era tutto macchiato?
Che rabbia che ho dentro! Verso la Scuola italiana che sulla carta è tutto un "cooperazione scuola-genitori", "offerta formativa" "armonizzazione dei vissuti infantili" ma poi quello che arriva ai genitori è "sbrigati ad uscire da qui ché noi abbiamo da lavorare anzi no, non entrare proprio che a tuo figlio ci pensiamo noi".
Io questa cosa la sto vivendo come una violenza, una specie di abuso di potere legittimato da convinzioni pedagogiche vecchie e discutibili. Nel paese che ha dato i natali alla Montessori. Che tristezza!
Io su questa cosa ci sto riflettendo seriamente: sto elaborando un progetto che sottoporrò alle maestre prima e, se riesco a convincerle, al direttore didattico il cui intervento è necessario poiché dovrebbe introdurre una modifica al regolamento di istituto.
E' molto semplice: si tratterebbe di permettere a due di genitori di altrettanti bambini di entrare in classe un giorno a settimana (preferibilmente il venerdì) durante gli ultimi trenta minuti di lezione, per soli dieci minuti e di poter passare questo tempo in classe coi loro figli. Si avrebbe così la possibilità di vederli all'opera nell'ambiente della classe, in interazione con i compagni, con oggetti e regole diverse da quelle di casa. Il bambino avrebbe la possibilità di dire "guarda mamma/papà che cose importanti faccio mentre sono lontano da te". Si darebbe ai piccoli la possibilità di sperimentare che quelli che per loro sono estranei, per altri sono persone significative e amate, cosa che spesso i genitori fanno fatica a comunicare ai propri figli. Nella migliore delle ipotesi ci si potrebbe avvalere della professionalità delle maestre per sottoporre dubbi e domande per i quali sembra non ci sia mai tempo. Chiaramente i genitori ospiti non dovrebbero mai intralciare l'attività di maestre e bambini né imporre la loro presenza agli altri piccoli. Chiaramente ci sarebbe un registro da firmare per garantire la "rintracciabilità" degli ingressi.
Insomma sto cercando di pensare a tutti gli aspetti logistici e soprattutto alle possibili obiezioni. E, più articolo, più mi viene il dubbio che l'unico, insormontabile scoglio sarà: -signora ma perché dovremmo creare tutto questo trambusto?-.
Infatti perché? Si fa prima a pensare che sono i genitori quelli capricciosi, che devono imparare a fidarsi e ad affidare i loro bambini, che inizia adesso la dolorosa accettazione dell'alterità dei loro figli, che le cose son sempre andate così e che motivo c'è di cambiare.
Ok lo concedo: l'unico motivo è l'amore di un genitore per suo figlio, il suo volersi sentire chiamato in causa personalmente e predominantemente in ogni aspetto della sua vita; sarà poco e poco importante ma loro dovranno concedere a me che un genitore felice mette in moto potenzialità incalcolabili in un bambino, e questo paese ha bisogno di grandi bambini.
"Il frutto, ammette con un sorriso, è talvolta davvero durissimo, lo si sente perfino attraverso la punta di una robusta scarpa. Un brav'uomo, povero Bonanno, ma non per questo meno pericoloso, anzi. Meglio non pensare alle sue iniziative nel campo dell'agricoltura e foreste; uno che, non per arroganza ma per mera cecità, è stato capace di piantare 45 tuje alla Gualdana, uno così insensibile alle discrepanze botaniche, non esiterebbe in perfetta buona fede a riempire Roma di abeti, a spargere cipressi nella campagna lombarda, lungo le rive del Nilo. Un pasticcione, un seminatore d'incongruo...
Solo però quando rientra in casa e si siede annoiato sul sofà aspettando l'ora del "trattenimento musicale", il Monforti prova a immaginare cosa succederebbe se Bonanno fosse membro della commissione parlamentare dei puzzle. Mescolanze impossibili di palme e di pini, di cammellieri e benzinai, di sabbie e grattacieli, che sarebbero allora ben più difficili da distinguere, separare, scoprporare. Forse in qualche iniziatico negozio di Londra già esistono giochi così preparati, o più semplicemente esistono fanatici del difficile che comprano due, tre, cinque puzzle senza immagine, vuotano i sacchetti sul tavolo e li rimestano e confondono alla cieca, un Rembrandt con una veduta di Grosseto con la vetrina di un supermarket con un ghiacciaio svizzero. Non sarebbe questa del resto un'immagine più fedele della vita, gioco d'infinite sovrapposizioni e contaminazioni, di inestricabili escrescenze e ritagli anomali come i topi di Bonanno?
Ed è in fondo proprio lui, l'onorevole, a suggerire al Monforti la prima idea della procedura da seguire per raccapezzarsi tra gli enigmi della Gualdana. Perché tutto a un tratto il teorico della pigna appare estricabilissimo. Non uno dei pezzi del suo mistero può concepibilmente combaciare con gli altri, combinarsi in qualsiasi modo con Delaude, con Orfeo, con gli Zeme, col Romito, con Katia. E' un mistero che si può, si deve espungere da tutto il mucchio eterogeneo dei ritagli. E' un intruso, un abusivo, venuto come le tuje a creare incongruenza e di cui occorre sbarazzarsi al più presto. La procedura dello scorporo, ecco ciò che serve per cominciare a vederci chiaro."
Bello questo giallo dove si viene investiti da una serie di vicende relative ad una strana comunità di vacanzieri fuori stagione. Tutto potrebbe costituire un enigma, all'inizio, tanto che la domanda vera è: "qual'è l'enigma?". La risposta a questa domanda arriva per gradi e si porta dietro la soluzione del mistero principale e di quelli accessori tramite una narrazione leggera ma per niente piatta. La via italiana al giallo passa anche per libri come questo dove proprio la lingua italiana, con le sue inesauribili potenzialità espressive, costituisce un valore aggiunto. Libri come questo riescono a far sperimentare "il piacere della lettura" anche a chi non lo conosca.
Unico consiglio: a dispetto del titolo, non portatevi questo libro in spiaggia, aspettate invece il primo fresco autunnale, sicuramente la lettura sarà più piacevole.